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E fu solo l’inizio

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Molte tappe ci sono state nella mia ancora giovane vita. Ed ho 26 anni.
ho cominciato a “lavorare” ad otto anni. Andavo dal sarto, come ragazzo di bottega. Ma era una vita sedentaria, non mi piaceva.. non rimasi molto in quella sartoria.
A dieci anni, nell’Estate del ’63, andai a lavorare in una officina di elettrauto. Fu lì che incominciai ad essere Uomo, a capire la vita. In quell’officina vi lavorai per tre stagioni estive, durante le vacanze scolastiche.
Nell’Estate del ’66 uscii, per la prima volta, da casa: andai in campeggio sull’Etna, a Linguaglossa, per quindici giorni.
Avevo quindi anni appena compiuti. Cominciai a fare judo.
Nel Settembre del ’66, finite le scuole medie, sorse il problema della iscrizione all’Istituto Superiore. Io volevo iscrivermi all’Istituto Tecnico Navale, di Catania, poiché a Gela non c’era. E non c’è tuttora. Mio padre mi propose di iscrivermi all’Istituto Tecnico per Chimici e mi convinse dicendomi che “al Navale” mi ci sarei potuto iscrivere due anni dopo, dopo aver frequentato, “al Chimico”, i primi due anni (che erano uguali per tutte le scuole). Mi propose anche di farmi rilasciare il libretto di navigazione (imbarcarmi era sempre stato il mio sogno) acconsentendo così di farmi imbarcare nel periodo estivo. Io accettai.
Ce la misi tutta per farmi rilasciare il libretto di navigazione. Superai mille ostacoli burocratici e alla fine ottenni il tanto sognato “libretto di navigazione”.
Era l’Estate del 1970. Finalmente capitò il mio primo imbarco sulla “Andrea Camalich”, una motonave. Facevo il mozzo.
Su quella nave cominciai a capire veramente cosa fosse la Vita e cosa fosse il lavoro.
Feci molta esperienza, in quel periodo, circa due mesi. Visitai molte città. Partecipai persino al salvataggio dell’equipaggio di un mercantile che stava per affondare (e che poi affondò). Tre anni dopo, per quell’azione di coraggio, ricevetti dal Governo italiano la medaglia di bronzo al valore civile e un attestato di benemerenza marinara per essermi “prodigato con coraggio e con sprezzo del pericolo nel salvataggio dell’equipaggio di un mercantile maltese affondato nel canale di Sicilia a causa delle pessime condizioni del mare”.
Imparai a lottare per non farmi sopraffare. E capii che il Mondo è dei furbi. E solo i più furbi “vivono”. E gli altri sono delle vittime. Liberi sì, ma vittime.
Ricordo il primo porto in cui la nave fece scalo: Porto Santo Stefano, in Toscana. Una visione bellissima, dal mare. Un tardo pomeriggio ricco di colori estivi, il 20 luglio. I gabbiani? non avevo mai visto i gabbiani. A Gela erano spariti nel 196a, quando venne la raffineria. Quella sera, in franchigia, andai a vedere un film, “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford.
Successivamente visitai Porto Torres, Sant’Antioco, Bengasi (in Libia), Marina di Carrara, Porto Empedocle. In quel periodo il mio “maestro di vita” fu il Cuoco. Si chiamava Carmelo Cremona, era di Vibo Valentia e si definiva “il più grande puttaniere del mondo”. Diceva di avere un’amante in ogni porto. Tutte le puttane erano le sue amanti.
L’Estate successiva, sempre in qualità di mozzo, mi imbarcai sulla “Fratelli D’Alesio”, una moto cisterna (petroliera, cioè). Qui il lavoro era meno pesante poiché era regolato da un normale “contratto di lavoro” che veniva applicato. Invece sulla “Camalich” non si sapeva nemmeno cosa fosse un “contratto di lavoro”. (Proprio quando navigavo su quella motonave, la gloriosa Compagnia di navigazione Camalich fallì. Non percepii nessun stipendio e il curatore fallimentare me lo inviò a casa ben tre anni dopo. Abbiamo anche saputo che per quel salvataggio, la Compagnia aveva ricevuto un lauto compenso dall’armatore Maltese della nave affondata, ma la parte spettante all’equipaggio fu sottratta, qualcuno diceva dal Comandante, altri dal Curatore.)
