Frammenti di Vita

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Le notti insonni
E i giorni a letto
E il pensiero
Che sia
La mia
Vita.

Pensi,
Pensi alla tua vita
O ricordi,
Ricordi il tuo passato
Una vita nei ricordi.

Uomo alle soglie
Del tempo
Cosa fai
Seduto li?
A guardare inerme
Mentre la morte
Comincia a coprirti
Col suo nero mantello?

Senza amore
E non sento
Il bisogno
Nemmeno
Di una goccia
Della sua
Linfa!

Torino, 1982
Riferimenti: se vuoi leggere altre mie poesie

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Il Pirata dell’Isola dei Bonsai

14 Novembre 2003 Commenti chiusi

Ho scritto un romanzo. Anzi, ne ho scritti sette. L’ultimo è “Il Pirata dell’isola dei Bonsai“. Eccone il riassunto.

La vicenda, che si sviluppa nell’arco di circa trent’anni, a partire dagli Anni Novanta, inizia con l’incontro fra Teo e Cristina. I due erano fidanzati e non si vedevano da cinque anni. Quest’incontro apre la narrazione ad una serie di avvenimenti tra passato e presente. Tra una storia d’amore e una vita avventurosa, Teo scoprirà di essere padre di Simonetta, una bambina di quattro anni, sordomuta dalla nascita, avuta da Cristina quando lui era ancora studente. Una scoperta che cambierà la sua vita.
Teo è un giovane ingegnere informatico che vuole realizzare un sogno: rendere libero il Web da ogni forma di controllo e di censure e metterlo al servizio dell’Arte. Il progetto sembra ambizioso, ai limiti dell’impossibile, eppure lo realizzerà.
Nella Prima Parte, in un intreccio tra realtà e ricordi, si scoprirà che Teo è un pirata informatico che lavora per la multinazionale Generalsoft. È diventato hacker per vendicarsi proprio della Generalsoft, che lo aveva scartato ad una selezione per manager. Ottimo studente, laureatosi discutendo una tesi rivoluzionaria, Teo viene assunto dalla stessa multinazionale per svolgere mansioni di secondo piano ed è inoltre costretto ad accettare un basso stipendio. Nella sua attività di hacker, Teo si firma “Il Vendicatore”, riscuotendo successo in Internet (“non c’erano hacker che non avessero tentato di imitarne le imprese”). Facendo l’Insider trading, Teo accumula un’immensa ricchezza che in seguito gli servirà per comprare unisola nell’Oceano Pacifico, che diventerà poi il centro della sua attività.
La Generalsoft, frattanto, assolda dei killer per dare la caccia a Teo. Una caccia all’uomo che fa prendere un risvolto da thriller a quello che sembra essere un romanzo d’amore. Questa caccia, ordinata dal Consiglio d’Amministrazione della Generalsoft per smascherare e punire colui che ha causato danni alla multinazionale per milioni di dollari, crea una serie di circostanze, tra le quali la morte di uno dei due killer nell’appartamento di Teo. Di qui l’accusa di omicidio che trascina Teo in carcere.
Ed è proprio in carcere che incontra Padre Ruggero, il cappellano, che lo aiuta a capire che la pirateria informatica può essere usata per il Bene e può diventare un’Arte o servire l’Arte.
Con uno stratagemma informatico, Teo evade e, con Cristina e Simonetta, si stabilisce su un’isola del Pacifico, da lui ribattezzata “Hope Island”, dove fonda una sorta di Comunità che accoglie tutti gli hacker che condividono le sue Idee e che siano disposti a contribuire allo sviluppo del suo progetto. (“Hope” venne interpretato sia come Speranza, sia come acronimo per Hacker On Planet Earth.)
Hope Island è un’isola fuori dalle acque territoriali, dove viene studiato e realizzato il sogno di Teo, una nuova forma di comunicazione che diventerà Arte e con la quale tutto ciò che prima era carta scritta, diventa realtà nella mente di chi ne usufruisce.
Ad Hope Island si tiene il primo Hackemeeting mondiale, che diviene un grande “HackLab” permanente. Un laboratorio in cui i partecipanti, esperti d’informatica, artisti e tecnici elettronici, possono sperimentare la passione per la telematica e l’informatica creativa. In capannoni prefabbricati, simili nell’aspetto a grandi officine, i giovani inventano programmi e nuovi strumenti per utilizzare al meglio i software. Ciascun programmatore può concentrarsi su aspetti specifici di utilizzazione e ne apporta miglioramenti sino a trovare la soluzione ottimale. Altri programmatori, invece, lavorano sugli stessi programmi per metterli alla prova e trovarne i difetti. Si viene così a creare una sorta di palestra, dove l’allenamento tra hacker diventa una sfida per superare barriere apparentemente insormontabili. Hope Island diviene così un Porto Franco dell’Universo informatico, un posto in cui è obbligatorio transitare per chiunque abbia qualcosa da dire, qualcosa di innovativo da offrire e che voglia regalarlo all’Umanità.
Era stata decretata la fine della lettura di un romanzo e veniva battezzata l’Era della percezione di un romanzo. L’Era dei microchip X9. L’era degli Psicolibri. Gli hacker divennero moderni copisti e molti romanzi vennero trasformati in un insieme di impulsi. Una grandissima combinazione di impulsi. (…) Il problema non era quello di creare un programma che producesse semplicemente un film mentale. E non era neppure Realtà Virtuale. Quella ormai era storia passata. Oggi veniva creato un programma che permetteva di “vivere” le emozioni, i sentimenti e lo stato d’animo dei personaggi di un romanzo.
Solo alla fine il lettore scoprirà che Simonetta, ormai adulta e ormai “guarita” grazie alle tecniche della scienza, aveva rivissuto, con la nuova Arte creata dal padre, il diario di Teo.
Nel corso della narrazione vari personaggi contribuiscono alla formazione e maturazione di Teo che, da semplice pirata informatico, si trasforma in ideologo del Web.
Tra i personaggi descritti vi sono due terroristi, che vogliono ricostituire una Colonna di Brigate Rosse. Uno dei due terroristi è una ragazza, Adriana, che col suo amore vorrebbe convertire Teo alla Lotta Armata. La Rivoluzione contro l’Imperialismo della Globalizzazione dovrebbe essere narrata e propagandata in Internet e perciò vogliono arruolare Teo. I tentativi di Adriana sono vani. Lei morirà di AIDS in carcere.
Il Consiglio d’Amministrazione della Generalsoft, i killer, le vicende del passato di Teo, i compagni di carcere, sono altri elementi che fanno risaltare la figura del protagonista. Infine sono ricordati e descritti gli ultimi discendenti del popolo Maohi, che vivono nell’isola incontaminata e con paesaggi mozzafiato. Quell’isola scelta da Teo come ultima dimora.
Il funerale di Teo si svolgerà nella tradizione di questo popolo. Una tradizione che il Pirata ha sempre salvaguardato, pur vivendo egli stesso con la tecnologia del Villaggio Globale.
Teo morirà nelle sue officine informatiche. Come nel vecchio west dei pionieri che fecero l’America, anche in quell’isola nel Pacifico il retro della casa era diventato il cimitero di famiglia che Teo ha voluto ornato con migliaia di bonsai, quei bonsai che sono stati la seconda passione di Teo. Quella seconda passione che in passato lo hanno salvato, dalla morte prima e dalla prigione poi. Quei bonsai che, forse, con i segreti racchiusi tra le radici, potrebbero essere la salvezza dell’Umanità.

N.B.: se sei un Editore e ti interessa questo romanzo, scrivimi.

