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IL VINO ALFABETICO – Ovvero: l’Enoteca Letteraria

29 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Non mi era mai capitato di entrare in una Enoteca Letteraria, anzi: non sapevo nemmeno che esistessero.
Cos’è una Enoteca Letteraria? Semplice, una sorta di libreria-osteria in cui chi vi entra deve necessariamente bere almeno un quartino di ogni tipo di vino della sezione che via-via va visitando.
Mosso dalla curiosità, dopo essermi allenato a reggere bene il nettare degli Dei, entrai in quella specie di grotta che immetteva all’interno dell’Enoteca Letteraria, dove era conservato, custodito, il Vino Alfabetico. Vi entrai tenendomi pronto agli assaggi dei vari quarti di litro di vino che, lì dentro, chiamavano “sorsi”.
Ai miei occhi si presentò uno spettacolo meraviglioso: scaffali dai piani obliqui erano disposti uno accanto all’altro, in lunghi corridoi sotterranei da cui si diramavano altri corridoi più piccoli, e così via sin non so dove. E il freschetto delle gallerie invitava a bere. E anche le fette di salamino piccante e così anche il parmigiano offerto su larghi vassoi.
Sui ripiani degli scaffali erano deposte bottiglie di vino, catalogate per nazionalità. Ogni nazionalità era suddivisa in Annate: le migliori degli ultimi due secoli. E per ogni Annata, le qualità di vino erano disposte in ordine alfabetico. È niente, in confronto alla “Biblioteca di Babaele”, di J. L. Borges, ma Madame Fantasia può muoversi anche in spazi più ristretti, come in quell’Enoteca Letteraria. Anzi, si muove meglio, perché è aiutata a farlo dai sorsi di buon Vino Alfabetico, offerti in contenitori simili a delle tazzine, però di cristallo, chiamati “misurini”.
Entrai nella E.L. e mi precipitai verso la sezione “Produzione Italiana – Annata ’81″. Un omino basso e grosso, con il naso rosso e gli occhi lucidi e con foglie di vite sulla testa, a mo’ di corona, prese a farmi da guida e da mescitore. Inesorabile mescitore.
“Chiamami Eno”, mi disse, “e tieniti pronto”. Fece una pausa e mi domandò: “Sei pronto?” e iniziò a porgermi lievi quantità di vino, vari misurini, pieni fino a traboccare.
Cominciammo la visita dalla lettera “A”: un sorso d’Albano e uno d’Alcamo Bianco, siciliano, alcool d’acini un po’ acerbi, sorsi asciutti e asprigni. Per ultimi un Aleatico dell’Argentario e un Ambrato di Comiso.
Per la “B”, invece, tre brindisi per iniziare: uno con Barolo, uno con Barbaresco e uno con Bardolino. Poi altri quattro con Barbera (d’Alba, d’Asti, di Avellino e di Longhirano). Vini buoni e ben tenuti in bottiglie, bottigliette, bottiglioni e Botti. Beh, buone bevute, anche col Bracchetto. Ma dopo un po’, Eno esitò e mi invitò ad altri sorsi porgendomi Brunello di Montalcino e Bardolino. Ma poi mi acconsentì anche un sorso di Bonarda, il Re degli amabili. Il Bianchello però mi sfuggì.
Per la “C”, calici colmi di vini corposi come Cortese, Chianti e Cannonau Chiaro del Campidano. Seguì il Cabernet, non so se del Piave o del Trentino. E poi Casteldaccia, di Palermo, e Castelli Romani e Castelli Trentini. E il Cerasuolo? Mi offrì solo quello di Vittoria. Concluse col Cilento, con i Colli e con Colline. Cavolo, che cantina!
Con la “D” solo Donnaz e i Dolcetti, quello d’Alba, soprattutto. Solo due dita, disdetta!
E con la “E”? l’Erbaluce, eterno ed elegante. E poi l’Etna e l’Etrusco.
Poi vado subito alla “F” e si ritorna al doppio sorso col Frascati, fratello di filari, e col frizzante Frejsa. E poi ancora doppio sorso col Franciacorta e col Frappato di Vittoria.
Alla “G” c’è il gustoso e granato Gattinara e il genuino Grignolino. Assaporo anche il Greco ed il Groppello.
