Archivio

Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

Scrittore chi, io? (La rabbia di un giovane scrittore)

19 Ottobre 2003 3 commenti

Com’è che si può scrivere quando ci si rende conto che il cosiddetto “mondo intellettuale” è una merda ed è formato da persone di merda?
Le Case Editrici si distinguono in Grandi Medie e piccole. Le grandi pubblicano solo Nomi Importanti o già famosi (leggi: Piero Chiara, Enzo Biagi, Luca Goldoni, Giovanni Arpino ecc.) e un Autore inedito all’anno (che culo che ha quell’autore, eh?).
Le Case Editrici Medie puntano molto sul sicuro e cioè sulle traduzioni o sul vendibile (Liala, Harmony), o sui classici.
Le Piccole, ma anche qualcuna delle Medie, per pubblicare un’opera chiedono un contributo all’autore, contributo che nel “contratto-tipo” definiscono come “partecipazione dell’autore alla pubblicazione” (sic!).
Ora, chi ha una certa agiatezza economica, può permettersi il lusso di “investire” una certa somma (in media tre milioni) per pubblicare un libro che, anche se non avrà successo, sarà sempre “un libro che ho pubblicato”. D’altra parte è evidente, e indiscutibile, che soltanto con un’Opera realizzata in libro (ossia edito) un autore acquisterà un certo prestigio, riconoscimento e – perché no? – una certa notorietà. Solo un libro pubblicato si può far circolare tra i critici (che cominceranno a “fare orecchio” al nome dell’autore). E solo un libro pubblicato si può far arrivare ad un pubblico, anche se quantitativamente limitato: importa poco che del libro se ne vendano solo poche decine di copie, la maggior parte delle quali acquistate da amici e conoscenti.
Ma? e chi non ha i soldi per “partecipare alle spese di pubblicazione”? Semplice: ce l’ha nel culo e si attacca al tram, come dicono a Torino. E deve aspettare la sua morte per essere pubblicato, Se lo sarà. E quanto più la sua morte sarà clamorosa, tanto più i suoi scritti si venderanno (vedi Pavese, Salgari, o, più recentemente, Bernard Wesper, Guido Morselli: tutti suicidi).
Per quanto riguarda poi i cosiddetti “casi letterari”, io non ci credo: sono le Case Editrici che “fanno”, che “creano” i casi letterari. Ma non vedete che basta che una Casa Editrice metta una pubblicità da un sesto di pagina sui quotidiani maggioro, per portare un libro alle vette della classifica dei più venduti? La pubblicità farebbe comprare persino la cacca.
La Feltrinelli, circa sei mesi fa, pubblicò un libro di Pier Vittorio Tondelli (un giovane che, lo ammetto, sa scrivere). Il libro era intitolato Altri Libertini. (NOTA del 2003: Pier Vittorio Tondelli, omosessuale, è morto giovanissimo di AIDS.) Ebbene, credo che la Feltrinelli abbia “lanciato” Tondelli così come avrebbe potuto lanciare (se lo avesse voluto) qualsiasi altro giovane autore (completamente inedito così come lo è – lo era – Tondelli). Allora cosa viene da pensare? Che Tondelli sia andato a leccare il culo ad Inge o a Tagliaferri? Non, non lo voglio pensare. Voglio pensare che “è capitato a lui”. (Secondo me, anche se delle menti grette, ipocrite, arretrate, meschine, oscurantiste, gli hanno fatto sequestrare il suo Altri Libertini, Tondelli è destinato a ricalcare le orme dei vari Moravia o Cassola; glielo auguro.)
Non parliamo poi del “Mondo della Poesia” o del “Mondo dei Premi”! “I poeti sono quelli che vendo i libri a dozzine” scrisse in una sua lettera a “Tuttolibri” Luigi Compagnoni, “e venderne tre dozzine è già un best-seller”. Eppure questi poeti sono “consacrati” all’altare dell’intellettualità! Indipendentemente dal contenuto delle poesie. Se lo pubblicassi io, un mio libro di poesie, passerebbe sotto silenzio anche se ne vendessi mille, di dozzine. Questo perché è “Tra di loro” che si valorizzano, si difendono, si valutano, si criticano, si sparlano, si lodano, si smerdano, i “poeti”. E inventano nuovi vocaboli per “definire” un dato “stile” o un dato “contenuto” (a volte inventano anche quest’ultimo).
Poco probabilmente sarò in errore ma, secondo me, i libri (narrativa, poesia, saggi) se li pubblicano “tra loro”; tra loro se li premiano; tra di loro se li recensiscono e tra di loro se li comprano (“a dozzine”). Infatti, gira-gira, i nomi degli autori sono sempre gli stessi: così come i nomi dei finalisti e, soprattutto, i nomi dei giurati (Pomilio, Speziani, Bàrberi Squarotti). È chiaro che, così stando le cose, il criterio di giudizio è fisso o, al limite, oscilla entro certi limiti, che ad esempio potrebbero essere le idee sociali o le tessere di partito degli autori-concorrenti. E magari, questi autori-concorrenti, sono “giurati” in una commissione che dovrà giudicare le opere dei giurati precedenti. E gira-gira, nel “panorama letterario” (che belle parole! Panorama Letterario!!!) compaiono sempre gli stessi nomi. Può darsi, addirittura, che si comprino i libri tra di loro: “se tu mi premi questo libro, io ti compro quest’altro libro per tremila biblioteche. E se tu mi compri il tal altro libro, io ti premio il tal altro ancora”. E così via. E sguazzano nella loro cacca (e perché non dovrebbero farlo? Voi non lo fareste?). E a questo i potrei anche essere d’accordo ma, almeno, diano la possibilità ai giovani di farsi notare. Oltretutto, per le Case Editrici sarebbe conveniente (nel senso che ai giovani non dovrebbero dare anticipo): “un Chiara, un Biagi e simili, per far pubblicare un loro lavoro pretendono, come minimo, almeno quaranta milioni d’anticipo sui diritti d’autore”, dichiarò un giorno Inge Schoental, vedova Feltrinelli” e la Feltrinelli, per “punirli”, si è data a pubblicare e “lanciare” giovani autori.

