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"Las Vegas Boy", un romanzo.

28 Settembre 2003 1 commento

SU “LAS VEGAS BOY” E QUALCHE RICORDO

Ho finito di scrivere il mio secondo romanzo; è intitolato “Las Vegas Boy”. Ancora qualche ritocco e potrò inviarlo agli editori.
Non che io ritenga valido “Las Vegas Boy”, solo che uno scrittore DEVE scrivere, per essere tale.
“Las Vegas Boy” era nato come racconto, infatti lo scrissi in circa quaranta pagine. In seguito lo volli riscrivere e scrivendo scrivendo, mi si è dilatato, allungato, mi ha “preso la mano” sino a diventare un lunghissimo racconto di 170 pagine manoscritte (dattiloscritte sono diventate 208).
Potrei definire “Las Vegas Boy” come un’esercitazione dello “scrivere”: è una favoletta, una storiella semplice e lineare che non “dice” nulla, che non ha, cioè, un contenuto morale (anche se, volendo, ve lo si può trovare). Questo romanzo si differenzia molto dal mio primo libro, “Balordo ma non troppo”.
Tra il primo e il secondo romanzo si nota la differenza di scrittura, di prosa, di stile, di qualità di maturità, di espressione. Se riscrivessi “Balordo ma non troppo”, con l’esperienza acquisita in questi due anni, credo che ne verrebbe fuori un’Opera colossale (non è detto che non la riscriva!). quando uno scrittore riscrive un suo lavoro, necessariamente fa delle variazioni e “aggiunte”, “tagli” e spostamenti di interi periodi. Ma sono le “aggiunte” che “migliorano” il lavoro, non le variazioni e le correzioni. Il contenuto tuttavia rimane immutato.
A parte “Las Vegas Boy”, dopo “Balordo ma non troppo” ho scritto dei racconti che intitolerò “Anelli di fumo”. Questi racconti si distinguono l’uno dall’altro per lo stile e per la “maturità” artistica dell’autore, ossia del sottoscritto.
Se “qualcuno che se ne intende” leggesse tutti i miei scritti, questo qualcuno potrebbe benissimo classificarli in ordine cronologico di scrittura e di realizzazione basandosi solo sul “modo mio di scrivere”, basandosi, cioè, sulla variazione di “stile” e di espressione tra un mio scritto e l’altro.
C’è da dire però che ho cominciato “a scrivere” letto assolutamente nulla di narrativa. Gli unici libri che avevo letto, sino a circa due anni fa, sino al febbraio ’79, erano stai “manuali” di ogni genere. Da “Come difendersi col judo” a “Come diventare più alti di 10 centimetri”; da “Come diventare ipnotizzatori” a “Come sviluppare una memoria più potente”; da “Come ottenere una personalità magnetica” a Come diventare più ricchi”. Tutti libri che ho letto tra i 14 e i 16 anni. Poi lessi libri che trattavano di giochi di prestigio. Di questi – tra i 17 e i 22 anni – ne avrò letti, e studiati, una cinquantina. Poi “la qualità di lettura migliorò”, come disse un mio compagno di camera, quando vivevo in una pensione. Ero passato dai “manuali” ai “saggi”, a libri, cioè, sulla psicologia, sull’intelligenza, a libri che trattavano di Dinamica Mentale, Esoterismo e Yoga, sino ad arrivare a “scoprire” (era citato in moltissimi libri) Bertrand Russell, del quale ho letto, ad oggi, una decina di opere.
Bertrand Russell mi ha fatto capire moltissime cose, mi ha fatto cominciare a “pensare”, ad essere me stesso. Credo bene che Russell fosse ritenuto “rivoluzionario” ai suoi tempi: lo è ancora oggi!. I suoi libri, seppur scritti decine di anni fa, sono attualissimi ancora oggi.
Intanto con l’università “tiravo avanti” a stento: superavo un esame dopo averlo tentato due o tre o anche quattro volte. Avevo 24 anni. Quasi 25.
Un giorno mi venne in mente di annotare, copiandoli dai libri che andavo leggendo, le frasi che ritenevo degne di annotazione e che fossero, per me, piene di significato. Poi decisi di aggiungere, a dette frasi, il mio “pensiero”; infine cominciai a scrivere dei pensieri che riflettevano il mio stato d’animo momentaneo (una sorta di diario) che ritenevo, e ritengo tuttora, validi.
Cominciai a “scrivere” poche settimane prima di compiere 25 anni, e poiché “scrivevo per me stesso”, non mi curavo molto della “forma” o dello “stile”: buttavo giù frasi su frasi e pensieri su pensieri, e basta. In un secondo tempo pensai che avrei potuto tentare di far pubblicare quegli “Scritti”, perciò chiesi a Rosy di battermeli a macchina. Rosy, poverina, lavorava tutto il giorno, eppure non si rifiutò. Ma io capii che le veniva pesante, lavorare tutto il giorno e battere a macchina quando tornava dal lavoro. Sicché decisi di farmi prestare la sua macchina da scrivere e di copiare io stesso i miei manoscritti.
