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Attentati e Piccoli Attentati

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Alcuni giorni fa, dei “terroristi” hanno sparato, e ucciso, Walter Tobagi, un giornalista di Milano.
Lo stesso giorno, a Roma, hanno sparato a tre militari: un carabiniere, un agente di P.S. e un appuntato di P.S. L’appuntato si chiamava Evangelista, ma era noto col soprannome di Serpico. Nell’attentato è morto sul colpo. Gli altri due sono rimasti gravemente feriti.
Ora, quello che mi fa più rabbia è il fatto di come, questi due sanguinosi e mortali avvenimenti sono stati trattati dalla stampa.
Il primo morto, quello di Milano, il giornalista, è stato oggetto di articoli, di commemorazioni ecc. il secondo, quello di Roma, “Serpico”, è passato, si può dire, quasi sotto silenzio, in secondo piano. Ad esempio: dei due gravi feriti di Roma si è saputo pochissimo; erano addirittura stati riportate errate generalità (almeno per quanto riguarda l’agente di P.S.). è stato infatti riportato il cognome Orefice anziché Lorefice, l’età falsata, e non venne detto se fosse sposato o no, con figli o meno. A chi volete che importi di un agente semplice? Invece un giornalista? vita, morte e miracoli.
Dopo il primo giorno, i giornali non hanno riportato più nessuna notizia riguardante le condizioni dei feriti. Non fanno cronaca.
Giovanni Lorefice, l’agente di Pubblica Sicurezza rimasto ferito accanto a Serpico, è mio cugino.
L’ultima volta che gli avevo parlato era stato nel giorno di Capodanno (il 1° gennaio del 1980).
Essendo lui un poliziotto, ed essendo io uno che studiava a Torino, “città-fronte” della guerra con le BR e il terrorismo, la discussione non poteva che cadere sul terrorismo e sulle Brigate Rosse.
Io non mi “sbilanciai”. Giovanni nemmeno, però mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di qualcuno molto in alto e che entro pochi mesi, in Italia, sarebbe scoppiata una “bomba” di scandalo.
Non so se ciò che disse lo disse perché si riteneva in dovere (o diritto) di dire certe cose, in quanto appartenente alle forze dell’ordine, o perché fosse venuto a conoscenza di certi fatti o di certe voci che circolavano in caserma, o perché volesse fare lo sbruffone. Sta di fatto che mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di un “pezzo grosso”, uno che stava molto “in alto”.
E alle mie insistenze per farmi rivelare il nome di questo pezzo grosso rispondeva: “eh! Non posso parlare.”
Alla luce dei nuovi fatti, mi viene un sospetto: chi sa se a sparargli (e gli hanno sparato per ucciderlo) non sia stato qualcuno agli ordini del “pezzo grosso”? l’ipotesi è avvalorata dal fatto che non si è saputo, con certezza, chi ha rivendicato l’attentato; di certo non le Brigate Rosse. E poco conta se tra qualche giorno, o settimana, un qualsiasi pinco-pallino verrà arrestato come esecutore “materiale” dell’attentato: è il pezzo Grosso, quello che conta.
Adesso Giovanni è ancora in ospedale e non conosco le sue condizioni fisiche. Domenica scorsa ho telefonato a casa e mio padre mi ha riferito che mio cugino ha già subito tre interventi al cervello. Ma già Domenica sera stava un tantino meglio: riusciva a parlare ed aveva ancora due proiettili in corpo: uno al collo e uno alla spalla. Il terzo proiettile gli era stato estratto dalla tempia.
Chissà di cosa stavano discutendo dentro la “volante”, Giovanni e Serpico, quando sono stati colpiti. È una curiosità che ho sempre avuto. Forse, appena ne avrò l’occasione, glielo chiederò. “Gli ultimi momenti di Serpico”. Bang-bang-bang-bang!

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