Torino, gennaio 1980 – settembre 1981

Attentati e Piccoli Attentati

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Alcuni giorni fa, dei “terroristi” hanno sparato, e ucciso, Walter Tobagi, un giornalista di Milano.
Lo stesso giorno, a Roma, hanno sparato a tre militari: un carabiniere, un agente di P.S. e un appuntato di P.S. L’appuntato si chiamava Evangelista, ma era noto col soprannome di Serpico. Nell’attentato è morto sul colpo. Gli altri due sono rimasti gravemente feriti.
Ora, quello che mi fa più rabbia è il fatto di come, questi due sanguinosi e mortali avvenimenti sono stati trattati dalla stampa.
Il primo morto, quello di Milano, il giornalista, è stato oggetto di articoli, di commemorazioni ecc. il secondo, quello di Roma, “Serpico”, è passato, si può dire, quasi sotto silenzio, in secondo piano. Ad esempio: dei due gravi feriti di Roma si è saputo pochissimo; erano addirittura stati riportate errate generalità (almeno per quanto riguarda l’agente di P.S.). è stato infatti riportato il cognome Orefice anziché Lorefice, l’età falsata, e non venne detto se fosse sposato o no, con figli o meno. A chi volete che importi di un agente semplice? Invece un giornalista? vita, morte e miracoli.
Dopo il primo giorno, i giornali non hanno riportato più nessuna notizia riguardante le condizioni dei feriti. Non fanno cronaca.
Giovanni Lorefice, l’agente di Pubblica Sicurezza rimasto ferito accanto a Serpico, è mio cugino.
L’ultima volta che gli avevo parlato era stato nel giorno di Capodanno (il 1° gennaio del 1980).
Essendo lui un poliziotto, ed essendo io uno che studiava a Torino, “città-fronte” della guerra con le BR e il terrorismo, la discussione non poteva che cadere sul terrorismo e sulle Brigate Rosse.
Io non mi “sbilanciai”. Giovanni nemmeno, però mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di qualcuno molto in alto e che entro pochi mesi, in Italia, sarebbe scoppiata una “bomba” di scandalo.
Non so se ciò che disse lo disse perché si riteneva in dovere (o diritto) di dire certe cose, in quanto appartenente alle forze dell’ordine, o perché fosse venuto a conoscenza di certi fatti o di certe voci che circolavano in caserma, o perché volesse fare lo sbruffone. Sta di fatto che mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di un “pezzo grosso”, uno che stava molto “in alto”.
E alle mie insistenze per farmi rivelare il nome di questo pezzo grosso rispondeva: “eh! Non posso parlare.”
Alla luce dei nuovi fatti, mi viene un sospetto: chi sa se a sparargli (e gli hanno sparato per ucciderlo) non sia stato qualcuno agli ordini del “pezzo grosso”? l’ipotesi è avvalorata dal fatto che non si è saputo, con certezza, chi ha rivendicato l’attentato; di certo non le Brigate Rosse. E poco conta se tra qualche giorno, o settimana, un qualsiasi pinco-pallino verrà arrestato come esecutore “materiale” dell’attentato: è il pezzo Grosso, quello che conta.
Adesso Giovanni è ancora in ospedale e non conosco le sue condizioni fisiche. Domenica scorsa ho telefonato a casa e mio padre mi ha riferito che mio cugino ha già subito tre interventi al cervello. Ma già Domenica sera stava un tantino meglio: riusciva a parlare ed aveva ancora due proiettili in corpo: uno al collo e uno alla spalla. Il terzo proiettile gli era stato estratto dalla tempia.
Chissà di cosa stavano discutendo dentro la “volante”, Giovanni e Serpico, quando sono stati colpiti. È una curiosità che ho sempre avuto. Forse, appena ne avrò l’occasione, glielo chiederò. “Gli ultimi momenti di Serpico”. Bang-bang-bang-bang!