Dopo aver copiato una decina di pagine, capii che quegli “Scritti” non sarebbero mai stati pubblicati, nessun Editore lo avrebbe ami fatto. Quegli “Scritti” sarebbero stati validi per la pubblicazione solo dopo che sarei diventato “famoso”. Ma per diventare “famoso” occorreva che io pubblicassi altri libri. Quali, se io non ne avevo scritti altri?
Nel febbraio del ’79 lessi una recensione di Beniamino Placido riguardo un libro di Charles Bukowski, “Taccuino di un vecchi sporcaccione”, e poiché notai che parlava di “scommesse sui cavalli e di vagabondaggio e di decine di mestieri”, decisi di comprarlo. E quel libro avrebbe fatto cambiare me e la mia vita e, forse, mi ha salvato dalla droga. Quel libro condizionò la mi avita futura per molto tempo, almeno un anno. Fu come se fossi rinato.
Cominciai a scrivere anch’io come Bukowski e cose che scriveva B. “Io sono simile a lui”, pensavo. Infatti cominciai a bere, a giocare ai cavalli molto più “forte”, cominciai a vagabondare e viaggiare (anche se non molto lontano), presi a fare molti lavori (tipo scaricatore ai mercati generali e fattorino) e, soprattutto, cominciai a scrivere: se non avessi letto B: non avrei mai cominciato a scrivere. Si può dire che B. sia stato il mio ispiratore, no: il mio “emulato”, il mio Mentore. Ripeto: forse è perché sono stato influenzato da B: che cominciai a fare lavori saltuari e degradanti. Nella Cooperativa ci sfruttavano: col lavoro di decine di persone come me (che venivano chiamati “soci”) la cooperativa aveva un introito pari al nostro: cioè, del nostro guadagno la cooperativa prendeva metà somma, e legalmente erano tutti a posto: i capi, i dirigenti e gl’impiegati (la cooperativa era in realtà un raket delle braccia legalizzato).
E cominciai a scrivere narrando le mie esperienze, cominciai a buttare giù delle annotazioni e infine raccolsi il tutto in volume, formando così un romanzo che intitolai “Un romanzo quasi vero”, che inviai alla Savelli Editore, alla Feltrinelli e alla Einaudi: tutte e tre lo rifiutarono. E fu l’inizio di una lunga serie di rifiuti da parte di tante piccole e medie Case Editrici.
In seguito aggiunsi altre avventure, ne eliminai delle altre, cambiai qualche pagina e trasformai il titolo in “Balordo ma non troppo”. Questo libro è scritto – me lo fece notare l’Einaudi – “in modo facile e superficiale”. In più: “è quasi privo di intreccio”. Nello scrivere le storie mi limitavo a narrare la scarna cronaca, il fatto in sé; non davo opinioni né facevo commenti. E questo, purtroppo, non è narrativa.
Naturalmente, in seguito, lessi tutti gli altri libri di C. Bukowski, e inoltre: Hemingway, Henry Miller, Pavese, Norman Mailer. E man mano scrivevo racconti. E il mio “stile” cambiava, tant’è che ogni racconto risultava scritto in modo migliore del precedente. Lessi anche gli autori moderni: Fallaci, Chiara, Mario Puzo, Pier Vittorio Tondelli (giovane inedito, poi edito e infine sequestrato). Nel frattempo avevo cominciato la seconda stesura di “Las Vegas Boy” e procedendo nella narrazione mi accorgevo mi accorgevo che venivo influenzato dallo stile degli autori che andavo leggendo. Ero portato a scrivere come ognuno di loro. Infine la mia “personalità” si è imposta ed ho ottenuto un mio stile che, al momento in cui scrivo la presente nota, non so se somiglia a quello di qualcun altro.
Ripeto: non sono molto soddisfatto del contenuto di “Las Vegas Boy”, però posso dire che mi è stato di grande aiuto per trovare uno stile e per esercitarmi, e per dimostrare a me stesso che avevo il temperamento e l’energia per portare sino in fondo un lavoro già iniziato (ma che non fosse solo un racconto). e devo dire che scrivere un libro, un romanzo di 200 pagine, non è tento semplice come si pensa.
Non sono molto soddisfatto di “Las Vegas Boy” perché le cose che mi piace scrivere sono delle “storie” con sfondo “sociale” o autobiografico e che, soprattutto, “dicano qualcosa”, che facciano riflettere il lettore, che abbiano una “morale”
Proprio l’altro ieri, mentre andavamo a sentire Bob Marley allo stadio, scherzando dissi a Rosy: l’unica cosa che mi dispiacerebbe, se morissi, è il non aver fatto nulla nella mia vita; nulla di tangibile: vorrei almeno scrivere qualche libro che lasciasse una traccia del mio passaggio su questa terra”. E “Las Vegas Boy”, anche se la lasciasse, non sarebbe di quelle che più mi caratterizzano o che rispecchiano la mia natura. Però è un bel romanzo.
Luglio 1980

