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Archivio per la categoria ‘Spettacoli’

Sarde salate

25 Febbraio 2009 Commenti chiusi


  "Sai qual è il mio cibo preferito?". disse il serial killer.Sarde salate. Quelle che vendono sottosale. Ripulivo quattro o cinque sardine eliminando il sale in eccesso. Le lavavo con aceto. Non con l’acqua. Con aceto. Poi mettevo le sarde in un piatto e le marinavo con olio extravergine d’oliva, e con il succo di mezzo limone, aggiungendo pepe, nero e rosso. Le lasciavo con la lisca, le sarde. Le mangiavo spezzandone un pezzettino per volta. Afferravo per la coda una sarda, la sollevavo al di sopra della mia testa e, aprendo la bocca, mordevo la punta della sarda che penzolava.   

Dunque, l’uomo non è (non si considera) un serial killer. Il suo analista non giudica il suo paziente, non gli da consigli. Durante le sedute interviene sporadicamente e in maniera scarna, ma sarà anche una presenza fondamentale e determinante e sarà amato ed odiato dal suo paziente.

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nuovo romanzo

25 Febbraio 2009 Commenti chiusi

 

Ho appena finito di scrivere un romanzo, un thriller. L’ho intitolato "Io non sono un serial killer". Qualcuno sa se c’è un editore disposto a pubblicarlo? (E non ridete, per favore).

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caffettiera

25 Febbraio 2009 Commenti chiusi

Lettera a studenti universitari argentini.

8 Febbraio 2009 Commenti chiusi

   Carissimi amici argentini, cara Norma Nieto, cari studenti universitari, innanzi tutto vi ringrazio per la scelta da voi fatta in merito al mio testo teatrale, intitolato LUI, NON NOI, che rappresenterete, scelto come saggio di fine anno per il orso di Lingua Italiana.

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Il primo Festival Internazionale Cinema Giovani

27 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Tra le sezioni del Festival vi è lo “Spazio Aperto”, ovvero proiezioni no-stop di opere in 16 mm e super/8, nonché di filmati “video”. Facciamo una breve rassegna di tali opere che, in verità vengono presentate in sordina. In “Effimera” (1981), di Castrenze Scrudato, venti minuti di proiezione, un cineamatore viene in possesso, per errore, di una pellicola non sua, nella quale è ripreso il volto di una giovane donna che, in seguito, viene trovata violentata e uccisa.
In altro film, “Il Grandini” (’81), di Maurizio Costa, ricalca i “polpettoni” di genere poliziesco. Dopo varie avventure con malavita e polizia, un giovane si fa giustizia da sé per vendicare la moglie assassinata.
Più “impegnati” gli altri brevi filmati: “La camera”, ancora di Scrudato, varie riprese dell’interno di una stanza; “L’elicottero”, che con il suo caratteristico rumore viene a disturbare la quiete di un quartiere; “Il Murale”, che dal verde di un giardino viene su improvvisamente.
“Frammenti” più che un film è una rassegna di foto d’Epoca, di cui l’autore mette in risalto le date (1929-30) e l’origine (Tripoli). Le foto raffigurano momenti di vita di allora (operai al lavoro, posizioni statuarie, foto di gruppo e di bambini).
“Appunti su una Metropoli” (1980), di Roberto Forza, si distingue per la colonna sonora. Le musiche, infatti, rapiscono lo spettatore. Il filmato è diviso in tre parti: la Torino “difficile”: mercati Generali, stazione Porta Palazzo, emarginati. La Torino tranquilla: anziani che passeggiano, la quiete del Po e del Valentino (non a caso tali immagini erano commentate dalla canzone La vie en rose, cantata da Edith Piaf). Ed infine la Torino Artistica, in cui l’autore mette in risalto le forme architettoniche di alcuni palazzi e gli artistici capitelli e guglie di alcune ville.
Il filmato australiano “M/M”, di Robert Quittà è molto difficile, con lunghe riprese di particolari che, legati assieme, alla fine danno un risvolto “a sorpresa” al filmato.
Tra le “Strutture produttive” è interessante la “Albedo Cinematografica”, di Milano. Gli allievi del primo anno del corso di specializzazione hanno presentato il “laboratorio teorico – pratico”, soffermandosi sul “movimento del corpo umano” e “sull’inquadratura”, passando poi alla “continuità”, ossia il modo di dare una conseguenza cronologica alle riprese, anche se queste sono state effettuate seguendo un ordine diverso da quello indicato nella sceneggiatura.
È seguita un’analisi del film “Shanghai express”, di j. Von Sternberg, secondo la quale molti primi piani di Marlene Dietrich sono superflui e altri sono fuori dal tempo e dallo spazio” della storia narrata e, se eliminati, nulla toglierebbero alla narrazione e alla continuità del film.
Il Laboratorio della Albedo ha concluso con delle divertenti scenette-inchiesta sul tema: “Il futuro del cinema italiano”. Alla domanda: “Che cos’è il cinema italiano?”, è stato risposto: “il cinema italiano è Pierino”. Per un’allieva, invece, “il cinema è fascino”. Per un’altra “è imprevedibilità”, e per un’altra ancora è “sempre la stessa storia narrata in modo diverso”. Per Gabriella Rosaleva (autrice del film “Processo a Caterina Ross”, in concorso a Torino) il cinema è “pittura in movimento”.
Alla domanda: “Qual è il futuro del cinema italiano?”, qualcuno spiritosamente risponde: “È la speranza di morte di Abatantuono”. Per un’allieva tutto pepe, invece, il futuro del cinema “non esiste: esiste un nuovo dominio dell’immagine”. E ancora: “il cinema italiano è sparito: un rapimento senza rivendicazione né richiesta di riscatto”. Ed anche: “bisogna ripartire da zero: ristudiare il cinema”. E forse anche per questo, per studiare il cinema, che bisogna valorizzare e dare atto di grande merito a questo Festival Internazionale Cinema Giovani.