Categorie:Argomenti vari Tag: ,

E fu solo l’inizio

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Molte tappe ci sono state nella mia ancora giovane vita. Ed ho 26 anni.
ho cominciato a “lavorare” ad otto anni. Andavo dal sarto, come ragazzo di bottega. Ma era una vita sedentaria, non mi piaceva.. non rimasi molto in quella sartoria.
A dieci anni, nell’Estate del ’63, andai a lavorare in una officina di elettrauto. Fu lì che incominciai ad essere Uomo, a capire la vita. In quell’officina vi lavorai per tre stagioni estive, durante le vacanze scolastiche.
Nell’Estate del ’66 uscii, per la prima volta, da casa: andai in campeggio sull’Etna, a Linguaglossa, per quindici giorni.
Avevo quindi anni appena compiuti. Cominciai a fare judo.
Nel Settembre del ’66, finite le scuole medie, sorse il problema della iscrizione all’Istituto Superiore. Io volevo iscrivermi all’Istituto Tecnico Navale, di Catania, poiché a Gela non c’era. E non c’è tuttora. Mio padre mi propose di iscrivermi all’Istituto Tecnico per Chimici e mi convinse dicendomi che “al Navale” mi ci sarei potuto iscrivere due anni dopo, dopo aver frequentato, “al Chimico”, i primi due anni (che erano uguali per tutte le scuole). Mi propose anche di farmi rilasciare il libretto di navigazione (imbarcarmi era sempre stato il mio sogno) acconsentendo così di farmi imbarcare nel periodo estivo. Io accettai.
Ce la misi tutta per farmi rilasciare il libretto di navigazione. Superai mille ostacoli burocratici e alla fine ottenni il tanto sognato “libretto di navigazione”.
Era l’Estate del 1970. Finalmente capitò il mio primo imbarco sulla “Andrea Camalich”, una motonave. Facevo il mozzo.
Su quella nave cominciai a capire veramente cosa fosse la Vita e cosa fosse il lavoro.
Feci molta esperienza, in quel periodo, circa due mesi. Visitai molte città. Partecipai persino al salvataggio dell’equipaggio di un mercantile che stava per affondare (e che poi affondò). Tre anni dopo, per quell’azione di coraggio, ricevetti dal Governo italiano la medaglia di bronzo al valore civile e un attestato di benemerenza marinara per essermi “prodigato con coraggio e con sprezzo del pericolo nel salvataggio dell’equipaggio di un mercantile maltese affondato nel canale di Sicilia a causa delle pessime condizioni del mare”.
Imparai a lottare per non farmi sopraffare. E capii che il Mondo è dei furbi. E solo i più furbi “vivono”. E gli altri sono delle vittime. Liberi sì, ma vittime.
Ricordo il primo porto in cui la nave fece scalo: Porto Santo Stefano, in Toscana. Una visione bellissima, dal mare. Un tardo pomeriggio ricco di colori estivi, il 20 luglio. I gabbiani? non avevo mai visto i gabbiani. A Gela erano spariti nel 196a, quando venne la raffineria. Quella sera, in franchigia, andai a vedere un film, “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford.
Successivamente visitai Porto Torres, Sant’Antioco, Bengasi (in Libia), Marina di Carrara, Porto Empedocle. In quel periodo il mio “maestro di vita” fu il Cuoco. Si chiamava Carmelo Cremona, era di Vibo Valentia e si definiva “il più grande puttaniere del mondo”. Diceva di avere un’amante in ogni porto. Tutte le puttane erano le sue amanti.
L’Estate successiva, sempre in qualità di mozzo, mi imbarcai sulla “Fratelli D’Alesio”, una moto cisterna (petroliera, cioè). Qui il lavoro era meno pesante poiché era regolato da un normale “contratto di lavoro” che veniva applicato. Invece sulla “Camalich” non si sapeva nemmeno cosa fosse un “contratto di lavoro”. (Proprio quando navigavo su quella motonave, la gloriosa Compagnia di navigazione Camalich fallì. Non percepii nessun stipendio e il curatore fallimentare me lo inviò a casa ben tre anni dopo. Abbiamo anche saputo che per quel salvataggio, la Compagnia aveva ricevuto un lauto compenso dall’armatore Maltese della nave affondata, ma la parte spettante all’equipaggio fu sottratta, qualcuno diceva dal Comandante, altri dal Curatore.)
Anche sulla “Fratelli D’Alesio” ho fatto esperienze. Primo fra tutti: la maniera di guadagnare di più lavorando di meno. Inoltre ho visitato città come Venezia, Bari, Palermo, Civitavecchia, Livorno ed ho conosciuto sempre più gente, di ogni specie.
Nell’Estate del ’72 (mi ero appena diplomato, Perito Chimico), sorsero discussioni con mio padre. Cominciai ad avere i miei primi conflitti interiori ed il mio desiderio d’avventura aumentò e si fece più prepotente. D’altra parte, anche da bambino esprimevo il desiderio di andare via, in America e in Inghilterra, ad ogni contrarietà che sorgeva nell’ambito familiare.
Mio padre fa il macchinista navale, ha girato il mondo, ha “vissuto”, è stato anche a lavorare in America.
Mio nonno paterno era un commerciante, ed anche lui era stato in America, per sedici anni. Questo spirito d’avventura era, quindi, una tradizione di famiglia.
Come dicevo, nell’Estate del ’72 mi diplomai e feci “la festa del diploma”.
Contemporaneamente la nostra abitazione, risalente ad oltre cent’anni addietro, doveva essere demolita perché cadente. E si era già in fase di ricostruzione allorché espressi a mio padre il desiderio di andare all’università. Mio padre rimase sorpreso di ciò: mi aveva sempre sentito dire che una volta diplomato sarei andato a lavorare, o almeno avrei cercato un posto. La notizia dell’università non fu di suo gradimento. Seguirono discussioni. Mia madre era d’accordo per l’università. Liti tra mio padre e mia madre. Penso l’unico ad andarci di mezzo per questa storia fu mio fratello, Gaetano. Lui aveva sempre espresso il desiderio di andare all’università e sentire simili discussioni non deve essere stato molto positivo. Infatti si iscrisse, sì, all’università, però rinunciando alla frequenza. Ciò si rivelò, in seguito, una mossa sbagliata, anche se la Facoltà in cui si iscrisse era “Economia e Commercio”, ritenuta, non so se a torto o a ragione, una Facoltà “facile”.
Mentre erano in corso queste discussioni, alla Capitaneria di Porto c’era una “chiamata” di imbarco sulla M/c “Simona”, dell’Armatore Montanari. Io colsi l’occasione al volo. E accettai di imbarcarmi come “giovanotto di macchine”, un gradino più su del mozzo, come dire, mozzo in sala macchine. Era il Settembre del 1972. Il giorno 4. Quell’anno si tenevano le Olimpiadi in Germania.
Dopo l’imbarco, per circa due mesi, non detti notizie di me. Il 25 Ottobre telefonai a casa. Parlai con mio padre che si disse disposto a mandarmi all’università. E che perciò, “poi”, cioè in futuro, non avrei dovuto dare a lui la colpa, nel caso fossi rimasto senza laurea.
Contemporaneamente avevo ricevuto una lettera dai miei amici con la quale mi facevano saperea che mio padre si era interessato a sbrigare i documenti necessari all’iscrizione.
Il giorno dopo, anche dietro consiglio del 2° ufficiale di macchine, al quale avevo raccontato l’intera faccenda, spedii un telegramma a casa mia: “DECISO ANDRÒ UNIVERSITÀ STOP SEGUE LETTERA SALVINO”.
Il 4 Novembre 1972 arrivai a Torino. Alloggiai alla Pensione “Meublè”, dove c’erano tutti i miei vecchi compagni gelesi. Il 5 mi iscrissi al Politecnico. Il 6 chiudevano le iscrizioni.
Fu così che cominciò la mia “avventura torinese”, che sarebbe durata 16 anni.

torino, 1977

Categorie:Argomenti vari Tag: ,

"Las Vegas Boy", un romanzo.