Riferimenti: se vuoi conoscere il riassunto del romanzo collegati

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Introduzione a "Lettere a un giovane poeta" di Rainer Maria Rilke

14 Luglio 2003 Commenti chiusi

Introduzione a Rainer Maria Rilke
Lettere ad un giovane poeta

Come quasi tutti i grandi poeti, anche Rainer Maria Rilke è divenuto famoso solo dopo la sua morte, giunta quando aveva solo cinquanta anni. Rilke, infatti, nacque a Praga nel 1875 e morì in Svizzera, nel sanatorio di Valmont, nel 1926.
La sua fama andò crescendo di anno in anno solo dopo tale data, ma già nel 1929 tutti i suoi scritti erano conosciuti.
Poeta dallo spir5ito inquieto, Rilke abbandonò presto il paese dorigine e compì viaggi e soggiorni in Russia, Francia, Italia e Svizzera.
Nelle sue opere di poesia Il libro dore (1899-1903), Il libro delle immagini (1902), Canzone damore e di morte dellalfiere Cristoforo (1906), Rilke dimostra di essere un autore attento ai valori musicali della lingua. Con la sua opera successiva, le Nuove Poesie (1907-1908), Rilke oppone invece una strenua attenzione ai valori semantici della parola. Rilke fu anche scrittore di prosa e nei suoi racconti de I Quaderni di M.L. Brigge vi è unangosciante analisi del problema esistenziale delluomo moderno.
Fu lo scoppio della Prima Guerra mondiale che acuì la forza introspettiva di Rilke, e tale forza risulta evidente nei Sonetti a Orfeo (1923) in cui la Parola si fa interprete del mistero della vita e della morte.

