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Archivio per la categoria ‘Musica’

Un Blog?

27 Giugno 2006 1 commento

Un Blog? Una vita. Una parvenza di Vita? Tutta la tua vita On Line? A che pro? Eppure ci siamo. Speriamo di esserci, così. O No?

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Esistenzialismo, finale.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Zerocinquantanove del 22 giugno 2006. E? tardi, vado a letto. Ho inaugurato il mio portatile, acquistato dopo averlo agognato per un paio di anni. Blog e romanzi. E sito web. A proposito, il mio è http://web.tiscali.it/salvinolorefice Visitatelo.
Mancano solamente tarallucci e vino.

altro esistenzialismo. quasi un finale.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Ho scritto i miei nuovi blog senza sapere quando li avrei pubblicati. Penso che i blog (o blogs?) siano dei pensieri intimi che non hanno scadenza, non hanno fine. Eppure i blog sono nati (hanno avuto successo) come gossip, meteora nel firmamento degli stupidi avvenimenti di questo mondo. Ignorando che il mondo, il firmamento non è altro che la nostra esistenza, la nostra non-esistenza, ossia quella che avviene dentro di noi, dentro il nostro cervello e dentro la nostra anima (psiche, per i non credenti).

sempre esistenzialismo?

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

È ancora il 22 giugno appena iniziato. Esattamente qualche minuto dopo mezzanotte. Penso al mio amico di gioventù. Si è laureato in ingegneria, si è sposato, tre figli bravi ragazzi. Famiglia felice. Ma ci vuole poco a crollare un Mondo. Il suo secondo genito, Francesco ha avuto un incidente col suo motorino. Un?auto l?ha investito. Gli hanno dovuto amputare una gamba. Francesco è un campione di break dance.

l’angolo dell’esistenzialista.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Oggi è appena iniziato il 22 giugno del 2006. Penso che sia bello avere una famiglia. Una moglie e due figli dei quali non ti puoi lamentare. Certo, ognuno ha i propri difetti, ma una persona senza difetti non è una persona, è un dio. E nella mia famiglia siamo un gruppetto di mortali. Quattro comuni mortali. Solo Allah è perfetto.

Rieccomi con un comunicato

6 Settembre 2004 1 commento


Ad un ragusano d’adozione il Premio “Libera la Cultura”
Con il romanzo “Il Pirata dell’isola dei bonsai”, quale miglior testo di narrativa, Salvino Lorefice è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Libera la Cultura – Festival delle Serre” indetto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cerisano (Cosenza) e giunto ormai alla XII edizione.
La cerimonia di consegna del Premio si terrà a Cerisano domenica 10 settembre.
Salvino Lorefice, funzionario INPS nativo di Gela ma residente a Ragusa da quasi vent’anni, è stato insignito lo scorso Luglio del “Premio Speciale Kiwanis Club” di Gela “per aver contribuito a diffondere la cultura siciliana in Italia”. Le sue commedie, infatti, continuano ad essere rappresentate in numerose città d’Italia ottenendo ovunque ampi consensi.

Riferimenti: visita il mio sito

Gioco, che Pasione!