28 Settembre 2003 1 commento

SU “LAS VEGAS BOY” E QUALCHE RICORDO

Ho finito di scrivere il mio secondo romanzo; è intitolato “Las Vegas Boy”. Ancora qualche ritocco e potrò inviarlo agli editori.
Non che io ritenga valido “Las Vegas Boy”, solo che uno scrittore DEVE scrivere, per essere tale.
“Las Vegas Boy” era nato come racconto, infatti lo scrissi in circa quaranta pagine. In seguito lo volli riscrivere e scrivendo scrivendo, mi si è dilatato, allungato, mi ha “preso la mano” sino a diventare un lunghissimo racconto di 170 pagine manoscritte (dattiloscritte sono diventate 208).
Potrei definire “Las Vegas Boy” come un’esercitazione dello “scrivere”: è una favoletta, una storiella semplice e lineare che non “dice” nulla, che non ha, cioè, un contenuto morale (anche se, volendo, ve lo si può trovare). Questo romanzo si differenzia molto dal mio primo libro, “Balordo ma non troppo”.
Tra il primo e il secondo romanzo si nota la differenza di scrittura, di prosa, di stile, di qualità di maturità, di espressione. Se riscrivessi “Balordo ma non troppo”, con l’esperienza acquisita in questi due anni, credo che ne verrebbe fuori un’Opera colossale (non è detto che non la riscriva!). quando uno scrittore riscrive un suo lavoro, necessariamente fa delle variazioni e “aggiunte”, “tagli” e spostamenti di interi periodi. Ma sono le “aggiunte” che “migliorano” il lavoro, non le variazioni e le correzioni. Il contenuto tuttavia rimane immutato.
A parte “Las Vegas Boy”, dopo “Balordo ma non troppo” ho scritto dei racconti che intitolerò “Anelli di fumo”. Questi racconti si distinguono l’uno dall’altro per lo stile e per la “maturità” artistica dell’autore, ossia del sottoscritto.
Se “qualcuno che se ne intende” leggesse tutti i miei scritti, questo qualcuno potrebbe benissimo classificarli in ordine cronologico di scrittura e di realizzazione basandosi solo sul “modo mio di scrivere”, basandosi, cioè, sulla variazione di “stile” e di espressione tra un mio scritto e l’altro.
C’è da dire però che ho cominciato “a scrivere” letto assolutamente nulla di narrativa. Gli unici libri che avevo letto, sino a circa due anni fa, sino al febbraio ’79, erano stai “manuali” di ogni genere. Da “Come difendersi col judo” a “Come diventare più alti di 10 centimetri”; da “Come diventare ipnotizzatori” a “Come sviluppare una memoria più potente”; da “Come ottenere una personalità magnetica” a Come diventare più ricchi”. Tutti libri che ho letto tra i 14 e i 16 anni. Poi lessi libri che trattavano di giochi di prestigio. Di questi – tra i 17 e i 22 anni – ne avrò letti, e studiati, una cinquantina. Poi “la qualità di lettura migliorò”, come disse un mio compagno di camera, quando vivevo in una pensione. Ero passato dai “manuali” ai “saggi”, a libri, cioè, sulla psicologia, sull’intelligenza, a libri che trattavano di Dinamica Mentale, Esoterismo e Yoga, sino ad arrivare a “scoprire” (era citato in moltissimi libri) Bertrand Russell, del quale ho letto, ad oggi, una decina di opere.
Bertrand Russell mi ha fatto capire moltissime cose, mi ha fatto cominciare a “pensare”, ad essere me stesso. Credo bene che Russell fosse ritenuto “rivoluzionario” ai suoi tempi: lo è ancora oggi!. I suoi libri, seppur scritti decine di anni fa, sono attualissimi ancora oggi.
Intanto con l’università “tiravo avanti” a stento: superavo un esame dopo averlo tentato due o tre o anche quattro volte. Avevo 24 anni. Quasi 25.
Un giorno mi venne in mente di annotare, copiandoli dai libri che andavo leggendo, le frasi che ritenevo degne di annotazione e che fossero, per me, piene di significato. Poi decisi di aggiungere, a dette frasi, il mio “pensiero”; infine cominciai a scrivere dei pensieri che riflettevano il mio stato d’animo momentaneo (una sorta di diario) che ritenevo, e ritengo tuttora, validi.
Cominciai a “scrivere” poche settimane prima di compiere 25 anni, e poiché “scrivevo per me stesso”, non mi curavo molto della “forma” o dello “stile”: buttavo giù frasi su frasi e pensieri su pensieri, e basta. In un secondo tempo pensai che avrei potuto tentare di far pubblicare quegli “Scritti”, perciò chiesi a Rosy di battermeli a macchina. Rosy, poverina, lavorava tutto il giorno, eppure non si rifiutò. Ma io capii che le veniva pesante, lavorare tutto il giorno e battere a macchina quando tornava dal lavoro. Sicché decisi di farmi prestare la sua macchina da scrivere e di copiare io stesso i miei manoscritti.