NOTA: Ho scritto questo articolo nel 1981, in occasione dell’inaugurazione del Primo Festival Internazionale Cinema Giovani, che si teneva a Torino.

Oh, Vecchio Fascino della Clandestinità!

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Siamo in una soffitta, dimora di uno studente universitario fuori corso. È giorno. Una sedia, con una spalliera verso il pubblico. Sulla spalliera è disposto un vecchio giubbetto di jeans che copre alla vista del pubblico alcuni oggetti che il giovane prenderà durante il monologo.

STUDENTE: Pazzo, pazzo, pazzo. È perché sono pazzo che mi viene in mente mia madre? È perché sono pazzo che rivedo il suo viso piangente? È perché sono pazzo che la rivedo soffrire?
La ricordo tempo fa, quando le dissi: ?non interessarti a me. Se muoio, qualcuno ti avvertirà. Non ti darò più notizie di me. Solo ogni tanto telefonerò.?
Poveretta! Deve aver creduto di aver già perso il figlio.
?Non so quando mi laureerò. Non so se mi laureerò. E non mi sposerò.?
Sono stato cattivo a parlarle così? Sono stato brutale? Sono stato animale? E lei ascoltava e non sapeva che dire. Ma sapeva che quel che avrebbe detto sarebbe stato come non detto. E gli occhi le si arrossarono. E la voce le tremò. E il respiro le mancò. E cominciò a singhiozzare. Non credeva di avere un figlio del genere, un figlio degenere.
Tutte le sue illusioni crollarono. Lei si aspettava che suo figlio si laureasse, lavorasse, si sposasse e le desse dei bei nipotini. Sarebbe stato giusto, secondo il suo concetto, un concetto di antica donna del Sud. E invece i suoi sogni svanirono. Deve aver visto un mondo crollarle addosso.
E singhiozzava, piangeva. E invocava sua madre: ?Mamma ? Mamma!? ed io a sorreggerla. Ed io ad incoraggiarla. Ed io a parlarle, a sussurrare un freddo conforto. Le feci bere un sorso d?acqua. E lei continuò a lacrimare, a sentir freddo, ad avere brividi pungenti?
La condussi a letto. Ancora un po? e si calmò. Si addormentò. E stette male per tre giorni interi.
Con le mie parole forse l?ho ferita, le ho fatto del male. Ma l?ho fatto per non farle avere dell?affetto per me, ma dimenticavo che una madre non perde l?affetto per il proprio figlio, pazzo o animale che sia.
Ma sono stato pazzo ad agire così? Sono stato brutale? Sono stato animale?
Ed io l?ho colpita, quel giorno. L?ho colpita nel cuore, nell?anima. E lei, invece, non l?ho meritava. È buona, mia madre. È gentile. Perché farle del male? Nella sua dolce ignoranza pretende ciò che le sembra sia giusto pretendere: quei valori morali che ha sempre ritenuto normali. Che colpa ne ha? Spero soltanto che abbia capito che solo la sua vita è sua. E che la mia è mia. E spero che abbia capito che non può bramare di essere felice a spese della mia felicità.
Forse sono pazzo a pensarla così?
Poi volevo fare lo stesso discorso a mio padre, ma mia madre si batté perché non lo facessi. ?Non dar dispiaceri anche a lui?, mi disse. Ed io non parlai. E quando mio padre tornò, ci salutammo e ci parlammo dicendo soltanto parole già dette, frasi già fatte, di convenienza. E seguirono, poi, lunghi silenzi.
Poi dovevo ripartire, a Torino, a studiare. Ingegneria . Sì ingegneria!
Pensavo che non l?avrei rivista per almeno sei mesi, mia madre. E lo pensavo mentre preparavo le valigie. Lei, minuta, mi aiutava come mi aveva aiutato tante altre volte, tutte le volte che sono dovuto partire, dopo ogni estate, dopo ogni Natale? mi aiutava a modo suo: ?Pensa a ciò che dimentichi?, mi diceva. Ed io replicavo: ? Va bene?. E poi, seccato: ?Va bene?.
?Il pigiama, l?hai preso? Questo l?hai messo? Quello, te lo porti?? ? Si informava con timidezza, quasi soggezione, inibita al massimo da un figlio senza cuore ma, per lei, il suo bambino. Quello di sempre.
?Allora, l?hai preso??, insisteva prendendo il coraggio a due mani. Ed io a sbuffare: ? Sì! Sì! ?Sì!.?
(Il giovane prende dalla sedia una boccia di vetro, quella per le conserve, la fissa e sorride amaramente, inseguendo i ricordi.)