29 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Gioco, dolce gioco. Il gioco è affascinante. Il gioco è brivido. Il gioco è bello. Anche la Vita è un gioco. Tutto è un gioco. La Vita è un gioco col destino. Col destino si può giocare a poker (e non sei mai sicuro di vincere) o a scacchi e non ti puoi permettere di sbagliare). Un giocatore è capace di tutto. Il giocatore è un uomo coraggioso. Io sono sempre stato un giocatore. In ogni gioco si perde o si vince, si vince o si perde.
Desidero riportare un brano del mio scrittore preferito. Chi è? Finalmente ve lo dico: è Charles Bukowski.
“Santa Anita, 22 marzo 1968, ore 15,10. Non riesco a colpire Quillo’s Babe, il colpo mi avrebbe portato alla pari in accoppiata con Alpen Dance. La quarta corsa è finita e non ho preso un cavallo, sono sotto di 40 dollari virgola zero, avrei dovuto colpire Boxer Bob alla seconda corsa montato da Bianco, uno tra i migliori fantini sconosciuti, a 9 contro 5; con ogni altro fantino, diciamo Lambert, Pineda o Gonzales, il cavallo sarebbe stato a 6 contro 5 o alla pari. Ma c’è un vecchio proverbio (metto insieme vecchi proverbi mentre me ne vado in giro stracciato) secondo cui la conoscenza che non viene seguita dall’azione è peggio dell’ignoranza. Perché se tiri ad indovinare e non ci prendi puoi sempre dire, merda, gli dei mi sono avversi. Ma se ‘sai’ e non fai, vuol dire che in testa hai soffitte e anticamere buie da percorrere avanti e indietro e a cui pensare. Non è mica una cosa sana, produce serate noiose, un eccesso d’alcool e seghe.
“Va beh. I vecchi scommettitori non scompaiono. Muoiono. Una volta per tutte, sulla 5 strada est, o a vender giornali di lotta con un berretto da marinaio in testa, a far finta che tutto è un gioco, il cervello spaccato in due, le budella ciondoloni, il cazzo senza dolce figa.
Penso che sia stato uno degli allievi di Freud, che adesso è diventato un filosofo di una certa importanza – lo leggeva la mia ex moglie – a dire che il gioco d’azzardo è una forma di masturbazione. È bello essere intelligenti e dire cose così. E poi c’è sempre qualche piccola verità in quasi tutti i proverbi. Se fossi un ragazzo intelligente penso che direi qualcosa come ‘pulirsi le unghie con una limetta sporca è una forma di masturbazione’.
“Forse mi guadagnerei un assegno o una borsa di studio, la spada del re sulla spalla e 14 pezzi di figa in calore. Voglio dirvi solo questo, col mio passato di fabbriche, panchine di parco, mestieri ingrati, donne malvagie e tempi duri della Vita. La ragione per cui di solito la gente va alle corse è che si è lasciata fottere dal giro di vite, dalla faccia pazzesca del capo reparto, dalla prepotenza del padrone di casa, dal sesso senza vita dell’amante; da tasse, cancro, depressione; da abiti che vanno in pezzi la terza volta che limetta, da acqua che sa di piscio, da medici che dirigono catene di montaggio e ambulatori indecenti, da ospedali spietati, da uomini politico col cervello pieno di puss? potrei continuare così, ma poi mi accuserebbero di essere troppo amaro e demenziale, ma il mondo fa di noi uomini (e donne) dei pazzi, e perfino i santi sono dementi, non si salva niente. Così vaffanculo. Ottimo. Stando ai miei calcoli ho avuto soltanto 2500 pezzi di figa ma ho visto 12.500 corse di cavalli, e se posso darvi un consiglio, ecco qui: datevi alla pittura ad acquerelli.
“Quel che sto cercando di dirvi è che la ragione per cui la gente va alle corse è perché è in agonia, eggià, ed così disperata che preferisce correre il rischio di prolungare l’agonia piuttosto che affrontare la sua condizione attuale. E i giovani non sono così scemi come si pensa. Stan seduti in cima ai monti a studiare il moto vorticoso delle formiche. Non pensate che Johnson sia orgoglioso del suo ombelico? E non capite al tempo stesso, che Johnson è uno degli stronzi più grossi che mai ci siano stati aizzati contro? Ci incastrano, ci bastonano e ci fanno a pezzetti fino al rincoglionimento totale; siamo rincoglioniti al punto che qualcuno finisce per amare il i suoi aguzzini perché questi ci torturano con metodi che sono assolutamente logici. È ragionevole dato che in vista non c’è niente di diverso. Dev’essere giusto così visto che non esiste nient’altro. Cosa? Santa Anita è lì, Johnson è pure lì. E, per qualche ragione, siamo noi a lasciarceli. Siamo noi che costruiamo i nostri stessi steccati e poi urliamo quando ci lasciamo strappare i genitali dal guardiano sub normale che agita la gran croce d’argento (d’oro non ce n’è più). Ecco perché siamo in tanti, anche se non tutti, il 22 marzo 1968 di pomeriggio ad Arcadia, California.”
È forte CHARLES BUKOWSKI, eh?
Un vero giocatore deve, non dico SEMPRE vincere, ma vincere “nella media”. Il gioco mi ha sempre affascinato.