Dopo aver copiato una decina di pagine, capii che quegli “Scritti” non sarebbero mai stati pubblicati, nessun Editore lo avrebbe ami fatto. Quegli “Scritti” sarebbero stati validi per la pubblicazione solo dopo che sarei diventato “famoso”. Ma per diventare “famoso” occorreva che io pubblicassi altri libri. Quali, se io non ne avevo scritti altri?
Nel febbraio del ’79 lessi una recensione di Beniamino Placido riguardo un libro di Charles Bukowski, “Taccuino di un vecchi sporcaccione”, e poiché notai che parlava di “scommesse sui cavalli e di vagabondaggio e di decine di mestieri”, decisi di comprarlo. E quel libro avrebbe fatto cambiare me e la mia vita e, forse, mi ha salvato dalla droga. Quel libro condizionò la mi avita futura per molto tempo, almeno un anno. Fu come se fossi rinato.
Cominciai a scrivere anch’io come Bukowski e cose che scriveva B. “Io sono simile a lui”, pensavo. Infatti cominciai a bere, a giocare ai cavalli molto più “forte”, cominciai a vagabondare e viaggiare (anche se non molto lontano), presi a fare molti lavori (tipo scaricatore ai mercati generali e fattorino) e, soprattutto, cominciai a scrivere: se non avessi letto B: non avrei mai cominciato a scrivere. Si può dire che B. sia stato il mio ispiratore, no: il mio “emulato”, il mio Mentore. Ripeto: forse è perché sono stato influenzato da B: che cominciai a fare lavori saltuari e degradanti. Nella Cooperativa ci sfruttavano: col lavoro di decine di persone come me (che venivano chiamati “soci”) la cooperativa aveva un introito pari al nostro: cioè, del nostro guadagno la cooperativa prendeva metà somma, e legalmente erano tutti a posto: i capi, i dirigenti e gl’impiegati (la cooperativa era in realtà un raket delle braccia legalizzato).
E cominciai a scrivere narrando le mie esperienze, cominciai a buttare giù delle annotazioni e infine raccolsi il tutto in volume, formando così un romanzo che intitolai “Un romanzo quasi vero”, che inviai alla Savelli Editore, alla Feltrinelli e alla Einaudi: tutte e tre lo rifiutarono. E fu l’inizio di una lunga serie di rifiuti da parte di tante piccole e medie Case Editrici.
In seguito aggiunsi altre avventure, ne eliminai delle altre, cambiai qualche pagina e trasformai il titolo in “Balordo ma non troppo”. Questo libro è scritto – me lo fece notare l’Einaudi – “in modo facile e superficiale”. In più: “è quasi privo di intreccio”. Nello scrivere le storie mi limitavo a narrare la scarna cronaca, il fatto in sé; non davo opinioni né facevo commenti. E questo, purtroppo, non è narrativa.
Naturalmente, in seguito, lessi tutti gli altri libri di C. Bukowski, e inoltre: Hemingway, Henry Miller, Pavese, Norman Mailer. E man mano scrivevo racconti. E il mio “stile” cambiava, tant’è che ogni racconto risultava scritto in modo migliore del precedente. Lessi anche gli autori moderni: Fallaci, Chiara, Mario Puzo, Pier Vittorio Tondelli (giovane inedito, poi edito e infine sequestrato). Nel frattempo avevo cominciato la seconda stesura di “Las Vegas Boy” e procedendo nella narrazione mi accorgevo mi accorgevo che venivo influenzato dallo stile degli autori che andavo leggendo. Ero portato a scrivere come ognuno di loro. Infine la mia “personalità” si è imposta ed ho ottenuto un mio stile che, al momento in cui scrivo la presente nota, non so se somiglia a quello di qualcun altro.
Ripeto: non sono molto soddisfatto del contenuto di “Las Vegas Boy”, però posso dire che mi è stato di grande aiuto per trovare uno stile e per esercitarmi, e per dimostrare a me stesso che avevo il temperamento e l’energia per portare sino in fondo un lavoro già iniziato (ma che non fosse solo un racconto). e devo dire che scrivere un libro, un romanzo di 200 pagine, non è tento semplice come si pensa.
Non sono molto soddisfatto di “Las Vegas Boy” perché le cose che mi piace scrivere sono delle “storie” con sfondo “sociale” o autobiografico e che, soprattutto, “dicano qualcosa”, che facciano riflettere il lettore, che abbiano una “morale”
Proprio l’altro ieri, mentre andavamo a sentire Bob Marley allo stadio, scherzando dissi a Rosy: l’unica cosa che mi dispiacerebbe, se morissi, è il non aver fatto nulla nella mia vita; nulla di tangibile: vorrei almeno scrivere qualche libro che lasciasse una traccia del mio passaggio su questa terra”. E “Las Vegas Boy”, anche se la lasciasse, non sarebbe di quelle che più mi caratterizzano o che rispecchiano la mia natura. Però è un bel romanzo.
Luglio 1980