Riferimenti: se vuoi leggere i riassunti degli altri miei romanzi

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Il primo Festival Internazionale Cinema Giovani

27 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Tra le sezioni del Festival vi è lo “Spazio Aperto”, ovvero proiezioni no-stop di opere in 16 mm e super/8, nonché di filmati “video”. Facciamo una breve rassegna di tali opere che, in verità vengono presentate in sordina. In “Effimera” (1981), di Castrenze Scrudato, venti minuti di proiezione, un cineamatore viene in possesso, per errore, di una pellicola non sua, nella quale è ripreso il volto di una giovane donna che, in seguito, viene trovata violentata e uccisa.
In altro film, “Il Grandini” (’81), di Maurizio Costa, ricalca i “polpettoni” di genere poliziesco. Dopo varie avventure con malavita e polizia, un giovane si fa giustizia da sé per vendicare la moglie assassinata.
Più “impegnati” gli altri brevi filmati: “La camera”, ancora di Scrudato, varie riprese dell’interno di una stanza; “L’elicottero”, che con il suo caratteristico rumore viene a disturbare la quiete di un quartiere; “Il Murale”, che dal verde di un giardino viene su improvvisamente.
“Frammenti” più che un film è una rassegna di foto d’Epoca, di cui l’autore mette in risalto le date (1929-30) e l’origine (Tripoli). Le foto raffigurano momenti di vita di allora (operai al lavoro, posizioni statuarie, foto di gruppo e di bambini).
“Appunti su una Metropoli” (1980), di Roberto Forza, si distingue per la colonna sonora. Le musiche, infatti, rapiscono lo spettatore. Il filmato è diviso in tre parti: la Torino “difficile”: mercati Generali, stazione Porta Palazzo, emarginati. La Torino tranquilla: anziani che passeggiano, la quiete del Po e del Valentino (non a caso tali immagini erano commentate dalla canzone La vie en rose, cantata da Edith Piaf). Ed infine la Torino Artistica, in cui l’autore mette in risalto le forme architettoniche di alcuni palazzi e gli artistici capitelli e guglie di alcune ville.
Il filmato australiano “M/M”, di Robert Quittà è molto difficile, con lunghe riprese di particolari che, legati assieme, alla fine danno un risvolto “a sorpresa” al filmato.
Tra le “Strutture produttive” è interessante la “Albedo Cinematografica”, di Milano. Gli allievi del primo anno del corso di specializzazione hanno presentato il “laboratorio teorico – pratico”, soffermandosi sul “movimento del corpo umano” e “sull’inquadratura”, passando poi alla “continuità”, ossia il modo di dare una conseguenza cronologica alle riprese, anche se queste sono state effettuate seguendo un ordine diverso da quello indicato nella sceneggiatura.
È seguita un’analisi del film “Shanghai express”, di j. Von Sternberg, secondo la quale molti primi piani di Marlene Dietrich sono superflui e altri sono fuori dal tempo e dallo spazio” della storia narrata e, se eliminati, nulla toglierebbero alla narrazione e alla continuità del film.
Il Laboratorio della Albedo ha concluso con delle divertenti scenette-inchiesta sul tema: “Il futuro del cinema italiano”. Alla domanda: “Che cos’è il cinema italiano?”, è stato risposto: “il cinema italiano è Pierino”. Per un’allieva, invece, “il cinema è fascino”. Per un’altra “è imprevedibilità”, e per un’altra ancora è “sempre la stessa storia narrata in modo diverso”. Per Gabriella Rosaleva (autrice del film “Processo a Caterina Ross”, in concorso a Torino) il cinema è “pittura in movimento”.
Alla domanda: “Qual è il futuro del cinema italiano?”, qualcuno spiritosamente risponde: “È la speranza di morte di Abatantuono”. Per un’allieva tutto pepe, invece, il futuro del cinema “non esiste: esiste un nuovo dominio dell’immagine”. E ancora: “il cinema italiano è sparito: un rapimento senza rivendicazione né richiesta di riscatto”. Ed anche: “bisogna ripartire da zero: ristudiare il cinema”. E forse anche per questo, per studiare il cinema, che bisogna valorizzare e dare atto di grande merito a questo Festival Internazionale Cinema Giovani.

NOTA: Ho scritto questo articolo nel 1981, in occasione dell’inaugurazione del Primo Festival Internazionale Cinema Giovani, che si teneva a Torino.

Scrittore chi, io? (La rabbia di un giovane scrittore)

19 Ottobre 2003 3 commenti

Com’è che si può scrivere quando ci si rende conto che il cosiddetto “mondo intellettuale” è una merda ed è formato da persone di merda?
Le Case Editrici si distinguono in Grandi Medie e piccole. Le grandi pubblicano solo Nomi Importanti o già famosi (leggi: Piero Chiara, Enzo Biagi, Luca Goldoni, Giovanni Arpino ecc.) e un Autore inedito all’anno (che culo che ha quell’autore, eh?).
Le Case Editrici Medie puntano molto sul sicuro e cioè sulle traduzioni o sul vendibile (Liala, Harmony), o sui classici.
Le Piccole, ma anche qualcuna delle Medie, per pubblicare un’opera chiedono un contributo all’autore, contributo che nel “contratto-tipo” definiscono come “partecipazione dell’autore alla pubblicazione” (sic!).
Ora, chi ha una certa agiatezza economica, può permettersi il lusso di “investire” una certa somma (in media tre milioni) per pubblicare un libro che, anche se non avrà successo, sarà sempre “un libro che ho pubblicato”. D’altra parte è evidente, e indiscutibile, che soltanto con un’Opera realizzata in libro (ossia edito) un autore acquisterà un certo prestigio, riconoscimento e – perché no? – una certa notorietà. Solo un libro pubblicato si può far circolare tra i critici (che cominceranno a “fare orecchio” al nome dell’autore). E solo un libro pubblicato si può far arrivare ad un pubblico, anche se quantitativamente limitato: importa poco che del libro se ne vendano solo poche decine di copie, la maggior parte delle quali acquistate da amici e conoscenti.
Ma? e chi non ha i soldi per “partecipare alle spese di pubblicazione”? Semplice: ce l’ha nel culo e si attacca al tram, come dicono a Torino. E deve aspettare la sua morte per essere pubblicato, Se lo sarà. E quanto più la sua morte sarà clamorosa, tanto più i suoi scritti si venderanno (vedi Pavese, Salgari, o, più recentemente, Bernard Wesper, Guido Morselli: tutti suicidi).
Per quanto riguarda poi i cosiddetti “casi letterari”, io non ci credo: sono le Case Editrici che “fanno”, che “creano” i casi letterari. Ma non vedete che basta che una Casa Editrice metta una pubblicità da un sesto di pagina sui quotidiani maggioro, per portare un libro alle vette della classifica dei più venduti? La pubblicità farebbe comprare persino la cacca.
La Feltrinelli, circa sei mesi fa, pubblicò un libro di Pier Vittorio Tondelli (un giovane che, lo ammetto, sa scrivere). Il libro era intitolato Altri Libertini. (NOTA del 2003: Pier Vittorio Tondelli, omosessuale, è morto giovanissimo di AIDS.) Ebbene, credo che la Feltrinelli abbia “lanciato” Tondelli così come avrebbe potuto lanciare (se lo avesse voluto) qualsiasi altro giovane autore (completamente inedito così come lo è – lo era – Tondelli). Allora cosa viene da pensare? Che Tondelli sia andato a leccare il culo ad Inge o a Tagliaferri? Non, non lo voglio pensare. Voglio pensare che “è capitato a lui”. (Secondo me, anche se delle menti grette, ipocrite, arretrate, meschine, oscurantiste, gli hanno fatto sequestrare il suo Altri Libertini, Tondelli è destinato a ricalcare le orme dei vari Moravia o Cassola; glielo auguro.)
Non parliamo poi del “Mondo della Poesia” o del “Mondo dei Premi”! “I poeti sono quelli che vendo i libri a dozzine” scrisse in una sua lettera a “Tuttolibri” Luigi Compagnoni, “e venderne tre dozzine è già un best-seller”. Eppure questi poeti sono “consacrati” all’altare dell’intellettualità! Indipendentemente dal contenuto delle poesie. Se lo pubblicassi io, un mio libro di poesie, passerebbe sotto silenzio anche se ne vendessi mille, di dozzine. Questo perché è “Tra di loro” che si valorizzano, si difendono, si valutano, si criticano, si sparlano, si lodano, si smerdano, i “poeti”. E inventano nuovi vocaboli per “definire” un dato “stile” o un dato “contenuto” (a volte inventano anche quest’ultimo).
Poco probabilmente sarò in errore ma, secondo me, i libri (narrativa, poesia, saggi) se li pubblicano “tra loro”; tra loro se li premiano; tra di loro se li recensiscono e tra di loro se li comprano (“a dozzine”). Infatti, gira-gira, i nomi degli autori sono sempre gli stessi: così come i nomi dei finalisti e, soprattutto, i nomi dei giurati (Pomilio, Speziani, Bàrberi Squarotti). È chiaro che, così stando le cose, il criterio di giudizio è fisso o, al limite, oscilla entro certi limiti, che ad esempio potrebbero essere le idee sociali o le tessere di partito degli autori-concorrenti. E magari, questi autori-concorrenti, sono “giurati” in una commissione che dovrà giudicare le opere dei giurati precedenti. E gira-gira, nel “panorama letterario” (che belle parole! Panorama Letterario!!!) compaiono sempre gli stessi nomi. Può darsi, addirittura, che si comprino i libri tra di loro: “se tu mi premi questo libro, io ti compro quest’altro libro per tremila biblioteche. E se tu mi compri il tal altro libro, io ti premio il tal altro ancora”. E così via. E sguazzano nella loro cacca (e perché non dovrebbero farlo? Voi non lo fareste?). E a questo i potrei anche essere d’accordo ma, almeno, diano la possibilità ai giovani di farsi notare. Oltretutto, per le Case Editrici sarebbe conveniente (nel senso che ai giovani non dovrebbero dare anticipo): “un Chiara, un Biagi e simili, per far pubblicare un loro lavoro pretendono, come minimo, almeno quaranta milioni d’anticipo sui diritti d’autore”, dichiarò un giorno Inge Schoental, vedova Feltrinelli” e la Feltrinelli, per “punirli”, si è data a pubblicare e “lanciare” giovani autori.