Circa tre mesi fa, forse cinque mesi fa, iniziai a giocare ai cavalli, entrando così a far parte di quella schiera di giocatori che si autodefinisce perdente ma che gioca perennemente. L’ambiente che o finora frequentato è pieno di opinioni comuni, tra l’altro non giustificate, quali: “ai cavalli non si può mai vincere”. Oppure “chi vince ai cavalli qualche soldo, in seguito lo riperderà”, ed altre frasi del genere. Eppure, se sono convinti di ciò, perché giocano? Ho conosciuto gente che gioca ai cavalli da trent’anni e tutti mi hanno detto che in totale sono in perdita., ma che ormai hanno il vizio e allora giocano le cinque- dieci mila lire così, per abitudine.
Prima che io vincessi una corsa tris da trecento mila lire, perdevo cinquanta mila lire. Poi vinsi e da allora ho utilizzato quella somma con criterio.
Ma non esistono soltanto gli ippodromi e i cavalli, ci sono pure i casinò e le roulette. La roulette, la regina dei giochi (il principe è il poker).
Sono milioni i giocatori che ogni anno varcano la soglia di un casinò, ma ben pochi rinunciano a fare un gioco originale. Essi dunque non credono tanto alla fortuna quanto alla loro capacità di condurre un gioco il più intelligente possibile. Quasi sempre, con un po’ di esperienza (e di denaro) ci riescono.
Molte sono le esperienze a cui un uomo, nolente o volente, deve sottostare, ma nessuna è costosa come quella del gioco. E fra tutti giochi, la roulette è quello contro cui si cimenta l’intelligenza più pugnace del giocatore.
“succede inoltre – scrive Lyonell Groass nel suo libro “Così ho sempre vinto alla roulette” – che chi più conosce la roulette e più ne sperimenta le dure avversità, maggiormente sente di essere vicino a scrutare nel suo mistero. Il miete spesso vittime tra gli inesperti e superficiali, ed è tra questi che si ritrovano i disperati.”
Io, quando ho perso, non mi sono mai disperato, né ho mai imprecato contro la sorte.
“ci sono persone – continua Lyonell Groass – che affidano alla roulette patetici sogni di riscossa contro la grigia esistenza di un tavolo d’ufficio; individui già sull’orlo di dissesti materiali e morali, che chiedono alla volubile pallina, affidandole anche l’ultima lira, di cambiare di punto in bianco la loro sorte.
Secondo me, questi sono i “perdenti”.
Molti dicono, e forse ne sono convinti, che vanno al casinò per divertimento 8ed inconsciamente è come se dicessero “quindi devo perdere”), ci credo poco: chi va al casinò non solo VUOLE, ma DEVE vincere: è nel suo diritto. Però non bisogna lasciarsi trascinare, lasciarsi prendere la mano, dal gioco. NOI dobbiamo dominare il gioco e non il contrario. Non sempre l’uomo è vittima del “cieco destino” (anzi mai), ma piuttosto del proprio carattere e dunque di se stesso.
Quelli che dicono di andare al casinò per divertirsi, di solito ci vanno con una somma prestabilita e giocano fino a quando non la perdono (al contrario di un vero giocatore che “sa” quando è giunto il momento di smetterla, anche se è in perdita. Questi individui, anche se hanno le tasche gonfie di fiches, sono sempre dominati dalla frenesia del gioco e se ne liberano al più presto quanto più stanno perdendo, quasi a voler uscire da un incubo (ma loro dicono: “per rifarmi”).
Per questa gente, una visita sistematica, anche se piccola, non vuol dire nulla; eppure, questa vincita potrebbe equivalere alla rendita di una piccola industria o di un florido commercio. E qualunque cifra essi vincano, non possono fare a meno di tornare a rischiarla per innato autolesionismo.
L’ing. Hans B. che con un suo sistema vinceva in qualsiasi casinò, così freddamente commenta: “Senza di loro il casinò non avrebbe denaro per pagare le mie vincite.”
Chi gioca è un uomo “solo”, per questo ha bisogno dell’esperienza di tanti altri giocatori.
Ogni questione riguardante il gioco, purché esaminata con serietà, ha il pregio di sollevare un velo, di porre un problema. E i problemi, si sa, mantengono la mente sveglia. Specie i problemi del gioco. Il gioco, diversamente da altre distrazioni umane, richiede studio e metodo. Come in passato e come in futuro, oggi si rischia volentieri. È un piacere dal quale nessuno si sottrae (tranne quelli che non hanno emozioni e vivono una vita dalla quale non sanno prendere nulla, una vita piatta. Bleah!!!) ogni giocatore che si rispetti cerca di elevare il gioco in se stesso, di analizzarne la psicologia e le possibilità infinite. Certo che il capriccio di un’incostante pallina o di carte bizzarre o dadi piuttosto scherzosi possono compensare o deludere la fiducia di un giocatore. A Las Vegas, La Mecca del gioco, ogni giocatore professionista inizia ala “giornata” inserendo una monetina in alcune “slot machine” per “sapere” se quel giorno la Dea Bendata gli è favorevole o no.