STUDENTE: Poi mi diede qualcosa da mangiare sul treno. Aprì la boccia di vetro, dove conserva la marmellata, quella a pezzi duri, a forma di animali, fatta con mele cotogne, quella che a lei piace tanto, quella che mangia col pane, ogni tanto: dieci pezzi li mangia nel giro di un anno? (Sorride.)
Aprì la boccia ? dicevo ? e prese due pezzi di marmellata. ?Questi li mangi sul treno?, anelò. Poi ne prese un altro pezzo e mi guardò. E poi guardò quei tre pezzi come fosse oro, come fosse tesoro. Stava per avvolgerli nella carta stagnola, ma ne aggiunse un pezzo ancora. ?Ti bastano??, supplicò. ?Sì, sì!?, le risposi sgarbato. Ma lei ne aggiunse ancora uno. Poi, finalmente, li avvolse. E sembrava avvolgesse cinque pezzi d?amore. E credette d?imporsi: ?Questi pezzi li mangi col pane, sono buoni?, ordinò. ?Sono buoni davvero, ne hai per almeno tre mesi?. (Lo studente fa cadere la boccia ai suoi piedi.)

STUDENTE: Era per questo che ogni volta che mangiavo un pezzo di marmellata pensavo a mia madre. E fu per non pensarci più che una sera – anzi una notte – decisi di mangiarla tutta quanta in una botta: così avrei pensato a mia madre solo una volta. E m?ingozzai, con quei cinque pezzi. M?affogai pur di sbrigarmi. Per sbrigarmi e farla finita. Io non volevo pensare a mia madre. Io non voglio pensare a mia madre.
Poi, al solito, mi misi a scrivere: un comunicato, il numero sette, mi pare, e mentre scrivevo mi venne un nodo alla gola. Poi il nodo si sciolse e spuntarono le lacrime. Volevo oppormi al pianto, ma poi mi ci abbandonai. Piansi per dieci minuti buoni. Ero solo, qui dentro, proprio in questa soffitta: erano le tre del mattino e piangere non poteva farmi che bene.
(Il giovane prende una borsa, simile a un tascapane, e la mette a tracolla.)