Giunti alla “H” c’è per me un handicap, che non è un vino bensì un “hic!” da singhiozzo. Alla “H” per tanti c’è l’hospital, ma non per chi, come me, comincia ad avere un po’ di humor (se proprio humor si vuol chiamare la Sbornia allegra). Ciò non m’impedisce d’assaggiare un sorso d’Hors d’Ouvre dello scaffale accanto, quello francese.
Alla “I” passo e chiudo senza indugi con l’Italico del Trentino.
Alla “L” degusto un alito di Lilibeo dolce di Trapani e un tocco leggero di Lambrusco, principe degli amabili, logicamente limpido e frizzante.
Alla “M” il Marsala. E poi Merlot e ancora Merlot. E poi Malvasia, Malavasia e Malvasia e poi Montepulciano d’Abruzzo e poi Moscato e altri Moscati e poi Mondragone e poi Montalbano, Montecarlo rosso e poi? Mmmh! Memorabile mescita, la “M”, magnifica.
Alla “N” c’è il Nebbiolo, nettare nuovo, nostrano.
E siamo subito alla “O”, ove osteggio un grande onore ad odorare e sorseggiare un po’ d’Orvieto.
Alla “P”, ancora il doppio sorso, ponderate mescite del profumato e piemontese Pinot e un po’ di Prosecco di Conegliano. Per non dire di altri Pinot, del Procida e del Prosecco.
Alla “Q”, quantità e qualità qualsiasi per il quindicesimo quartino: vedo quadruplo e mi quieto.
Alla “R” ci sono il Rollo, il Riesling, il Recioto e il Racalbuto, ricercato dai Re.
Alla “S”, il Soave e il Sauvignon, nonché il sanguigno e saporito Sangiovese. Il Salento viene in groppa al Somarello di Lucera.
Alla “T” mi ritrovo il toscanaccio Trebbianino e i trentini Terlano e Termeno con il tralucente Tocai. Le Tre Valli chiudono il paesaggio.
Alla “U” non vedo nulla, non saprei (ma c’è qualcosa?): L’Uva, madre del vino, non ha un vino con la “U”? Il beone che m’invita, mi sorride e non mi porge nulla, ma io vedo qualcosa dietro a lui: è forse l’Ululai?
Alla “V” due volte doppio sorso: primo, Verduzzo e Verdicchio, vitigni veraci. Secondo, Velletri romano e Valpolicella, vendemmia veneta veronese, profumo di viola. Ma poi un vivace Vermentino di Liguria completa l’assaggino.
E in men che non si dica siamo alla “Z”. Per chiudere in bellezza un sorso di Sicilia: lo Zibibbo.
Mentre Eno, l’omino-guida, mi accompagnava all’uscita sorreggendomi, ché non mi tenevo in piedi, mi guardava sorridendo.
“Perché sorridi, ometto,” gli domandai con voce avvinazzata. Ma prima di rispondermi aspettò che fossi sull’uscio. Sì, aspettò che fossi proprio sull’uscio, fuori, lontano da lui. Poi disse: “Non tutti i vini ti ho fatto assaggiare. Sono molti i vini che ho fatto finta di non vedere.”
“Quali?” volli sapere arrabbiandomi. “Quali vini non mi hai fatto assaporare?”
“Vieni un’altra volta e lo saprai,” rispose il beone. E richiuse, svelto, la grande porta dell’Enoteca Letteraria.
Per l’Inferno, mi aveva lasciato a rimuginare sui vini che non avevo gustato.
Ho tanto pianto che sono rimasto senza una Lacrima.
Lacrima Cristi, Lacrima di Corato, di Gallipoli, di Somma e di Castrovillari, quanto pianto sprecato!
Oh, Vino Santo di tutt’Italia!
Per Bacco Baccone, quali vini non avevo assaggiato?
Hic! E doppio Hic!
Sangue di Giuda, mi era sfuggito il meglio.
Per Santa Maddalena e Sant’Antioco, quel beone mi ha ingannato.
Per San Torpè e Santo Stefano, la mia sete non ha placato.
Per tutti i Santi del Palamento, solo il Sangiovese ho degustato.
San Giustino, San Severo e San Sidero perdonatelo voi!
A bere ci pensiamo noi.