Troppi credono di saper giocare alla roulette, a poker, a ramino ecc., ma di fatto sono migliaia quelli che annualmente si avvicinano ai tavoli da gioco di tutto il mondo nel modo più spericolato e imprudente senza, non dico sapersi difendere, ma senza nemmeno una conoscenza delle regole.
Un giocatore deve unire deve e passione in un sol blocco. Le mete non si raggiungono se non si possiedono questi requisiti insostituibili e irresistibili.
Come ho già detto, l’espressione “vincere sempre al gioco” non esiste. È più realistico ed onesto dire che si può “vincere nella media”, una media settimanale, quindicinale, mensile, di partite metodiche che ogni buon giocatore sa trovare divertendosi. Capito questo, uno che inizia “a giocare” finirà di disperarsi e di imprecare se qualche volta gli va male. Basterà che pensi: “per oggi ho perso.” Senza drammi né lamentele.
Pazienza e costanza sono le doti del giocatore, sangue freddo ed energia sono indispensabili per poter giungere logicamente al successo. Quindi un giocatore deve iniziare a giocare solo se è ben riposato, oppure giocare fino a quando le energie glielo consentono.
Uno dei misteri più indecifrabili, ma in pari tempo più affascinante della nostra psiche è il meccanismo della formazione delle idee.
“Tu sei – diciamo – seduto ad una tavolo di roulette e tutto sforzo del tuo cervello è teso a far sorgere l’impulso che ti condurrà a posare i tuoi gettoni nel punto giusto. I Teorici dicono che ogni colpo è nuovo ed indipendente da quelli precedenti e da quelli che seguiranno: I Paratici accettano questa teoria con qualche riserva: un determinato fenomeno o un gruppo di fenomeni si è già verificato nelle identiche circostanze, è questo è nella memoria del giocatore. Il giocatore valuta, nel proprio inconscio, la possibilità o la probabilità che l’evento si ripeta ancora ad una quota ben diversa da quella determinata dalla matematica pura. A ciò si replica: sono superstizioni. Possibile. Ma l’Umanità, nel suo lento intercedere le ha create, non togliendole dalla fantasia di un singolo individuo, ma dalla autentica e controllata osservazione del ripetersi di un dato evento, fausto o infausto, il cui ricordo si incide nella memoria dei secoli.” (da: “Casinò Cronache” – anno I°, n. 1 dicembre 1977.)
dunque noi siamo attentissimi alla ricerca di un’occasione. Quando l’abbiamo trovata e abbiamo fatto la puntata, per sprecare minori energie, è bene rilassarsi e smettere di rodersi il fegato, le unghie e logorarsi i nervi guardando con gli occhi sbarrati il tamburo della roulette e la pallina. Fai un sorriso. Sia che tu perdi sia che vinci. Quindi ricorda che una macchina, anche se perfetta come l’uomo, è pur sempre una macchina, e che l’uomo subisce l’orgasmo dei propri nervi. Quindi evita, nel gioco, distrazioni o conversazioni coi vicini di tavolo e tanto meno con !quelli che non giocano”.
Sempre dalla rivista “Casinò Cronache”:
“Inoltre, per essere in forma, non dimentichiamo che dovremo presentarci in partita alieni dall’avere inghiottito bevande forti: bando ai liquori e ai vini generosi. Nei casinò è meglio allontanare le donne, siano queste mogli o amiche. Alla larga dalle conquiste occasionali di cui sarà bene liberarsi cortesemente, anche col dono di qualche gettone?
“non dimentichiamo che le Donne-Portafortuna al gioco non esistono. Il giocatore serio deve sedersi al tavolo per “lavorare” e non per fare l’uomo galante. In quel momento è nel suo ufficio e non conosce nessuno.”
Io vorrei aggiungere che non credo alla frase fatta “sfortunato al gioco, fortunato in amore”; a me è capitato di verificare tutte le possibili combinazioni tra: fortuna, sfortuna, gioco e Amore. Non sono legate tra loro da nessuna legge. Ognuna non ha niente in comune con le altre.
l’ingegnere tedesco Hans B., che in pochi mesi ha accumulato una fortuna grazie a piccole vincite sistematiche alla roulette, dice: “tutto ciò che ho, casa al mare, auto, yacht ecc. avrei potuto farmele col mio lavoro professionale, ma bisogna ammettere, senza falsi pudori, che solo giocando ho potuto vivere a modo mio. Non credo sia immorale, vero?”
no, ingegnere, non è immorale.
Certo che (non solo per me) la tentazione di diventare giocatore professionista è forte, sebbene può non prevalere. Tutti noi ci portiamo dietro quei pregiudizi, una mentalità e persino un destino (quello da noi scelto!) e sono tutte cose difficili da modificare. Del gioco è bello approfittare, e quando si gioca bisogna vincere, magari col preciso scopo di modificare la propria condizione economica. Ma quanto a farne “uno scopo”, un “fine” nella vita, se si scartano le debite eccezioni, capita e capiterà a pochi. Io stesso alterno al gioco altri lavori. Il mio scopo è quello di essere libero, e non schiavo del gioco.