Riferimenti: se vuoi conoscere il riassunto del romanzo collegati

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Perchè non lo fate anche voi?

17 Settembre 2003 1 commento

FATELO ANCHE VOI

Per sopravvivere, in una metropoli, si prova di tutto, soprattutto quando si è giovani studenti universitari spensierati. A volte, sono i tentativi più assurdi a dare i risultati migliori.
Tempo fa un mio compagno di università – allora frequentavo il Politecnico di Torino – mi disse di avere letto, su una rivista, che in America, “negli USA”, sono centinaia di migliaia le persone che vivono alle spalle delle grandi ditte. Per esempio: è sufficiente che una persona scriva ad una Ditta di pomodori pelati in scatola segnalando che in una scatola di loro produzione non c’erano pomodori pelati, bensì baccalà secco, per vedersi recapitare a casa, dopo pochi giorni, intere casse di pomodori pelati: un regalo inviato dalla Ditta per “ringraziare della cortese segnalazione e per scusarsi dell’errore”. Allo stesso modo si comportano le Ditte di spaghetti, di caramelle ecc. Per le Ditte, queste persone si trasformeranno in pubblicità vivente. Pubblicità gratis, naturalmente.
Forte di questo fatto il mio amico raccolse alcune conchiglie, alcuni tappi di bottiglie, un po’ di spago, delle vite, e mise il tutto dentro una lattina vuota di coca cola. Fece un pacchettino e lo spedì ad una grossa industria di radio e registratori. La lettera di accompagnamento suonava pressappoco così: “Spett. Ditta, il radioregistratore che ho comprato presso una vostra succursale non funziona. Lo potete constare Voi stessi. Ve lo invio per farlo aggiustare. Distinti saluti.”
Dopo qualche settimana il mio amico si vide recapitare un radioregistratore nuovo, due tappi di bottiglia e una lettera che diceva: “Gentile cliente, ci scusiamo per l’incidente. Le inviamo, insieme al suo radioregistratore riaggiustato, due pezzi che non figurano nel nostro ultimo modello. Cordiali saluti.”
L’ironia e la capacità di stare al gioco di quella Ditta fece sì che le due lettere comparvero su un giornale e la Ditta ci guadagnò in pubblicità.
Io facevo, e faccio, tesoro di ogni esperienza, non per nulla mi definisco, quale romanziere, “archeologo della Vita”. Sicché, da faccia tosta, rafforzata dalla mancanza di soldi, volli provare anch’io. Da non crederci, ma voi credeteci. Ecco ciò che feci.
Un mio amico aveva regalato alla sua ragazza una scatola di cioccolatini. Dentro ad ognuna di queste scatole c’è un tagliando per i reclami che dice: “in caso di reclamo allegare il presente tagliando”. Ed ebbi l’idea. Mi feci dare il tagliando e scrissi alla ditta dicendo ci aver trovato una intera scatola di cioccolatini avariati. Non scrissi altro. Dopo quindici giorni mi giunse una lettera che mi autorizzava a recarmi presso una lussuosa pasticceria del Centro di Torino per ritirare una nuova scatola di cioccolatini. E così feci. Oggi quella ditta è fallita, ma allora era una grande S.p.A. il cui Logo erano due vecchietti che bevevano una tazza di cioccolata calda.
Dopo questo primo successo, non solo continuai, ma incoraggiavo gli amici a fare altrettanto. Riccardo il mio ex compagno di stanza della pensione studentesca in cui abitavo, un cervellone che prendeva trenta e lode in tutte le materie, era troppo serio e indaffarato a studiare e non avrebbe mai fatto simili bravate. Un giorno mi disse di aver scoperto un errore su un libro. Era un libro scientifico, universitario, e gli errori non potevano essere tollerati. Soprattutto se si trattava di una formula matematica Colsi al volo l’occasione e scrissi alla Casa Editrice segnalando che a pagina “tot”, rigo “tot”, del volume “tot” c’era una formula inesatta, il cui errore era stato scoperto e verificato da noi studenti. Puntualmente mi giunsero i ringraziamenti e l’invito a richiedere, in omaggio, un libro di mio gradimento da loro edito (quella volta scelsi “Progettazione di apparecchiature industriali”).
Riccardo, stavolta, visto il mio successo, volle imitarmi. Segnalò un altro errore di un altro libro alla stessa Casa Editrice e, come di consueto ricevette, quale omaggio, un altro libro.
Questo sistema si stava rivelando una gallina dalle uova d’oro: i libri universitari erano (e lo sono ancora) costosi, e quindi con faccia tosta segnalai anch’io il secondo errore e conquistai un altro libro (“Principi di ingegneria chimica”, in due volumi).
Un’altra volta scrissi una poesia intitolata “Anche una pipa può far parte della tua vita”, ed era dedicata alla pipa, di cui ero un estimatore, oltre che fumatore distinto. (N.d.A: con un po’ di pazienza e un buon Motore di ricerca, se volete leggere la poesia, digitatene il titolo e la troverete da qualche parte in Internet. Chi non ne ha voglia, dovrà aspettare: verrò – forse – pubblicata sul prossimo numero de lalisca.com, nell’apposita rubrica di poesie). Inviai la poesia ad una Grande Casa costruttrice di pipe e il suo anziano fondatore, Achille Savinelli, per ringraziarmi e complimentarsi, mi inviò una pipa in omaggio la cui lettera di accompagnamento era stata da lui stesso firmata. Conservo gelosamente lettera e pipa, tenera compagna di innumerevoli e memorabili e solitarie fumate.
Poco prima era stata la volta di un motorino messo in palio dalla FIAT per chi avesse fatto un disegno per pubblicizzare un suo nuovo modello. Vinsi il motorino perché partecipai presso una concessionaria del centro, dove ero stato l’unico concorrente.
Un’altra volta scrissi ad una rivista a fumetti (L’intrepido, lo ricordate?) per segnalare loro un plagio. “?Quel racconto – scrissi – l’ho letto su un’altra rivista vostra concorrente” (Lancio Story, ricordate?) beh, per concludere: dopo pochi giorni mi è arrivata una lettera di ringraziamento con la comunicazione di assegnazione di un abbonamento annuale alla rivista, “quale omaggio per noi attenti lettori”.
Da allora ogni occasione era buona per scroccare un regalo.
Perché non lo fate anche voi?

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Primo Festival Internazionale Cinema Giovani