Torino, gennaio 1980 – settembre 1981

Oh, Vecchio Fascino della Clandestinità!

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Siamo in una soffitta, dimora di uno studente universitario fuori corso. È giorno. Una sedia, con una spalliera verso il pubblico. Sulla spalliera è disposto un vecchio giubbetto di jeans che copre alla vista del pubblico alcuni oggetti che il giovane prenderà durante il monologo.

STUDENTE: Pazzo, pazzo, pazzo. È perché sono pazzo che mi viene in mente mia madre? È perché sono pazzo che rivedo il suo viso piangente? È perché sono pazzo che la rivedo soffrire?
La ricordo tempo fa, quando le dissi: ?non interessarti a me. Se muoio, qualcuno ti avvertirà. Non ti darò più notizie di me. Solo ogni tanto telefonerò.?
Poveretta! Deve aver creduto di aver già perso il figlio.
?Non so quando mi laureerò. Non so se mi laureerò. E non mi sposerò.?
Sono stato cattivo a parlarle così? Sono stato brutale? Sono stato animale? E lei ascoltava e non sapeva che dire. Ma sapeva che quel che avrebbe detto sarebbe stato come non detto. E gli occhi le si arrossarono. E la voce le tremò. E il respiro le mancò. E cominciò a singhiozzare. Non credeva di avere un figlio del genere, un figlio degenere.
Tutte le sue illusioni crollarono. Lei si aspettava che suo figlio si laureasse, lavorasse, si sposasse e le desse dei bei nipotini. Sarebbe stato giusto, secondo il suo concetto, un concetto di antica donna del Sud. E invece i suoi sogni svanirono. Deve aver visto un mondo crollarle addosso.
E singhiozzava, piangeva. E invocava sua madre: ?Mamma ? Mamma!? ed io a sorreggerla. Ed io ad incoraggiarla. Ed io a parlarle, a sussurrare un freddo conforto. Le feci bere un sorso d?acqua. E lei continuò a lacrimare, a sentir freddo, ad avere brividi pungenti?
La condussi a letto. Ancora un po? e si calmò. Si addormentò. E stette male per tre giorni interi.
Con le mie parole forse l?ho ferita, le ho fatto del male. Ma l?ho fatto per non farle avere dell?affetto per me, ma dimenticavo che una madre non perde l?affetto per il proprio figlio, pazzo o animale che sia.
Ma sono stato pazzo ad agire così? Sono stato brutale? Sono stato animale?
Ed io l?ho colpita, quel giorno. L?ho colpita nel cuore, nell?anima. E lei, invece, non l?ho meritava. È buona, mia madre. È gentile. Perché farle del male? Nella sua dolce ignoranza pretende ciò che le sembra sia giusto pretendere: quei valori morali che ha sempre ritenuto normali. Che colpa ne ha? Spero soltanto che abbia capito che solo la sua vita è sua. E che la mia è mia. E spero che abbia capito che non può bramare di essere felice a spese della mia felicità.
Forse sono pazzo a pensarla così?
Poi volevo fare lo stesso discorso a mio padre, ma mia madre si batté perché non lo facessi. ?Non dar dispiaceri anche a lui?, mi disse. Ed io non parlai. E quando mio padre tornò, ci salutammo e ci parlammo dicendo soltanto parole già dette, frasi già fatte, di convenienza. E seguirono, poi, lunghi silenzi.
Poi dovevo ripartire, a Torino, a studiare. Ingegneria . Sì ingegneria!
Pensavo che non l?avrei rivista per almeno sei mesi, mia madre. E lo pensavo mentre preparavo le valigie. Lei, minuta, mi aiutava come mi aveva aiutato tante altre volte, tutte le volte che sono dovuto partire, dopo ogni estate, dopo ogni Natale? mi aiutava a modo suo: ?Pensa a ciò che dimentichi?, mi diceva. Ed io replicavo: ? Va bene?. E poi, seccato: ?Va bene?.
?Il pigiama, l?hai preso? Questo l?hai messo? Quello, te lo porti?? ? Si informava con timidezza, quasi soggezione, inibita al massimo da un figlio senza cuore ma, per lei, il suo bambino. Quello di sempre.
?Allora, l?hai preso??, insisteva prendendo il coraggio a due mani. Ed io a sbuffare: ? Sì! Sì! ?Sì!.?
(Il giovane prende dalla sedia una boccia di vetro, quella per le conserve, la fissa e sorride amaramente, inseguendo i ricordi.)

STUDENTE: Poi mi diede qualcosa da mangiare sul treno. Aprì la boccia di vetro, dove conserva la marmellata, quella a pezzi duri, a forma di animali, fatta con mele cotogne, quella che a lei piace tanto, quella che mangia col pane, ogni tanto: dieci pezzi li mangia nel giro di un anno? (Sorride.)
Aprì la boccia ? dicevo ? e prese due pezzi di marmellata. ?Questi li mangi sul treno?, anelò. Poi ne prese un altro pezzo e mi guardò. E poi guardò quei tre pezzi come fosse oro, come fosse tesoro. Stava per avvolgerli nella carta stagnola, ma ne aggiunse un pezzo ancora. ?Ti bastano??, supplicò. ?Sì, sì!?, le risposi sgarbato. Ma lei ne aggiunse ancora uno. Poi, finalmente, li avvolse. E sembrava avvolgesse cinque pezzi d?amore. E credette d?imporsi: ?Questi pezzi li mangi col pane, sono buoni?, ordinò. ?Sono buoni davvero, ne hai per almeno tre mesi?. (Lo studente fa cadere la boccia ai suoi piedi.)

STUDENTE: Era per questo che ogni volta che mangiavo un pezzo di marmellata pensavo a mia madre. E fu per non pensarci più che una sera – anzi una notte – decisi di mangiarla tutta quanta in una botta: così avrei pensato a mia madre solo una volta. E m?ingozzai, con quei cinque pezzi. M?affogai pur di sbrigarmi. Per sbrigarmi e farla finita. Io non volevo pensare a mia madre. Io non voglio pensare a mia madre.
Poi, al solito, mi misi a scrivere: un comunicato, il numero sette, mi pare, e mentre scrivevo mi venne un nodo alla gola. Poi il nodo si sciolse e spuntarono le lacrime. Volevo oppormi al pianto, ma poi mi ci abbandonai. Piansi per dieci minuti buoni. Ero solo, qui dentro, proprio in questa soffitta: erano le tre del mattino e piangere non poteva farmi che bene.
(Il giovane prende una borsa, simile a un tascapane, e la mette a tracolla.)

STUDENTE: ?Capiranno col tempo? mi aveva detto un amico, ?ed ai tuoi genitori sembrerà tutto normale. E si arrenderanno all?evidenza. E si rassegneranno. E tu non avrai fatto loro alcun male.?
Sì, questo, un amico mi disse. E mi convinse. E mi educò. Mi parlò di soldi: Capitalismo, Imperialismo? Servi del Potere.
Poi volantini e comunicati: ai Lavoratori? ai Proletari? a Chi Non Ha. Mi insegnò Nuovi Valori: uccidere, anzi no: giu-sti-zia-re.
(Annuisce amaramente per qualche secondo. Poi elenca i vocaboli in un crescendo angoscioso.)
Gam-biz-za-re, rapire. E poi: Azioni Militari. Guerriglia Metropolitana. Entrare in clandestinità. Al Cuore dello Stato: Colpire. COLPIRE. Centrare.
(Si quieta.) Colpire!? Al-Cuore-dello-Stato.
(Con gesti lenti, Il giovane prende uno striscione rosso e mentre, con calma, lo avvolge, fa casualmente vedere al pubblico ciò che vi è stampato: la scritta ?BRIGATE ROSSE? e una stella a cinque punte dentro ad un cerchio. Avvolge lo striscione e lo mette nel tascapane. Poi prende la pistola-mitraglietta e la scruta per lunghi secondi.)