Riferimenti: leggi il riassunto di un romanzo sul gioco d’azzardo

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Alcune note come diario

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Se è un diario, è un diario:
passato remoto, passato prossimo
e presente sono tutt’uno.

5 giugno 1980 – Pensieri.

Non so perché, ma la mia condizione migliore per scrivere è essere ubriaco, o quasi. Forse ciò non è altro che una “influenza” del mio scrittore preferito: Charles Bukowski. Lui si ubriacava sempre. Anzi era sempre ubriaco. Solo che Hank si considerava una nullità, un emarginato. Io, però, no. Comunque sia, riesco a scrivere di più e meglio quando sono “brillo”. D’altra parte, per uno che è stato a due passi dal drogarsi, bere è abbastanza salutare – anche se, l’alcool, è al terzo posto come causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. La droga è al quarto posto.
E’ tutta una merdata, cazzo!

6 giugno 1980 – Soffitta, ore 4 del mattino.

Ogni volta che giunge la primavera, per me è un dramma: lacrimazioni, prurito alle congiuntive, respiro sibilante, raffreddore da fieno? in poche parole: sono allergico a non so quale cazzo di polline.
Il cortisone iniettato da un certo sollievo, ma non voglio usarlo perché causa rigonfiamenti di certe parti del corpo (guance, braccia ecc.), per non dire degli effetti sul cuore e sulle capsule surrenali.
Da qualche giorno soffro anche di prurito alle gambe e alle cosce. Non so se sia sintomo di allergia anche questo, fatto sta che prima non ne avevo mai sofferto. Perciò sono andato dal dottore.
Vorrei ora aprire una parentesi. Da qualche giorno sono in convalescenza. Ho subito un intervento chirurgico al tallone sinistro: avevo una verruca e me l’hanno “bruciata” (naturalmente dopo un mese di attesa, a causa della prenotazione obbligatoria al Servizio Assistenza dell’Unità di Base). Dopo l’intervento chirurgico, il medico mi ha prescritto delle medicazioni con pennellature di “Mercurocromo”. Chiusa la parentesi.
Poiché i sintomi pruriginosi di cui ho parlato prima sono iniziati un paio d’ore dopo la prima medicazione, ho pensato che FORSE ero allergico anche al “Mercurocromo”. E lo dissi al mio medico, il bravissimo dottor Macchioni Paolo. E questi, dopo avermi guardato le gambe, mi prescrisse degli antistaminici (compresse di “Tavergil”). E poiché gli antistaminici potenziano gli effetti dell’alcool, mi limitai nel bere. O meglio, cercai di limitarmi. E ditemi ora se non sono da assolvere.
Mia madre mi ha spedito dieci litri di vino siciliano, di quello buono, casereccio. E come si fa a non berlo? Come facevo a non berlo? Non avevo frigorifero, nella mia soffitta faceva un caldo d’inferno, entro pochi giorni sarebbe sicuramente andato a male e io non avevo bisogno di aceto. Inoltre, mi aveva spedito un paio di chili di mandorle tostate. Rendo l’idea? Vino. Siciliano. Accompagnato da mandorle tostate. Nella frescura della notte. Con la macchina da scrivere davanti e un bel sigaro in bocca.
Perciò me ne son sbattute le palle: del prurito, della verruca, del Mercurocromo, degli antistaminici? e mi sono fatto certe bevute!

9 giugno 1980 – ancora prurito.