9 Agosto 2003 Commenti chiusi

1° FESTIVAL INTERNAZIONALE CINEMA GIOVANI

Torino, 198…

Tra le sezioni del Festival vi è lo “Spazio Aperto”, ovvero proiezioni no-stop di opere in 16 mm e super/8, nonché di filmati “video”. Facciamo una breve rassegna di tali opere che, in verità vengono presentate in sordina. In “Effimera” (1981), di Castrenze Scrudato, venti minuti di proiezione, un cineamatore viene in possesso, per errore, di una pellicola non sua, nella quale è ripreso il volto di una giovane donna che, in seguito, viene trovata violentata e uccisa.
In altro film, “Il Grandini” (’81), di Maurizio Costa, ricalca i “polpettoni” di genere poliziesco. Dopo varie avventure con malavita e polizia, un giovane si fa giustizia da sé per vendicare la moglie assassinata.
Più “impegnati” gli altri brevi filmati: “La camera”, ancora di Scrudato, varie riprese dell’interno di una stanza; “L’elicottero”, che con il suo caratteristico rumore viene a disturbare la quiete di un quartiere; “Il Murale”, che dal verde di un giardino viene su improvvisamente.
“Frammenti” più che un film è una rassegna di foto d’Epoca, di cui l’autore mette in risalto le date (1929-30) e l’origine (Tripoli). Le foto raffigurano momenti di vita di allora (operai al lavoro, posizioni statuarie, foto di gruppo e di bambini).
“Appunti su una Metropoli” (1980), di Roberto Forza, si distingue per la colonna sonora. Le musiche, infatti, rapiscono lo spettatore. Il filmato è diviso in tre parti: la Torino “difficile”: mercati Generali, stazione Porta Palazzo, emarginati. La Torino tranquilla: anziani che passeggiano, la quiete del Po e del Valentino (non a caso tali immagini erano commentate dalla canzone La vie en rose, cantata da Edith Piaf). Ed infine la Torino Artistica, in cui l’autore mette in risalto le forme architettoniche di alcuni palazzi e gli artistici capitelli e guglie di alcune ville.
Il filmato australiano “M/M”, di Robert Quittà è molto difficile, con lunghe riprese di particolari che, legati assieme, alla fine danno un risvolto “a sorpresa” al filmato.
Tra le “Strutture produttive” è interessante la “Albedo Cinematografica”, di Milano. Gli allievi del primo anno del corso di specializzazione hanno presentato il “laboratorio teorico – pratico”, soffermandosi sul “movimento del corpo umano” e “sull’inquadratura”, passando poi alla “continuità”, ossia il modo di dare una conseguenza cronologica alle riprese, anche se queste sono state effettuate seguendo un ordine diverso da quello indicato nella sceneggiatura.
È seguita un’analisi del film “Shanghai express”, di j. Von Sternberg, secondo la quale molti primi piani di Marlene Dietrich sono superflui e altri sono fuori dal tempo e dallo spazio” della storia narrata e, se eliminati, nulla toglierebbero alla narrazione e alla continuità del film.
Il Laboratorio della Albedo ha concluso con delle divertenti scenette-inchiesta sul tema: “Il futuro del cinema italiano”. Alla domanda: “Che cos’è il cinema italiano?”, è stato risposto: “il cinema italiano è Pierino”. Per un’allieva, invece, “il cinema è fascino”. Per un’altra “è imprevedibilità”, e per un’altra ancora è “sempre la stessa storia narrata in modo diverso”. Per Gabriella Rosaleva (autrice del film “Processo a Caterina Ross”, in concorso a Torino) il cinema è “pittura in movimento”.
Alla domanda: “Qual è il futuro del cinema italiano?”, qualcuno spiritosamente risponde: “È la speranza di morte di Abatantuono”. Per un’allieva tutto pepe, invece, il futuro del cinema “non esiste: esiste un nuovo dominio dell’immagine”. E ancora: “il cinema italiano è sparito: un rapimento senza rivendicazione né richiesta di riscatto”. Ed anche: “bisogna ripartire da zero: ristudiare il cinema”. E forse anche per questo, per studiare il cinema, che bisogna valorizzare e dare atto di grande merito a questo Festival Internazionale Cinema Giovani.

Per la formazione di una coscienza civica: Covegno sulla Mafia.

31 Luglio 2003 Commenti chiusi

?PER LA FORMAZIONE DI UNA COSCIENZA CIVICA?

Il mio intervento al Convegno sulla Mafia. Favara (AG), 11 maggio 2002.