STUDENTE: Ora non ho più marmellata. Niente più mi ricorda lei. Solo ogni tanto le telefonerò e le dirò che sto bene. (Mette la mitraglietta nella borsa.)
E intanto il tempo scorrerà.

(Prende il giubbotto ed esce velocemente).

(BUIO.)

Tutti i diritti del presente Monologo sono riservati. (SIAE, Sezione DOR, Posizione n. 52246)

Attentati e Piccoli Attentati

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Alcuni giorni fa, dei “terroristi” hanno sparato, e ucciso, Walter Tobagi, un giornalista di Milano.
Lo stesso giorno, a Roma, hanno sparato a tre militari: un carabiniere, un agente di P.S. e un appuntato di P.S. L’appuntato si chiamava Evangelista, ma era noto col soprannome di Serpico. Nell’attentato è morto sul colpo. Gli altri due sono rimasti gravemente feriti.
Ora, quello che mi fa più rabbia è il fatto di come, questi due sanguinosi e mortali avvenimenti sono stati trattati dalla stampa.
Il primo morto, quello di Milano, il giornalista, è stato oggetto di articoli, di commemorazioni ecc. il secondo, quello di Roma, “Serpico”, è passato, si può dire, quasi sotto silenzio, in secondo piano. Ad esempio: dei due gravi feriti di Roma si è saputo pochissimo; erano addirittura stati riportate errate generalità (almeno per quanto riguarda l’agente di P.S.). è stato infatti riportato il cognome Orefice anziché Lorefice, l’età falsata, e non venne detto se fosse sposato o no, con figli o meno. A chi volete che importi di un agente semplice? Invece un giornalista? vita, morte e miracoli.
Dopo il primo giorno, i giornali non hanno riportato più nessuna notizia riguardante le condizioni dei feriti. Non fanno cronaca.
Giovanni Lorefice, l’agente di Pubblica Sicurezza rimasto ferito accanto a Serpico, è mio cugino.
L’ultima volta che gli avevo parlato era stato nel giorno di Capodanno (il 1° gennaio del 1980).
Essendo lui un poliziotto, ed essendo io uno che studiava a Torino, “città-fronte” della guerra con le BR e il terrorismo, la discussione non poteva che cadere sul terrorismo e sulle Brigate Rosse.
Io non mi “sbilanciai”. Giovanni nemmeno, però mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di qualcuno molto in alto e che entro pochi mesi, in Italia, sarebbe scoppiata una “bomba” di scandalo.
Non so se ciò che disse lo disse perché si riteneva in dovere (o diritto) di dire certe cose, in quanto appartenente alle forze dell’ordine, o perché fosse venuto a conoscenza di certi fatti o di certe voci che circolavano in caserma, o perché volesse fare lo sbruffone. Sta di fatto che mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di un “pezzo grosso”, uno che stava molto “in alto”.
E alle mie insistenze per farmi rivelare il nome di questo pezzo grosso rispondeva: “eh! Non posso parlare.”
Alla luce dei nuovi fatti, mi viene un sospetto: chi sa se a sparargli (e gli hanno sparato per ucciderlo) non sia stato qualcuno agli ordini del “pezzo grosso”? l’ipotesi è avvalorata dal fatto che non si è saputo, con certezza, chi ha rivendicato l’attentato; di certo non le Brigate Rosse. E poco conta se tra qualche giorno, o settimana, un qualsiasi pinco-pallino verrà arrestato come esecutore “materiale” dell’attentato: è il pezzo Grosso, quello che conta.
Adesso Giovanni è ancora in ospedale e non conosco le sue condizioni fisiche. Domenica scorsa ho telefonato a casa e mio padre mi ha riferito che mio cugino ha già subito tre interventi al cervello. Ma già Domenica sera stava un tantino meglio: riusciva a parlare ed aveva ancora due proiettili in corpo: uno al collo e uno alla spalla. Il terzo proiettile gli era stato estratto dalla tempia.
Chissà di cosa stavano discutendo dentro la “volante”, Giovanni e Serpico, quando sono stati colpiti. È una curiosità che ho sempre avuto. Forse, appena ne avrò l’occasione, glielo chiederò. “Gli ultimi momenti di Serpico”. Bang-bang-bang-bang!

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Alcune note come diario

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Se è un diario, è un diario:
passato remoto, passato prossimo
e presente sono tutt’uno.

5 giugno 1980 – Pensieri.

Non so perché, ma la mia condizione migliore per scrivere è essere ubriaco, o quasi. Forse ciò non è altro che una “influenza” del mio scrittore preferito: Charles Bukowski. Lui si ubriacava sempre. Anzi era sempre ubriaco. Solo che Hank si considerava una nullità, un emarginato. Io, però, no. Comunque sia, riesco a scrivere di più e meglio quando sono “brillo”. D’altra parte, per uno che è stato a due passi dal drogarsi, bere è abbastanza salutare – anche se, l’alcool, è al terzo posto come causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. La droga è al quarto posto.
E’ tutta una merdata, cazzo!

6 giugno 1980 – Soffitta, ore 4 del mattino.

Ogni volta che giunge la primavera, per me è un dramma: lacrimazioni, prurito alle congiuntive, respiro sibilante, raffreddore da fieno? in poche parole: sono allergico a non so quale cazzo di polline.
Il cortisone iniettato da un certo sollievo, ma non voglio usarlo perché causa rigonfiamenti di certe parti del corpo (guance, braccia ecc.), per non dire degli effetti sul cuore e sulle capsule surrenali.
Da qualche giorno soffro anche di prurito alle gambe e alle cosce. Non so se sia sintomo di allergia anche questo, fatto sta che prima non ne avevo mai sofferto. Perciò sono andato dal dottore.
Vorrei ora aprire una parentesi. Da qualche giorno sono in convalescenza. Ho subito un intervento chirurgico al tallone sinistro: avevo una verruca e me l’hanno “bruciata” (naturalmente dopo un mese di attesa, a causa della prenotazione obbligatoria al Servizio Assistenza dell’Unità di Base). Dopo l’intervento chirurgico, il medico mi ha prescritto delle medicazioni con pennellature di “Mercurocromo”. Chiusa la parentesi.
Poiché i sintomi pruriginosi di cui ho parlato prima sono iniziati un paio d’ore dopo la prima medicazione, ho pensato che FORSE ero allergico anche al “Mercurocromo”. E lo dissi al mio medico, il bravissimo dottor Macchioni Paolo. E questi, dopo avermi guardato le gambe, mi prescrisse degli antistaminici (compresse di “Tavergil”). E poiché gli antistaminici potenziano gli effetti dell’alcool, mi limitai nel bere. O meglio, cercai di limitarmi. E ditemi ora se non sono da assolvere.
Mia madre mi ha spedito dieci litri di vino siciliano, di quello buono, casereccio. E come si fa a non berlo? Come facevo a non berlo? Non avevo frigorifero, nella mia soffitta faceva un caldo d’inferno, entro pochi giorni sarebbe sicuramente andato a male e io non avevo bisogno di aceto. Inoltre, mi aveva spedito un paio di chili di mandorle tostate. Rendo l’idea? Vino. Siciliano. Accompagnato da mandorle tostate. Nella frescura della notte. Con la macchina da scrivere davanti e un bel sigaro in bocca.
Perciò me ne son sbattute le palle: del prurito, della verruca, del Mercurocromo, degli antistaminici? e mi sono fatto certe bevute!

9 giugno 1980 – ancora prurito.