Quando mangio uso mettere del peperoncino rosso sulle pietanze: da più gusto. Da circa venti giorni lo uso sempre, sia a pranzo sia a cena; devo ammettere che ne faccio un abuso. Porto sempre con me una bustina con un po’ di peperoncino e lo metto su ogni pietanza: sulla pastasciutta, sulla pizza, sullo spezzatino?
Ricordate che, a causa dell’allergia, avevo prurito alle congiuntive? Che, a causa, FORSE, del “Mercurocromo”, avevo prurito anche sulle gambe? Bene. Da qualche giorno ho cominciato ad avvertire prurito anche nelle cavità auricolari. Per darmi sollievo mi grattavo continuamente con dei bastoncini igienici ovattati sulle punte. Ma inutilmente: il prurito persisteva.
Quando un fastidio fisico, un dolore o una malattia, mi perdura per più di quattro giorni consecutivi comincio a preoccuparmi. (Ricordo di aver letto che se un dolore persiste per più di sette giorni, allora è meglio fare degli accertamenti. Accertamenti anticancro.)
Come al solito, mi sono recato dal mio medico, che a sua volta mi ha inviato dall’otorinolaringoiatra per una visita specialistica. L’otorino era della SAUB, e alla SAUB si va avanti a via di lunghe prenotazioni. Ma con uno stratagemma sono riuscito ad evitare la prenotazione di due mesi, e sono entrato il giorno dopo.
L’otorino mi ha ricevuto, mi ha chiesto il motivo della visita e gli ho detto che avevo del prurito nel canale auricolare. Mi ha osservato l’interno dell’orecchio con l’imbuto e in due secondi mi ha dato la cura: mangiare in bianco, ossia niente roba piccante. Capite? E a me piace il peperoncino rosso (che da più gusto al cibo e invita a bere boccali di birra) e lui me lo proibiva.
“Tutto qui?” gli ho chiesto.
“Tutto qui. Mangiare in bianco per una settimana almeno. Per caso, metti del pepe rosso nelle pietanze?” mi ha domandato.
“Sì, e molto.”
“Da stasera te lo scordi, va bene?” e mi ha congedato con la frase: “avanti un altro.”
Dopo cinque giorni di mangiare pastina in brodo, mozzarella, pomodoro, lattuga e frutta fresca, finalmente il prurito? anzi “i pruriti” sono cessati.

20 giugno 1980 – Lasciatemi scrivere.

Da qualche giorno, anzi da qualche notte, mi è difficile prendere sonno e addormentarmi. Non soffro di insonnia e non ne ho mai sofferto. Però quest’impossibilità a dormire è dovuta al fatto che la mattina dormo sino a mezzogiorno e a volte anche sino alle due o le tre del pomeriggio. Sicché la notte non riseco a prendere sonno se non prima delle sei o le sette del mattino.
Rientro a casa a mezzanotte, dopo aver comprato la prima edizione de LA STAMPA. Poi, a casa, in soffitta, leggo il giornale e dopo scrivo qualcosa. Infine vado a letto e cerco di dormire, ma non ci riesco. Allora accendo la luce e leggo (o rileggo) Bukowski o Hemingway o Burroughs o Mailer. Finalmente, stanco di leggere, rispengo la luce e ri-cerco di dormire. E in attesa che il sonno mi avvolga col suo grigio mantello, il mio cervello è un turbine: immagini distruttive e autodistruttive si accavallano nella mente mia.
Il pensiero-immagine che più mi è frequente è l’immagine di me stesso che strappa la “sicura” con i denti e lancia una bomba a mano. Non so a “chi”: la lancio e basta. Oppure: i che sparo con un fucile mitragliatore. Sventaglio colpi da destra a sinistra e viceversa.
Spesso, queste scene mi is impiantano nel cervello dopo aver letto articoli di merda scritti da giornalisti di merda.
A volte mi ritrovo a pensare ai miei genitori, lì, al mio paese a 1.500 chilometri di distanza. Allora nel mio “schermo mentale” si affaccia la mia figura che tiene un bastone o una clava in mano. E la faccio roteare sino a colpire, a distruggere, a spaccare tutto ciò che c’è intorno a me, nella mia soffitta: scaffali con i libri, macchina da scrivere, specchio, sedie? tutto, insomma. Oppure “mi vedo” con una pistola puntata alla mia tempia destra ed io pronto a premere il grilletto.
E mi volto dall’altra parte. E mi giro e mi rigiro nel letto. E fuori il vento ulula. Apro gli occhi e, alla fioca luce della luna piena che entra dal lucernario e rischiara la soffitta, vedo i libri, il tavolo, la sedia. E resto un po’ ad occhi aperti. Poi continuo a guardare: dal piano del tavolo si staglia, maestosa come un fallo di Satana, una statua di un potente Dio di qualche Tribù Selvaggia: la sagoma di un bottiglione. Il bottiglione di vino siciliano. Accanto ad esso, la sagoma di un bicchiere. “vaffanculo”, penso. Accendo la luce. Mi alzo dal letto. Mi verso da bere. Bevo. E attacco a scrivere.
Lasciatemi scrivere!

21 giugno 1980

Poi l’effetto del vino si fa sentire.
Cazzo, però è bello.
Ti permette di fare tante cose, il vino.
Ti fa dimenticare, ti fa ricordare, ti fa sentire allegro,
ti fa scrivere “a fiume”, ti rende “Schietto”?
e in più ti fa venire sonno.
Ed io vado a letto, alle otto del mattino.
Good Night.