Anche sulla “Fratelli D’Alesio” ho fatto esperienze. Primo fra tutti: la maniera di guadagnare di più lavorando di meno. Inoltre ho visitato città come Venezia, Bari, Palermo, Civitavecchia, Livorno ed ho conosciuto sempre più gente, di ogni specie.
Nell’Estate del ’72 (mi ero appena diplomato, Perito Chimico), sorsero discussioni con mio padre. Cominciai ad avere i miei primi conflitti interiori ed il mio desiderio d’avventura aumentò e si fece più prepotente. D’altra parte, anche da bambino esprimevo il desiderio di andare via, in America e in Inghilterra, ad ogni contrarietà che sorgeva nell’ambito familiare.
Mio padre fa il macchinista navale, ha girato il mondo, ha “vissuto”, è stato anche a lavorare in America.
Mio nonno paterno era un commerciante, ed anche lui era stato in America, per sedici anni. Questo spirito d’avventura era, quindi, una tradizione di famiglia.
Come dicevo, nell’Estate del ’72 mi diplomai e feci “la festa del diploma”.
Contemporaneamente la nostra abitazione, risalente ad oltre cent’anni addietro, doveva essere demolita perché cadente. E si era già in fase di ricostruzione allorché espressi a mio padre il desiderio di andare all’università. Mio padre rimase sorpreso di ciò: mi aveva sempre sentito dire che una volta diplomato sarei andato a lavorare, o almeno avrei cercato un posto. La notizia dell’università non fu di suo gradimento. Seguirono discussioni. Mia madre era d’accordo per l’università. Liti tra mio padre e mia madre. Penso l’unico ad andarci di mezzo per questa storia fu mio fratello, Gaetano. Lui aveva sempre espresso il desiderio di andare all’università e sentire simili discussioni non deve essere stato molto positivo. Infatti si iscrisse, sì, all’università, però rinunciando alla frequenza. Ciò si rivelò, in seguito, una mossa sbagliata, anche se la Facoltà in cui si iscrisse era “Economia e Commercio”, ritenuta, non so se a torto o a ragione, una Facoltà “facile”.
Mentre erano in corso queste discussioni, alla Capitaneria di Porto c’era una “chiamata” di imbarco sulla M/c “Simona”, dell’Armatore Montanari. Io colsi l’occasione al volo. E accettai di imbarcarmi come “giovanotto di macchine”, un gradino più su del mozzo, come dire, mozzo in sala macchine. Era il Settembre del 1972. Il giorno 4. Quell’anno si tenevano le Olimpiadi in Germania.
Dopo l’imbarco, per circa due mesi, non detti notizie di me. Il 25 Ottobre telefonai a casa. Parlai con mio padre che si disse disposto a mandarmi all’università. E che perciò, “poi”, cioè in futuro, non avrei dovuto dare a lui la colpa, nel caso fossi rimasto senza laurea.
Contemporaneamente avevo ricevuto una lettera dai miei amici con la quale mi facevano saperea che mio padre si era interessato a sbrigare i documenti necessari all’iscrizione.
Il giorno dopo, anche dietro consiglio del 2° ufficiale di macchine, al quale avevo raccontato l’intera faccenda, spedii un telegramma a casa mia: “DECISO ANDRÒ UNIVERSITÀ STOP SEGUE LETTERA SALVINO”.
Il 4 Novembre 1972 arrivai a Torino. Alloggiai alla Pensione “Meublè”, dove c’erano tutti i miei vecchi compagni gelesi. Il 5 mi iscrissi al Politecnico. Il 6 chiudevano le iscrizioni.
Fu così che cominciò la mia “avventura torinese”, che sarebbe durata 16 anni.

torino, 1977

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