STUDENTE: ?Capiranno col tempo? mi aveva detto un amico, ?ed ai tuoi genitori sembrerà tutto normale. E si arrenderanno all?evidenza. E si rassegneranno. E tu non avrai fatto loro alcun male.?
Sì, questo, un amico mi disse. E mi convinse. E mi educò. Mi parlò di soldi: Capitalismo, Imperialismo? Servi del Potere.
Poi volantini e comunicati: ai Lavoratori? ai Proletari? a Chi Non Ha. Mi insegnò Nuovi Valori: uccidere, anzi no: giu-sti-zia-re.
(Annuisce amaramente per qualche secondo. Poi elenca i vocaboli in un crescendo angoscioso.)
Gam-biz-za-re, rapire. E poi: Azioni Militari. Guerriglia Metropolitana. Entrare in clandestinità. Al Cuore dello Stato: Colpire. COLPIRE. Centrare.
(Si quieta.) Colpire!? Al-Cuore-dello-Stato.
(Con gesti lenti, Il giovane prende uno striscione rosso e mentre, con calma, lo avvolge, fa casualmente vedere al pubblico ciò che vi è stampato: la scritta ?BRIGATE ROSSE? e una stella a cinque punte dentro ad un cerchio. Avvolge lo striscione e lo mette nel tascapane. Poi prende la pistola-mitraglietta e la scruta per lunghi secondi.)

STUDENTE: Ora non ho più marmellata. Niente più mi ricorda lei. Solo ogni tanto le telefonerò e le dirò che sto bene. (Mette la mitraglietta nella borsa.)
E intanto il tempo scorrerà.

(Prende il giubbotto ed esce velocemente).

(BUIO.)

Tutti i diritti del presente Monologo sono riservati. (SIAE, Sezione DOR, Posizione n. 52246)

Un appunto volante sui "Sei Personaggi" di Luigi Pirandello

11 Luglio 2003 Commenti chiusi

I Sei Personaggi di Pirandello, quelli che sono in cerca d?un Autore, all?inizio del dramma, è vero, cercano un autore. Ma dopo, cercano solo di essere rappresentati. E se cercano di essere rappresentati vuol dire che hanno già una storia. E se hanno una storia vuol dire che c?è già stato un autore che l?ha scritta.
Il Pirandello stesso ci dice, nella sua prefazione all?opera, che un giorno la Fantasia gli portò a casa sei Personaggi, ma egli li respinse, poiché non vedeva nel loro destino un ?significato più alto?, in grado di giustificarne la rappresentazione.
Come li respinse? Non certo rifiutandosi di scrivere una storia. Non certo distruggendo il loro passato, passato che, non si sa come, volente o nolente, i Personaggi già avevano. Ma li respinse semplicemente ??non volendo o non potendo materialmente metterli al mondo dell?arte.? (Pirandello, Sei Personaggi in cerca d?autore.)

Nel dramma, i sei Personaggi sostituiscono il loro dilemma iniziale ? la ricerca d?un autore ? con un altro dilemma: la ricerca d?una Compagnia che li rappresenti o, meglio, che rappresenti il loro dramma, le loro storie.
I Personaggi passano così di dramma in dramma, di avventura in avventura: il Dramma del loro passato, il perpetuarsi del loro Dramma che nulla e nessuno può mutare, la ricerca d?un autore, la ricerca della Compagnia che li rappresenti, che li metta in scena. E a lato di tutto ciò vi sono i conflitti tra personaggio e Personaggi, tra Personaggio e Personaggio, il continuo litigare tra loro. Ciascun Personaggio nutre sentimenti di inimicizia nei riguardi degli altri: il Figlio nei riguardi della madre, perché ha abbandonato suo padre; la Figliastra nei riguardi del patrigno, a causa della sua visita da Madama Pace (la tenutari di una casa di tolleranza); il Padre nei riguardi della Figliastra, perché ella lo giudica sulla base di quell?errore; il Figlio nei riguardi della sorellastra, perché è figlia di un estraneo? E, in mezzo a tutti, l?innocente bambino, che il Pirandello, non so perché, fa morire (forse per rendere più drammatico il Dramma?).
Con tutti questi problemi e conflitti e accuse e difese, non capisco perché i Personaggi si ostinino a cercare un Autore. A cosa servirebbe loro? A farsi cambiare il Destino, forse?

Torino, 25 ottobre 1982