28 giugno 1980 – 30 giugno 1980. Mattino presto, quasi l’alba.

L’altro ieri è stato il giorno del mio 27° compleanno e è stata la prima volta in vita mia che nessuno, dico NESSUNO, mi ha fatto gli auguri (anche perché non ho “pubblicizzato” quel giorno come quello del mio compleanno). Ed è stata la prima volta che non ho festeggiato.
Non ho festeggiato neppure con Rosy. Nemmeno lei mi ha fatto i tradizionali auguri, però mi ha domandato cosa volessi come regalo (è una richiesta che ha imparato da me). Le ho risposto: “non voglio niente”. Poi siamo andati allo Stadio Comunale a sentire Bob Marley (siamo entrati gratis, naturalmente).
Ricordo come fosse ieri anche il giorno del mio 25° compleanno. Proprio due anni fa ho cominciato a “cambiare” nel vero senso della parola, materialmente e moralmente. Cominciai a diventare quello che sono, a giocare ai cavalli, a scrivere, a leggere Bukowski, a diventare trasandato, a fregarmene degli altri e di tutto, cominciai a percepire certe cose “nascoste alla massa”, cioè alle pecore lavoratrici da otto ore al giorno, ossia a quelli che dicono “bisogna lavorare, per guadagnarsi la pagnotta!”. Oppure quelli che dicono “se lavorassero, certe idee in testa non le avrebbero”. Loro lavorano. Loro sono tranquilli: hanno una casa, una famiglia, la moglie e i figli. Hanno un lavoro sicuro, sono sistemati. E non si accorgono che sono VERAMENTE sistemati. Sistemati per tutta la vita. Per tutta la loro esistenza.

30 giugno 1980 – Altri pensieri.

Debbo telefonare a casa, ai miei genitori. E un’angoscia mi assale.
Ricordo l’ultima volta che telefonai, una settimana fa. Mia madre, come al solito, prima di tutto mi disse un formale “come stai?”. Poi l’immancabile, e non certo formale, “hai dato qualche esame?” ed io mi incazzai: ” è mai possibile che devi sempre pensare agli esami?”
Loro, i miei genitori, si preoccupano per me. Cazzo, tutti domandano loro “e tuo figlio quando si laurea?” e loro non sanno cosa rispondere! Cazzo, ditegli “non lo so” oppure: “che cazzo te ne fotte?”
La famiglia! Tsè. “Un piccolo nucleo per meglio controllare gli individui da parte dei potenti”, come scrisse Oriana Fallaci in un suo libro. Io sono d’accordo con lei e aggiungo: anche per farli soffrire di più.
“la famiglia! Magnifica istituzione morale, santa famiglia, inviolabile creazione divina, chiamata ad educare i selvaggi alle virtù. Santa famiglia, sacrario di tutti i valori, dove i bambini innocenti sono torturati fino a che non hanno detto la prima bugia, dove la volontà è infrancata dall’autoritarismo e dalla repressione, dove la coscienza è uccisa da ciechi egoismi: famiglia, tu sei il covo di tutti i vizi sociali.” Come scrisse Bernardo Bertolucci.
Se muore, mettiamo, una donna, ci dispiace, sì. Però se muore una nostra sorella o un nostro familiare allora “soffriamo”. Perché, poi? Che cos’è che ci spinge a “provare emozioni diverse” per persone diverse? Io, poi, a “certe emozioni” non credo. All’amore , per esempio. O all’amicizia. Sono “sentimenti” creati per meglio sfruttare il prossimo. Quante idiozie o comportamenti privi di senso si commettono in nome di questi “valori”, di queste idiozie santificate! Non è certo una bella cosa essere sfruttati dalla “controparte” stessa o da qualcuno (potere religioso, potere politico, organismi vari ecc.) che le utilizza a proprio vantaggio in mille modi possibili.
“cè un bimbo, povero, che ha bisogno di un palato nuovo,” dice un Organismo internazionale. E subito vengono proposte sottoscrizioni.
“Una bimba non ha soldi per un’operazione al cuore.” E giù, pronte sottoscrizioni. E molti fanno il loro “versamento” con carta di credito o con conto corrente postale. E tutto perché dieci o ventimila lire “donati per fare del bene” alleggeriscono la coscienza.
“poverino! Gli voglio dare ventimila lire.”
Ma se chiedessero un sacrificio, un VERO sacrificio, per salvare una vita, dubito che lo farebbero. Un sacrificio del tipo: “rinunciare ad una promozione” o alla “carriera”.
E ancora non ho telefonato a casa. Ai miei genitori.
Dovevo telefonare un’ora fa. Penso proprio che dovrei telefonare.
Vabbè, telefono domani.