Quando mangio uso mettere del peperoncino rosso sulle pietanze: da più gusto. Da circa venti giorni lo uso sempre, sia a pranzo sia a cena; devo ammettere che ne faccio un abuso. Porto sempre con me una bustina con un po’ di peperoncino e lo metto su ogni pietanza: sulla pastasciutta, sulla pizza, sullo spezzatino?
Ricordate che, a causa dell’allergia, avevo prurito alle congiuntive? Che, a causa, FORSE, del “Mercurocromo”, avevo prurito anche sulle gambe? Bene. Da qualche giorno ho cominciato ad avvertire prurito anche nelle cavità auricolari. Per darmi sollievo mi grattavo continuamente con dei bastoncini igienici ovattati sulle punte. Ma inutilmente: il prurito persisteva.
Quando un fastidio fisico, un dolore o una malattia, mi perdura per più di quattro giorni consecutivi comincio a preoccuparmi. (Ricordo di aver letto che se un dolore persiste per più di sette giorni, allora è meglio fare degli accertamenti. Accertamenti anticancro.)
Come al solito, mi sono recato dal mio medico, che a sua volta mi ha inviato dall’otorinolaringoiatra per una visita specialistica. L’otorino era della SAUB, e alla SAUB si va avanti a via di lunghe prenotazioni. Ma con uno stratagemma sono riuscito ad evitare la prenotazione di due mesi, e sono entrato il giorno dopo.
L’otorino mi ha ricevuto, mi ha chiesto il motivo della visita e gli ho detto che avevo del prurito nel canale auricolare. Mi ha osservato l’interno dell’orecchio con l’imbuto e in due secondi mi ha dato la cura: mangiare in bianco, ossia niente roba piccante. Capite? E a me piace il peperoncino rosso (che da più gusto al cibo e invita a bere boccali di birra) e lui me lo proibiva.
“Tutto qui?” gli ho chiesto.
“Tutto qui. Mangiare in bianco per una settimana almeno. Per caso, metti del pepe rosso nelle pietanze?” mi ha domandato.
“Sì, e molto.”
“Da stasera te lo scordi, va bene?” e mi ha congedato con la frase: “avanti un altro.”
Dopo cinque giorni di mangiare pastina in brodo, mozzarella, pomodoro, lattuga e frutta fresca, finalmente il prurito? anzi “i pruriti” sono cessati.

20 giugno 1980 – Lasciatemi scrivere.

Da qualche giorno, anzi da qualche notte, mi è difficile prendere sonno e addormentarmi. Non soffro di insonnia e non ne ho mai sofferto. Però quest’impossibilità a dormire è dovuta al fatto che la mattina dormo sino a mezzogiorno e a volte anche sino alle due o le tre del pomeriggio. Sicché la notte non riseco a prendere sonno se non prima delle sei o le sette del mattino.
Rientro a casa a mezzanotte, dopo aver comprato la prima edizione de LA STAMPA. Poi, a casa, in soffitta, leggo il giornale e dopo scrivo qualcosa. Infine vado a letto e cerco di dormire, ma non ci riesco. Allora accendo la luce e leggo (o rileggo) Bukowski o Hemingway o Burroughs o Mailer. Finalmente, stanco di leggere, rispengo la luce e ri-cerco di dormire. E in attesa che il sonno mi avvolga col suo grigio mantello, il mio cervello è un turbine: immagini distruttive e autodistruttive si accavallano nella mente mia.
Il pensiero-immagine che più mi è frequente è l’immagine di me stesso che strappa la “sicura” con i denti e lancia una bomba a mano. Non so a “chi”: la lancio e basta. Oppure: i che sparo con un fucile mitragliatore. Sventaglio colpi da destra a sinistra e viceversa.
Spesso, queste scene mi is impiantano nel cervello dopo aver letto articoli di merda scritti da giornalisti di merda.
A volte mi ritrovo a pensare ai miei genitori, lì, al mio paese a 1.500 chilometri di distanza. Allora nel mio “schermo mentale” si affaccia la mia figura che tiene un bastone o una clava in mano. E la faccio roteare sino a colpire, a distruggere, a spaccare tutto ciò che c’è intorno a me, nella mia soffitta: scaffali con i libri, macchina da scrivere, specchio, sedie? tutto, insomma. Oppure “mi vedo” con una pistola puntata alla mia tempia destra ed io pronto a premere il grilletto.
E mi volto dall’altra parte. E mi giro e mi rigiro nel letto. E fuori il vento ulula. Apro gli occhi e, alla fioca luce della luna piena che entra dal lucernario e rischiara la soffitta, vedo i libri, il tavolo, la sedia. E resto un po’ ad occhi aperti. Poi continuo a guardare: dal piano del tavolo si staglia, maestosa come un fallo di Satana, una statua di un potente Dio di qualche Tribù Selvaggia: la sagoma di un bottiglione. Il bottiglione di vino siciliano. Accanto ad esso, la sagoma di un bicchiere. “vaffanculo”, penso. Accendo la luce. Mi alzo dal letto. Mi verso da bere. Bevo. E attacco a scrivere.
Lasciatemi scrivere!

21 giugno 1980

Poi l’effetto del vino si fa sentire.
Cazzo, però è bello.
Ti permette di fare tante cose, il vino.
Ti fa dimenticare, ti fa ricordare, ti fa sentire allegro,
ti fa scrivere “a fiume”, ti rende “Schietto”?
e in più ti fa venire sonno.
Ed io vado a letto, alle otto del mattino.
Good Night.

28 giugno 1980 – 30 giugno 1980. Mattino presto, quasi l’alba.

L’altro ieri è stato il giorno del mio 27° compleanno e è stata la prima volta in vita mia che nessuno, dico NESSUNO, mi ha fatto gli auguri (anche perché non ho “pubblicizzato” quel giorno come quello del mio compleanno). Ed è stata la prima volta che non ho festeggiato.
Non ho festeggiato neppure con Rosy. Nemmeno lei mi ha fatto i tradizionali auguri, però mi ha domandato cosa volessi come regalo (è una richiesta che ha imparato da me). Le ho risposto: “non voglio niente”. Poi siamo andati allo Stadio Comunale a sentire Bob Marley (siamo entrati gratis, naturalmente).
Ricordo come fosse ieri anche il giorno del mio 25° compleanno. Proprio due anni fa ho cominciato a “cambiare” nel vero senso della parola, materialmente e moralmente. Cominciai a diventare quello che sono, a giocare ai cavalli, a scrivere, a leggere Bukowski, a diventare trasandato, a fregarmene degli altri e di tutto, cominciai a percepire certe cose “nascoste alla massa”, cioè alle pecore lavoratrici da otto ore al giorno, ossia a quelli che dicono “bisogna lavorare, per guadagnarsi la pagnotta!”. Oppure quelli che dicono “se lavorassero, certe idee in testa non le avrebbero”. Loro lavorano. Loro sono tranquilli: hanno una casa, una famiglia, la moglie e i figli. Hanno un lavoro sicuro, sono sistemati. E non si accorgono che sono VERAMENTE sistemati. Sistemati per tutta la vita. Per tutta la loro esistenza.

30 giugno 1980 – Altri pensieri.

Debbo telefonare a casa, ai miei genitori. E un’angoscia mi assale.
Ricordo l’ultima volta che telefonai, una settimana fa. Mia madre, come al solito, prima di tutto mi disse un formale “come stai?”. Poi l’immancabile, e non certo formale, “hai dato qualche esame?” ed io mi incazzai: ” è mai possibile che devi sempre pensare agli esami?”
Loro, i miei genitori, si preoccupano per me. Cazzo, tutti domandano loro “e tuo figlio quando si laurea?” e loro non sanno cosa rispondere! Cazzo, ditegli “non lo so” oppure: “che cazzo te ne fotte?”
La famiglia! Tsè. “Un piccolo nucleo per meglio controllare gli individui da parte dei potenti”, come scrisse Oriana Fallaci in un suo libro. Io sono d’accordo con lei e aggiungo: anche per farli soffrire di più.
“la famiglia! Magnifica istituzione morale, santa famiglia, inviolabile creazione divina, chiamata ad educare i selvaggi alle virtù. Santa famiglia, sacrario di tutti i valori, dove i bambini innocenti sono torturati fino a che non hanno detto la prima bugia, dove la volontà è infrancata dall’autoritarismo e dalla repressione, dove la coscienza è uccisa da ciechi egoismi: famiglia, tu sei il covo di tutti i vizi sociali.” Come scrisse Bernardo Bertolucci.
Se muore, mettiamo, una donna, ci dispiace, sì. Però se muore una nostra sorella o un nostro familiare allora “soffriamo”. Perché, poi? Che cos’è che ci spinge a “provare emozioni diverse” per persone diverse? Io, poi, a “certe emozioni” non credo. All’amore , per esempio. O all’amicizia. Sono “sentimenti” creati per meglio sfruttare il prossimo. Quante idiozie o comportamenti privi di senso si commettono in nome di questi “valori”, di queste idiozie santificate! Non è certo una bella cosa essere sfruttati dalla “controparte” stessa o da qualcuno (potere religioso, potere politico, organismi vari ecc.) che le utilizza a proprio vantaggio in mille modi possibili.
“cè un bimbo, povero, che ha bisogno di un palato nuovo,” dice un Organismo internazionale. E subito vengono proposte sottoscrizioni.
“Una bimba non ha soldi per un’operazione al cuore.” E giù, pronte sottoscrizioni. E molti fanno il loro “versamento” con carta di credito o con conto corrente postale. E tutto perché dieci o ventimila lire “donati per fare del bene” alleggeriscono la coscienza.
“poverino! Gli voglio dare ventimila lire.”
Ma se chiedessero un sacrificio, un VERO sacrificio, per salvare una vita, dubito che lo farebbero. Un sacrificio del tipo: “rinunciare ad una promozione” o alla “carriera”.
E ancora non ho telefonato a casa. Ai miei genitori.
Dovevo telefonare un’ora fa. Penso proprio che dovrei telefonare.
Vabbè, telefono domani.

