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commento ad un racconto di Alberto Angelici

16 Luglio 2003 2 commenti

Commento al racconto

?SORRISI, BOTTARGA E UN PROSCIUTTO CON LO ZAMPETTO?, di Alberto Angelici e del suo amico Aldo.

Chi di noi non ha vissuto quanto descritto nelle prime righe del racconto? Un locale quasi deserto, in cui sono presenti solo gli addetti ai lavori che sembrano fantasmi. Agli autori del racconto è successo nel profondo Nord quello che a me è successo nel profondo Sud. Eppure, Nord e Sud, un altro punto in comune ce l?hanno: un memorabile pranzo in un ottimo locale. A proposito: che ci fa la bottarga a Parma? È come dire carne di cinghiale in Sicilia, dove è difficile trovare un bosco dove cacciarlo. Così com?è difficile trovare a Parma il mare e pescare il tonno. (Per chi non lo sapesse: la bottarga è lo sperma del tonno. Grattugiato, si può insaporire un piatto di spaghetti o usarlo per preparare ottimi cibi.)
Naturalmente, sia cinghiale, sia bottarga, se parliamo di cibo congelato è tutta un?altra cosa. Bisognerebbe proporre la questione ad Eduardo Raspelli: lo conoscete? È uno di quegli esperti che sono pagati per mangiare e dormire in ristoranti e alberghi sparsi in Italia per poi dirci sui giornali la loro impressione. Mi fanno una rabbia! Mangiano, dormono e li pagano pure!
A metà lettura, un atroce dubbio mi assale: non saranno mica, gli autori, Alberto Angelici e il suo amico Aldo, due di quegli esperti? Il primo finale del racconto, con le indicazioni del ristorante, del conto pagato e del giudizio espresso, farebbe pensare di sì.
Leggendo la seconda parte del ?racconto? (ma a questo punto, è lecito chiamarlo così?) elimino ogni dubbio: i due autori devono saperla molto lunga sull?arte culinaria. Certe definizioni di un certo cibo non appartengono agli scrittori, appartengono agli esperti gastronomi. Lo sono? Mi piacerebbe averne conferma o smentita, affinchè ?l?ignoto non resti a me ignoto?. Tuttavia, la lettura dello scritto mi appaga a sufficienza. Certe espressioni sono impareggiabili: ?(il locale) è oasi di pace che odora di amicizia e di fresco?? Oppure: ?volteggia (il pollo sfibrato) su una nuvola di erba verde?? Od anche: ?Mela acidula e croccante?? E per finire: ?La banana dolce e sensuale?? E a questo punto mi sorgono altri dubbi: forse gli autori non sono né scrittori, né gastronomi, né esperti. E se fossero poeti? Altro che Edoardo Raspelli!

PS.: ad Aldo: grazie per la dedica, io sono tra quelli.

commento ad un racconto di Paolo Bertoli

16 Luglio 2003 Commenti chiusi

Commento al racconto
IL CAMPO DI PAPAVERI COLOR ROSSO SANGUE, di Paolo Bertoli

Ho letto una prima volta questo racconto di Paolo Bertoli verso mezzanotte, dopo un paio di bicchierini di vodka: m?è venuta voglia di buttare via le pagine e passare a leggere una storia del commissario Montalbano, ma ho tirato dritto.
Ho riletto, una seconda volta, Il campo di papaveri color rosso sangue un paio di giorni dopo, verso le dieci del mattino, sotto l?ombrellone, a tre metri dalla leggera risacca del mare, in una spiaggia non ancora affollata: devo dire che a far riflettere è, più che il contenuto del racconto, lo stille con cui è scritto, da cui si evince una notevole cultura dell?autore. .I richiami da un rigo all?altro non sono casuali, e denotano una ricerca linguistica molto raffinata, che non può essere improvvisata. Purtroppo, le interruzioni dei capitoli non hanno una circolarità e, forse, nemmeno una continuità (contrariamente a quanto potrebbe sembrare), vedo soltanto un centellinato svelamento del protagonista, se protagonista si può chiamare. Solo il finale, quel ?frammenti di cervello? spiaccicato sulle pareti, fa riflettere (l?autore scrive ?spalmato? sulle pareti: perché?), e viene voglia di rileggere una terza volta il racconto, ma io, francamente ? e non me ne voglia Paolo Bertoli ? non l?ho fatto: ho preferito passare a scrivere questa breve nota.
Finalino: il titolo è molto poetico ed accattivante, ma è una metafora molto forzata.