Il giovane poeta che si legge nel titolo della raccolta di lettere, era un ventenne sognatore tedesco di nome Franz Xaver Kappus. Le lettere in questione sono le risposte del Rilke alle domande del giovane Kappus, il quale gli richiedeva un giudizio sui suoi primi saggi poetici. Quel giovane tedesco, dopo una breve carriera militare, divenne un autorevole scrittore.
Le Lettere sono in tutto dieci, scritte fra il 1903 e il 1908 e, come si può notare, tra una lettera e laltra passano lunghe settimane, a volte dei mesi. Queste missive, più che di giudizi, sembrano una serie di preziose lezioni sullarte dello scrivere, un originale modo di indirizzare alla vocazione artistica e alleducazione delle facoltà creatrici. Lezioni di scrittura creativa, si direbbe oggi. In pratica, si ha in queste lettere non solo una teoria della creazione artistica, ma anche il senso di una germinazione di spiriti poetici. La pacatezza che traspare da questi scritti, danno il senso dellintimità, di una espressione di stati danimo, quasi una lunga confessione che lautore fa al destinatario. Quel destinatario reale che ieri era un giovane poeta, e che oggi idealmente diventa il lettore della presente raccolta.
In questo libretto sembra racchiusa la Poetica di un grande autore. Queste dieci Lettere, infatti, hanno un valore inestimabile, non solo per la conoscenza dellUniverso letterario di Rilke, ma sono preziose lezioni anche per quelli che crescono e si formano ora, come poeti e come scrittori.
Ma adesso basta, scriveva il giovane Franz Xzver Kappus nel 1929, nella prefazione alla prima edizione tedesca delle Lettere. Quando un Principe sta per parlare, si deve fare silenzio.

Salvino Lorefice Ragusa, marzo 1994

Un appunto volante sui "Sei Personaggi" di Luigi Pirandello

11 Luglio 2003 Commenti chiusi

I Sei Personaggi di Pirandello, quelli che sono in cerca d?un Autore, all?inizio del dramma, è vero, cercano un autore. Ma dopo, cercano solo di essere rappresentati. E se cercano di essere rappresentati vuol dire che hanno già una storia. E se hanno una storia vuol dire che c?è già stato un autore che l?ha scritta.
Il Pirandello stesso ci dice, nella sua prefazione all?opera, che un giorno la Fantasia gli portò a casa sei Personaggi, ma egli li respinse, poiché non vedeva nel loro destino un ?significato più alto?, in grado di giustificarne la rappresentazione.
Come li respinse? Non certo rifiutandosi di scrivere una storia. Non certo distruggendo il loro passato, passato che, non si sa come, volente o nolente, i Personaggi già avevano. Ma li respinse semplicemente ??non volendo o non potendo materialmente metterli al mondo dell?arte.? (Pirandello, Sei Personaggi in cerca d?autore.)

Nel dramma, i sei Personaggi sostituiscono il loro dilemma iniziale ? la ricerca d?un autore ? con un altro dilemma: la ricerca d?una Compagnia che li rappresenti o, meglio, che rappresenti il loro dramma, le loro storie.
I Personaggi passano così di dramma in dramma, di avventura in avventura: il Dramma del loro passato, il perpetuarsi del loro Dramma che nulla e nessuno può mutare, la ricerca d?un autore, la ricerca della Compagnia che li rappresenti, che li metta in scena. E a lato di tutto ciò vi sono i conflitti tra personaggio e Personaggi, tra Personaggio e Personaggio, il continuo litigare tra loro. Ciascun Personaggio nutre sentimenti di inimicizia nei riguardi degli altri: il Figlio nei riguardi della madre, perché ha abbandonato suo padre; la Figliastra nei riguardi del patrigno, a causa della sua visita da Madama Pace (la tenutari di una casa di tolleranza); il Padre nei riguardi della Figliastra, perché ella lo giudica sulla base di quell?errore; il Figlio nei riguardi della sorellastra, perché è figlia di un estraneo? E, in mezzo a tutti, l?innocente bambino, che il Pirandello, non so perché, fa morire (forse per rendere più drammatico il Dramma?).
Con tutti questi problemi e conflitti e accuse e difese, non capisco perché i Personaggi si ostinino a cercare un Autore. A cosa servirebbe loro? A farsi cambiare il Destino, forse?

Torino, 25 ottobre 1982