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E fu solo l’inizio

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Molte tappe ci sono state nella mia ancora giovane vita. Ed ho 26 anni.
ho cominciato a “lavorare” ad otto anni. Andavo dal sarto, come ragazzo di bottega. Ma era una vita sedentaria, non mi piaceva.. non rimasi molto in quella sartoria.
A dieci anni, nell’Estate del ’63, andai a lavorare in una officina di elettrauto. Fu lì che incominciai ad essere Uomo, a capire la vita. In quell’officina vi lavorai per tre stagioni estive, durante le vacanze scolastiche.
Nell’Estate del ’66 uscii, per la prima volta, da casa: andai in campeggio sull’Etna, a Linguaglossa, per quindici giorni.
Avevo quindi anni appena compiuti. Cominciai a fare judo.
Nel Settembre del ’66, finite le scuole medie, sorse il problema della iscrizione all’Istituto Superiore. Io volevo iscrivermi all’Istituto Tecnico Navale, di Catania, poiché a Gela non c’era. E non c’è tuttora. Mio padre mi propose di iscrivermi all’Istituto Tecnico per Chimici e mi convinse dicendomi che “al Navale” mi ci sarei potuto iscrivere due anni dopo, dopo aver frequentato, “al Chimico”, i primi due anni (che erano uguali per tutte le scuole). Mi propose anche di farmi rilasciare il libretto di navigazione (imbarcarmi era sempre stato il mio sogno) acconsentendo così di farmi imbarcare nel periodo estivo. Io accettai.
Ce la misi tutta per farmi rilasciare il libretto di navigazione. Superai mille ostacoli burocratici e alla fine ottenni il tanto sognato “libretto di navigazione”.
Era l’Estate del 1970. Finalmente capitò il mio primo imbarco sulla “Andrea Camalich”, una motonave. Facevo il mozzo.
Su quella nave cominciai a capire veramente cosa fosse la Vita e cosa fosse il lavoro.
Feci molta esperienza, in quel periodo, circa due mesi. Visitai molte città. Partecipai persino al salvataggio dell’equipaggio di un mercantile che stava per affondare (e che poi affondò). Tre anni dopo, per quell’azione di coraggio, ricevetti dal Governo italiano la medaglia di bronzo al valore civile e un attestato di benemerenza marinara per essermi “prodigato con coraggio e con sprezzo del pericolo nel salvataggio dell’equipaggio di un mercantile maltese affondato nel canale di Sicilia a causa delle pessime condizioni del mare”.
Imparai a lottare per non farmi sopraffare. E capii che il Mondo è dei furbi. E solo i più furbi “vivono”. E gli altri sono delle vittime. Liberi sì, ma vittime.
Ricordo il primo porto in cui la nave fece scalo: Porto Santo Stefano, in Toscana. Una visione bellissima, dal mare. Un tardo pomeriggio ricco di colori estivi, il 20 luglio. I gabbiani? non avevo mai visto i gabbiani. A Gela erano spariti nel 196a, quando venne la raffineria. Quella sera, in franchigia, andai a vedere un film, “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford.
Successivamente visitai Porto Torres, Sant’Antioco, Bengasi (in Libia), Marina di Carrara, Porto Empedocle. In quel periodo il mio “maestro di vita” fu il Cuoco. Si chiamava Carmelo Cremona, era di Vibo Valentia e si definiva “il più grande puttaniere del mondo”. Diceva di avere un’amante in ogni porto. Tutte le puttane erano le sue amanti.
L’Estate successiva, sempre in qualità di mozzo, mi imbarcai sulla “Fratelli D’Alesio”, una moto cisterna (petroliera, cioè). Qui il lavoro era meno pesante poiché era regolato da un normale “contratto di lavoro” che veniva applicato. Invece sulla “Camalich” non si sapeva nemmeno cosa fosse un “contratto di lavoro”. (Proprio quando navigavo su quella motonave, la gloriosa Compagnia di navigazione Camalich fallì. Non percepii nessun stipendio e il curatore fallimentare me lo inviò a casa ben tre anni dopo. Abbiamo anche saputo che per quel salvataggio, la Compagnia aveva ricevuto un lauto compenso dall’armatore Maltese della nave affondata, ma la parte spettante all’equipaggio fu sottratta, qualcuno diceva dal Comandante, altri dal Curatore.)
Anche sulla “Fratelli D’Alesio” ho fatto esperienze. Primo fra tutti: la maniera di guadagnare di più lavorando di meno. Inoltre ho visitato città come Venezia, Bari, Palermo, Civitavecchia, Livorno ed ho conosciuto sempre più gente, di ogni specie.
Nell’Estate del ’72 (mi ero appena diplomato, Perito Chimico), sorsero discussioni con mio padre. Cominciai ad avere i miei primi conflitti interiori ed il mio desiderio d’avventura aumentò e si fece più prepotente. D’altra parte, anche da bambino esprimevo il desiderio di andare via, in America e in Inghilterra, ad ogni contrarietà che sorgeva nell’ambito familiare.
Mio padre fa il macchinista navale, ha girato il mondo, ha “vissuto”, è stato anche a lavorare in America.
Mio nonno paterno era un commerciante, ed anche lui era stato in America, per sedici anni. Questo spirito d’avventura era, quindi, una tradizione di famiglia.
Come dicevo, nell’Estate del ’72 mi diplomai e feci “la festa del diploma”.
Contemporaneamente la nostra abitazione, risalente ad oltre cent’anni addietro, doveva essere demolita perché cadente. E si era già in fase di ricostruzione allorché espressi a mio padre il desiderio di andare all’università. Mio padre rimase sorpreso di ciò: mi aveva sempre sentito dire che una volta diplomato sarei andato a lavorare, o almeno avrei cercato un posto. La notizia dell’università non fu di suo gradimento. Seguirono discussioni. Mia madre era d’accordo per l’università. Liti tra mio padre e mia madre. Penso l’unico ad andarci di mezzo per questa storia fu mio fratello, Gaetano. Lui aveva sempre espresso il desiderio di andare all’università e sentire simili discussioni non deve essere stato molto positivo. Infatti si iscrisse, sì, all’università, però rinunciando alla frequenza. Ciò si rivelò, in seguito, una mossa sbagliata, anche se la Facoltà in cui si iscrisse era “Economia e Commercio”, ritenuta, non so se a torto o a ragione, una Facoltà “facile”.
Mentre erano in corso queste discussioni, alla Capitaneria di Porto c’era una “chiamata” di imbarco sulla M/c “Simona”, dell’Armatore Montanari. Io colsi l’occasione al volo. E accettai di imbarcarmi come “giovanotto di macchine”, un gradino più su del mozzo, come dire, mozzo in sala macchine. Era il Settembre del 1972. Il giorno 4. Quell’anno si tenevano le Olimpiadi in Germania.
Dopo l’imbarco, per circa due mesi, non detti notizie di me. Il 25 Ottobre telefonai a casa. Parlai con mio padre che si disse disposto a mandarmi all’università. E che perciò, “poi”, cioè in futuro, non avrei dovuto dare a lui la colpa, nel caso fossi rimasto senza laurea.
Contemporaneamente avevo ricevuto una lettera dai miei amici con la quale mi facevano saperea che mio padre si era interessato a sbrigare i documenti necessari all’iscrizione.
Il giorno dopo, anche dietro consiglio del 2° ufficiale di macchine, al quale avevo raccontato l’intera faccenda, spedii un telegramma a casa mia: “DECISO ANDRÒ UNIVERSITÀ STOP SEGUE LETTERA SALVINO”.
Il 4 Novembre 1972 arrivai a Torino. Alloggiai alla Pensione “Meublè”, dove c’erano tutti i miei vecchi compagni gelesi. Il 5 mi iscrissi al Politecnico. Il 6 chiudevano le iscrizioni.
Fu così che cominciò la mia “avventura torinese”, che sarebbe durata 16 anni.

torino, 1977

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"Las Vegas Boy", un romanzo.