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commento ad un racconto di Alberto Angelici

16 Luglio 2003 2 commenti

Commento al racconto

?SORRISI, BOTTARGA E UN PROSCIUTTO CON LO ZAMPETTO?, di Alberto Angelici e del suo amico Aldo.

Chi di noi non ha vissuto quanto descritto nelle prime righe del racconto? Un locale quasi deserto, in cui sono presenti solo gli addetti ai lavori che sembrano fantasmi. Agli autori del racconto è successo nel profondo Nord quello che a me è successo nel profondo Sud. Eppure, Nord e Sud, un altro punto in comune ce l?hanno: un memorabile pranzo in un ottimo locale. A proposito: che ci fa la bottarga a Parma? È come dire carne di cinghiale in Sicilia, dove è difficile trovare un bosco dove cacciarlo. Così com?è difficile trovare a Parma il mare e pescare il tonno. (Per chi non lo sapesse: la bottarga è lo sperma del tonno. Grattugiato, si può insaporire un piatto di spaghetti o usarlo per preparare ottimi cibi.)
Naturalmente, sia cinghiale, sia bottarga, se parliamo di cibo congelato è tutta un?altra cosa. Bisognerebbe proporre la questione ad Eduardo Raspelli: lo conoscete? È uno di quegli esperti che sono pagati per mangiare e dormire in ristoranti e alberghi sparsi in Italia per poi dirci sui giornali la loro impressione. Mi fanno una rabbia! Mangiano, dormono e li pagano pure!
A metà lettura, un atroce dubbio mi assale: non saranno mica, gli autori, Alberto Angelici e il suo amico Aldo, due di quegli esperti? Il primo finale del racconto, con le indicazioni del ristorante, del conto pagato e del giudizio espresso, farebbe pensare di sì.
Leggendo la seconda parte del ?racconto? (ma a questo punto, è lecito chiamarlo così?) elimino ogni dubbio: i due autori devono saperla molto lunga sull?arte culinaria. Certe definizioni di un certo cibo non appartengono agli scrittori, appartengono agli esperti gastronomi. Lo sono? Mi piacerebbe averne conferma o smentita, affinchè ?l?ignoto non resti a me ignoto?. Tuttavia, la lettura dello scritto mi appaga a sufficienza. Certe espressioni sono impareggiabili: ?(il locale) è oasi di pace che odora di amicizia e di fresco?? Oppure: ?volteggia (il pollo sfibrato) su una nuvola di erba verde?? Od anche: ?Mela acidula e croccante?? E per finire: ?La banana dolce e sensuale?? E a questo punto mi sorgono altri dubbi: forse gli autori non sono né scrittori, né gastronomi, né esperti. E se fossero poeti? Altro che Edoardo Raspelli!

PS.: ad Aldo: grazie per la dedica, io sono tra quelli.

commento ad un racconto di Paolo Bertoli

16 Luglio 2003 Commenti chiusi

Commento al racconto
IL CAMPO DI PAPAVERI COLOR ROSSO SANGUE, di Paolo Bertoli

Ho letto una prima volta questo racconto di Paolo Bertoli verso mezzanotte, dopo un paio di bicchierini di vodka: m?è venuta voglia di buttare via le pagine e passare a leggere una storia del commissario Montalbano, ma ho tirato dritto.
Ho riletto, una seconda volta, Il campo di papaveri color rosso sangue un paio di giorni dopo, verso le dieci del mattino, sotto l?ombrellone, a tre metri dalla leggera risacca del mare, in una spiaggia non ancora affollata: devo dire che a far riflettere è, più che il contenuto del racconto, lo stille con cui è scritto, da cui si evince una notevole cultura dell?autore. .I richiami da un rigo all?altro non sono casuali, e denotano una ricerca linguistica molto raffinata, che non può essere improvvisata. Purtroppo, le interruzioni dei capitoli non hanno una circolarità e, forse, nemmeno una continuità (contrariamente a quanto potrebbe sembrare), vedo soltanto un centellinato svelamento del protagonista, se protagonista si può chiamare. Solo il finale, quel ?frammenti di cervello? spiaccicato sulle pareti, fa riflettere (l?autore scrive ?spalmato? sulle pareti: perché?), e viene voglia di rileggere una terza volta il racconto, ma io, francamente ? e non me ne voglia Paolo Bertoli ? non l?ho fatto: ho preferito passare a scrivere questa breve nota.
Finalino: il titolo è molto poetico ed accattivante, ma è una metafora molto forzata.