28 Settembre 2003 1 commento

SU “LAS VEGAS BOY” E QUALCHE RICORDO

Ho finito di scrivere il mio secondo romanzo; è intitolato “Las Vegas Boy”. Ancora qualche ritocco e potrò inviarlo agli editori.
Non che io ritenga valido “Las Vegas Boy”, solo che uno scrittore DEVE scrivere, per essere tale.
“Las Vegas Boy” era nato come racconto, infatti lo scrissi in circa quaranta pagine. In seguito lo volli riscrivere e scrivendo scrivendo, mi si è dilatato, allungato, mi ha “preso la mano” sino a diventare un lunghissimo racconto di 170 pagine manoscritte (dattiloscritte sono diventate 208).
Potrei definire “Las Vegas Boy” come un’esercitazione dello “scrivere”: è una favoletta, una storiella semplice e lineare che non “dice” nulla, che non ha, cioè, un contenuto morale (anche se, volendo, ve lo si può trovare). Questo romanzo si differenzia molto dal mio primo libro, “Balordo ma non troppo”.
Tra il primo e il secondo romanzo si nota la differenza di scrittura, di prosa, di stile, di qualità di maturità, di espressione. Se riscrivessi “Balordo ma non troppo”, con l’esperienza acquisita in questi due anni, credo che ne verrebbe fuori un’Opera colossale (non è detto che non la riscriva!). quando uno scrittore riscrive un suo lavoro, necessariamente fa delle variazioni e “aggiunte”, “tagli” e spostamenti di interi periodi. Ma sono le “aggiunte” che “migliorano” il lavoro, non le variazioni e le correzioni. Il contenuto tuttavia rimane immutato.
A parte “Las Vegas Boy”, dopo “Balordo ma non troppo” ho scritto dei racconti che intitolerò “Anelli di fumo”. Questi racconti si distinguono l’uno dall’altro per lo stile e per la “maturità” artistica dell’autore, ossia del sottoscritto.
Se “qualcuno che se ne intende” leggesse tutti i miei scritti, questo qualcuno potrebbe benissimo classificarli in ordine cronologico di scrittura e di realizzazione basandosi solo sul “modo mio di scrivere”, basandosi, cioè, sulla variazione di “stile” e di espressione tra un mio scritto e l’altro.
C’è da dire però che ho cominciato “a scrivere” letto assolutamente nulla di narrativa. Gli unici libri che avevo letto, sino a circa due anni fa, sino al febbraio ’79, erano stai “manuali” di ogni genere. Da “Come difendersi col judo” a “Come diventare più alti di 10 centimetri”; da “Come diventare ipnotizzatori” a “Come sviluppare una memoria più potente”; da “Come ottenere una personalità magnetica” a Come diventare più ricchi”. Tutti libri che ho letto tra i 14 e i 16 anni. Poi lessi libri che trattavano di giochi di prestigio. Di questi – tra i 17 e i 22 anni – ne avrò letti, e studiati, una cinquantina. Poi “la qualità di lettura migliorò”, come disse un mio compagno di camera, quando vivevo in una pensione. Ero passato dai “manuali” ai “saggi”, a libri, cioè, sulla psicologia, sull’intelligenza, a libri che trattavano di Dinamica Mentale, Esoterismo e Yoga, sino ad arrivare a “scoprire” (era citato in moltissimi libri) Bertrand Russell, del quale ho letto, ad oggi, una decina di opere.
Bertrand Russell mi ha fatto capire moltissime cose, mi ha fatto cominciare a “pensare”, ad essere me stesso. Credo bene che Russell fosse ritenuto “rivoluzionario” ai suoi tempi: lo è ancora oggi!. I suoi libri, seppur scritti decine di anni fa, sono attualissimi ancora oggi.
Intanto con l’università “tiravo avanti” a stento: superavo un esame dopo averlo tentato due o tre o anche quattro volte. Avevo 24 anni. Quasi 25.
Un giorno mi venne in mente di annotare, copiandoli dai libri che andavo leggendo, le frasi che ritenevo degne di annotazione e che fossero, per me, piene di significato. Poi decisi di aggiungere, a dette frasi, il mio “pensiero”; infine cominciai a scrivere dei pensieri che riflettevano il mio stato d’animo momentaneo (una sorta di diario) che ritenevo, e ritengo tuttora, validi.
Cominciai a “scrivere” poche settimane prima di compiere 25 anni, e poiché “scrivevo per me stesso”, non mi curavo molto della “forma” o dello “stile”: buttavo giù frasi su frasi e pensieri su pensieri, e basta. In un secondo tempo pensai che avrei potuto tentare di far pubblicare quegli “Scritti”, perciò chiesi a Rosy di battermeli a macchina. Rosy, poverina, lavorava tutto il giorno, eppure non si rifiutò. Ma io capii che le veniva pesante, lavorare tutto il giorno e battere a macchina quando tornava dal lavoro. Sicché decisi di farmi prestare la sua macchina da scrivere e di copiare io stesso i miei manoscritti.
Dopo aver copiato una decina di pagine, capii che quegli “Scritti” non sarebbero mai stati pubblicati, nessun Editore lo avrebbe ami fatto. Quegli “Scritti” sarebbero stati validi per la pubblicazione solo dopo che sarei diventato “famoso”. Ma per diventare “famoso” occorreva che io pubblicassi altri libri. Quali, se io non ne avevo scritti altri?
Nel febbraio del ’79 lessi una recensione di Beniamino Placido riguardo un libro di Charles Bukowski, “Taccuino di un vecchi sporcaccione”, e poiché notai che parlava di “scommesse sui cavalli e di vagabondaggio e di decine di mestieri”, decisi di comprarlo. E quel libro avrebbe fatto cambiare me e la mia vita e, forse, mi ha salvato dalla droga. Quel libro condizionò la mi avita futura per molto tempo, almeno un anno. Fu come se fossi rinato.
Cominciai a scrivere anch’io come Bukowski e cose che scriveva B. “Io sono simile a lui”, pensavo. Infatti cominciai a bere, a giocare ai cavalli molto più “forte”, cominciai a vagabondare e viaggiare (anche se non molto lontano), presi a fare molti lavori (tipo scaricatore ai mercati generali e fattorino) e, soprattutto, cominciai a scrivere: se non avessi letto B: non avrei mai cominciato a scrivere. Si può dire che B. sia stato il mio ispiratore, no: il mio “emulato”, il mio Mentore. Ripeto: forse è perché sono stato influenzato da B: che cominciai a fare lavori saltuari e degradanti. Nella Cooperativa ci sfruttavano: col lavoro di decine di persone come me (che venivano chiamati “soci”) la cooperativa aveva un introito pari al nostro: cioè, del nostro guadagno la cooperativa prendeva metà somma, e legalmente erano tutti a posto: i capi, i dirigenti e gl’impiegati (la cooperativa era in realtà un raket delle braccia legalizzato).
E cominciai a scrivere narrando le mie esperienze, cominciai a buttare giù delle annotazioni e infine raccolsi il tutto in volume, formando così un romanzo che intitolai “Un romanzo quasi vero”, che inviai alla Savelli Editore, alla Feltrinelli e alla Einaudi: tutte e tre lo rifiutarono. E fu l’inizio di una lunga serie di rifiuti da parte di tante piccole e medie Case Editrici.
In seguito aggiunsi altre avventure, ne eliminai delle altre, cambiai qualche pagina e trasformai il titolo in “Balordo ma non troppo”. Questo libro è scritto – me lo fece notare l’Einaudi – “in modo facile e superficiale”. In più: “è quasi privo di intreccio”. Nello scrivere le storie mi limitavo a narrare la scarna cronaca, il fatto in sé; non davo opinioni né facevo commenti. E questo, purtroppo, non è narrativa.
Naturalmente, in seguito, lessi tutti gli altri libri di C. Bukowski, e inoltre: Hemingway, Henry Miller, Pavese, Norman Mailer. E man mano scrivevo racconti. E il mio “stile” cambiava, tant’è che ogni racconto risultava scritto in modo migliore del precedente. Lessi anche gli autori moderni: Fallaci, Chiara, Mario Puzo, Pier Vittorio Tondelli (giovane inedito, poi edito e infine sequestrato). Nel frattempo avevo cominciato la seconda stesura di “Las Vegas Boy” e procedendo nella narrazione mi accorgevo mi accorgevo che venivo influenzato dallo stile degli autori che andavo leggendo. Ero portato a scrivere come ognuno di loro. Infine la mia “personalità” si è imposta ed ho ottenuto un mio stile che, al momento in cui scrivo la presente nota, non so se somiglia a quello di qualcun altro.
Ripeto: non sono molto soddisfatto del contenuto di “Las Vegas Boy”, però posso dire che mi è stato di grande aiuto per trovare uno stile e per esercitarmi, e per dimostrare a me stesso che avevo il temperamento e l’energia per portare sino in fondo un lavoro già iniziato (ma che non fosse solo un racconto). e devo dire che scrivere un libro, un romanzo di 200 pagine, non è tento semplice come si pensa.
Non sono molto soddisfatto di “Las Vegas Boy” perché le cose che mi piace scrivere sono delle “storie” con sfondo “sociale” o autobiografico e che, soprattutto, “dicano qualcosa”, che facciano riflettere il lettore, che abbiano una “morale”
Proprio l’altro ieri, mentre andavamo a sentire Bob Marley allo stadio, scherzando dissi a Rosy: l’unica cosa che mi dispiacerebbe, se morissi, è il non aver fatto nulla nella mia vita; nulla di tangibile: vorrei almeno scrivere qualche libro che lasciasse una traccia del mio passaggio su questa terra”. E “Las Vegas Boy”, anche se la lasciasse, non sarebbe di quelle che più mi caratterizzano o che rispecchiano la mia natura. Però è un bel romanzo.
Luglio 1980

Riferimenti: se vuoi conoscere il riassunto del romanzo collegati

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Perchè non lo fate anche voi?

17 Settembre 2003 1 commento

FATELO ANCHE VOI

Per sopravvivere, in una metropoli, si prova di tutto, soprattutto quando si è giovani studenti universitari spensierati. A volte, sono i tentativi più assurdi a dare i risultati migliori.
Tempo fa un mio compagno di università – allora frequentavo il Politecnico di Torino – mi disse di avere letto, su una rivista, che in America, “negli USA”, sono centinaia di migliaia le persone che vivono alle spalle delle grandi ditte. Per esempio: è sufficiente che una persona scriva ad una Ditta di pomodori pelati in scatola segnalando che in una scatola di loro produzione non c’erano pomodori pelati, bensì baccalà secco, per vedersi recapitare a casa, dopo pochi giorni, intere casse di pomodori pelati: un regalo inviato dalla Ditta per “ringraziare della cortese segnalazione e per scusarsi dell’errore”. Allo stesso modo si comportano le Ditte di spaghetti, di caramelle ecc. Per le Ditte, queste persone si trasformeranno in pubblicità vivente. Pubblicità gratis, naturalmente.
Forte di questo fatto il mio amico raccolse alcune conchiglie, alcuni tappi di bottiglie, un po’ di spago, delle vite, e mise il tutto dentro una lattina vuota di coca cola. Fece un pacchettino e lo spedì ad una grossa industria di radio e registratori. La lettera di accompagnamento suonava pressappoco così: “Spett. Ditta, il radioregistratore che ho comprato presso una vostra succursale non funziona. Lo potete constare Voi stessi. Ve lo invio per farlo aggiustare. Distinti saluti.”
Dopo qualche settimana il mio amico si vide recapitare un radioregistratore nuovo, due tappi di bottiglia e una lettera che diceva: “Gentile cliente, ci scusiamo per l’incidente. Le inviamo, insieme al suo radioregistratore riaggiustato, due pezzi che non figurano nel nostro ultimo modello. Cordiali saluti.”
L’ironia e la capacità di stare al gioco di quella Ditta fece sì che le due lettere comparvero su un giornale e la Ditta ci guadagnò in pubblicità.
Io facevo, e faccio, tesoro di ogni esperienza, non per nulla mi definisco, quale romanziere, “archeologo della Vita”. Sicché, da faccia tosta, rafforzata dalla mancanza di soldi, volli provare anch’io. Da non crederci, ma voi credeteci. Ecco ciò che feci.
Un mio amico aveva regalato alla sua ragazza una scatola di cioccolatini. Dentro ad ognuna di queste scatole c’è un tagliando per i reclami che dice: “in caso di reclamo allegare il presente tagliando”. Ed ebbi l’idea. Mi feci dare il tagliando e scrissi alla ditta dicendo ci aver trovato una intera scatola di cioccolatini avariati. Non scrissi altro. Dopo quindici giorni mi giunse una lettera che mi autorizzava a recarmi presso una lussuosa pasticceria del Centro di Torino per ritirare una nuova scatola di cioccolatini. E così feci. Oggi quella ditta è fallita, ma allora era una grande S.p.A. il cui Logo erano due vecchietti che bevevano una tazza di cioccolata calda.
Dopo questo primo successo, non solo continuai, ma incoraggiavo gli amici a fare altrettanto. Riccardo il mio ex compagno di stanza della pensione studentesca in cui abitavo, un cervellone che prendeva trenta e lode in tutte le materie, era troppo serio e indaffarato a studiare e non avrebbe mai fatto simili bravate. Un giorno mi disse di aver scoperto un errore su un libro. Era un libro scientifico, universitario, e gli errori non potevano essere tollerati. Soprattutto se si trattava di una formula matematica Colsi al volo l’occasione e scrissi alla Casa Editrice segnalando che a pagina “tot”, rigo “tot”, del volume “tot” c’era una formula inesatta, il cui errore era stato scoperto e verificato da noi studenti. Puntualmente mi giunsero i ringraziamenti e l’invito a richiedere, in omaggio, un libro di mio gradimento da loro edito (quella volta scelsi “Progettazione di apparecchiature industriali”).
Riccardo, stavolta, visto il mio successo, volle imitarmi. Segnalò un altro errore di un altro libro alla stessa Casa Editrice e, come di consueto ricevette, quale omaggio, un altro libro.
Questo sistema si stava rivelando una gallina dalle uova d’oro: i libri universitari erano (e lo sono ancora) costosi, e quindi con faccia tosta segnalai anch’io il secondo errore e conquistai un altro libro (“Principi di ingegneria chimica”, in due volumi).
Un’altra volta scrissi una poesia intitolata “Anche una pipa può far parte della tua vita”, ed era dedicata alla pipa, di cui ero un estimatore, oltre che fumatore distinto. (N.d.A: con un po’ di pazienza e un buon Motore di ricerca, se volete leggere la poesia, digitatene il titolo e la troverete da qualche parte in Internet. Chi non ne ha voglia, dovrà aspettare: verrò – forse – pubblicata sul prossimo numero de lalisca.com, nell’apposita rubrica di poesie). Inviai la poesia ad una Grande Casa costruttrice di pipe e il suo anziano fondatore, Achille Savinelli, per ringraziarmi e complimentarsi, mi inviò una pipa in omaggio la cui lettera di accompagnamento era stata da lui stesso firmata. Conservo gelosamente lettera e pipa, tenera compagna di innumerevoli e memorabili e solitarie fumate.
Poco prima era stata la volta di un motorino messo in palio dalla FIAT per chi avesse fatto un disegno per pubblicizzare un suo nuovo modello. Vinsi il motorino perché partecipai presso una concessionaria del centro, dove ero stato l’unico concorrente.
Un’altra volta scrissi ad una rivista a fumetti (L’intrepido, lo ricordate?) per segnalare loro un plagio. “?Quel racconto – scrissi – l’ho letto su un’altra rivista vostra concorrente” (Lancio Story, ricordate?) beh, per concludere: dopo pochi giorni mi è arrivata una lettera di ringraziamento con la comunicazione di assegnazione di un abbonamento annuale alla rivista, “quale omaggio per noi attenti lettori”.
Da allora ogni occasione era buona per scroccare un regalo.
Perché non lo fate anche voi?

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