In un sondaggio di qualche settimana fa, alcuni ragazzi sono stati intervistati su ciò che erano le loro passioni e i loro interessi, lo studio e le materie che più li ispiravano. Appariva evidente il loro disagio, la loro insicurezza nel dare le risposte. E le risposte che davano si dimostravano poco credibili.
Ad un certo punto, un giovane rispose: ?l?unica attività che mi attira e che mi interessa fino a farmi perdere la nozione del tempo, è navigare in Internet?. E subito, anche i compagni che lo circondavano hanno concordato.
Il messaggio è evidente. Internet e la terminologia moderna sono i primi interessi dei giovani. Ossia interessi, volenti o nolenti, ?esterni? alla scuola. Eppure, la scuola e la famiglia, sono i luoghi deputati alla formazione dei giovani. Cioè i luoghi deputati a formare, ad imprimere, quindi, un senso civico nella mente del giovane.
Non so se è utile o fuori luogo ricordare che il civismo è una delle tematiche care alle dittature, siano esse di Destra o di Sinistra. Infatti, il Potere fa sempre sì che i cittadini si disinteressino delle leggi, dei propri diritti. Per chi sta al Potere, i cittadini devono solo pensare a lavorare, devono pensare alla famiglia, a divertirsi? al resto, penseranno i governanti. Invece occorre interattività tra Potere e Cittadino. Quanto più grande, da parte del cittadino, è la ricerca del colloquio con chi sta al potere, tanto più grande è la sua coscienza civica. E quanto più ostacoli troverà in ciò, tanto più soffrirà. E la sua coscienza civica si indebolirà. Il Cittadino deve conoscere le leggi, e possibilmente intervenire per cambiarle. Soprattutto ove pensi che siano leggi ingiuste. Un esempio: il senso civico non è di chi dice, a proposito dei referendum abrogativi indetti dai radicali, ?ci sono troppi referendum, perciò non vado a votare?. È senso civico invece andare a votare ed esprimere la propria scelta, qualunque essa sia.
Da una ricerca promossa dall?Istituto Cattaneo, di Bologna, curata dal politologo Roberto Cartocci (edita da ?il Mulino?) e condotta in tutta Italia coinvolgendo 6.000 studenti delle ultime classi delle superiori, è emerso un ?deficit di senso civico? che si sta allargando anche alla generazione più giovane.
Ma che cos?è il ?senso civico?? È senso civico conoscere l?Inno di Mameli? O salutare semplicemente la ?Bandiera Italiana?? Le bandiera sventola ormai soltanto quando vince la Ferrari e l?Inno si canticchia quando gioca la Nazionale di calcio. Se non si danno un senso e un significato all?Inno e alla bandiera (senso che va oltre al semplice e non meglio definito ?rispetto? del Tricolore o al conoscere ? a memoria? le parole dell?Inno), si rischia ? forse già ci siamo ? di far sì che questo ?deficit di senso civico? si trasformi in sfiducia nelle Istituzioni, in sfiducia negli altri e in un individualismo sfrenato che farà perdere di vista il Prossimo e il bisogno che il Prossimo ha di noi.
Il Prossimo e il rispetto del Prossimo sono alla base di una formazione civica. Bisogna rispettare il Prossimo e capirne i bisogni. Capire le ragioni degli altri, anche quando sono diverse dalle nostre, ci farà vivere in pace col mondo e con noi stessi. Dobbiamo cercare, e trovare, le buone ragioni della convivenza, ossia quei rapporti che producono fiducia e che alimentano progetti e ideali.
L?educazione civica è la cenerentola delle materie scolastiche. La conoscenza delle leggi e della Costituzione sono però elementi fondamentali per una formazione civica. Anche se, bisogna dirlo, la loro conoscenza non garantisce un comportamento civico. Da non confondere con civiltà. Si può essere civili ma non avere senso civico. Essere civili vuol dire far parte di una comunità che possiede delle leggi e anche delle regole, che sono leggi non scritte ma che sono riconosciute come necessarie all?interno di una Comunità. Più diffusa è la conoscenza di tali leggi e regole, maggiore sarà la civiltà dei membri della Comunità.
Avere senso civico significa, invece, rispettare queste regole. Il senso civico deriva soprattutto dalla volontà di rapportarsi con gli altri nel rispetto delle regole. Deriva dall?ottimismo con cui si affrontano le varie esperienze personali e dal livello di autostima maturato nel tempo.
I giovani si devono attrezzare svolgendo attività (scolastiche, di volontariato, di tipo associativo, programmazione del tempo libero ecc.). In tal modo proporranno una sfida che migliorerà le loro capacità. E capacità migliori vogliono dire migliore dedizione alla società e al Prossimo.
La molla che si deve realizzare, dunque, è quella che serva a spingere i giovani a dare il meglio di sé, offrendo loro adeguati incentivi e input formativi.
Però, per fare ciò, è necessario:
1. eliminare, da un lato – dalla loro visione della vita – un realismo inerte che porta alla rassegnazione e al ?non reagire?, eliminare cioè quell?apatia che spesso li accompagna. Sempre più spesso si sente dire: ?tanto fanno sempre quello che vogliono loro?. (?Loro? sono i professori, i Parlamentari e chi detiene il potere).
2. Evitare, dall?altro lato, l?eccesso di entusiasmo privo di fondamenti cognitivi, un entusiasmo apportato dalla ?novità? (?Sì, facciamolo, facciamolo, dai?), un entusiasmo che cessa all?apparire della prima difficoltà (?ci vogliono le autorizzazioni?, ?occorrono più persone, più tempo, più denaro?).
Il troppo entusiasmo è tipico di chi prende tutto come un gioco, tralasciando i supporti formativi necessari per realizzare i propri ideali, e spesso vanno incontro al fallimento.
Il troppo realismo è tipico di coloro che hanno in partenza paura di non farcela e si trincerano dietro il fatalismo e i luoghi comuni che purtroppo ? soprattutto in Sicilia ? sono così diffusi. E la paura di non farcela non deriva sempre dalla propria incapacità, bensì da quella cultura che è conosciuta come mafiosa e che genera paura e nello stesso tempo rispetto verso il Potere. Ecco, come esempio, alcune frasi tipiche:
?Ma perché partecipi a quel concorso? Tanto si sa già a chi saranno assegnati quei posti?.
?Se vuoi farti ricoverare in un reparto ospedaliero specializzato devi prima andare a visita medica privata, cioè a pagamento, dal professor tal dei tali, e poi ti chiameranno subito?.
?Se vuoi aprire l?attività a cui tieni tanto, vota il nostro candidato.?
Ma non voglio andare fuori tema addentrandomi molto in un discorso sulla Mafia. Però voglio ricordare una cosa: Mafia non è solo quella che spara e uccide. Mafia è tutto ciò che è prepotenza verso i più deboli. È mafioso colui che sfrutta la propria posizione di superiorità per trarre dei vantaggi a scapito di chi è in posizione di inferiorità. E la cultura mafiosa nasce quando si accettano queste condizioni. Se non volete vivere nella cultura mafiosa, dovete costruire una coscienza anti mafiosa. Essere contrari alla cultura mafiosa e iniziare a combattere le situazioni di tipo mafioso di cui si viene a conoscenza, è già un grande passo, anche se non sufficiente, verso la costruzione di una coscienza civica.
Dalla parte dei ?grandi?, occorre essere esigenti nei confronti dei giovani. Bisogna proporre loro delle mete impegnative, renderli consapevoli delle loro qualità e responsabilità. Perché le hanno. Hanno qualità, tanta. E hanno responsabilità, che a volte non sanno riconoscere. E i formatori devono aiutarli a far venire fuori queste qualità e responsabilità.
Naturalmente, le strutture ufficiali (scuole, associazioni e famiglia) e le Istituzioni (Governo centrale ed Enti Locali) devono offrire ai giovani tutte le credenziali formative per realizzare i compiti dello sviluppo: mentale, morale e sociale. Il senso civico verrà da solo. In maniera quasi naturale.
Per fare tutto ciò è necessario parlare meno del cosiddetto disagio giovanile e far crescere i giovani in un clima di maggiori stimoli, conoscenze e fiducia in se stessi.
Questo convegno ne è un esempio.
Ma che c?entra il teatro in tutto questo? E per giunta una commedia sulla mafia? Ebbene, il teatro è già di per sé un mezzo di enorme potenza educativa, anche oggi, in tempi di Internet e di globalizzazione. Il teatro è oggi e lo è sempre stato, specchio della realtà in cui viviamo. Se poi vogliamo ammettere che ?coscienza civica? vuol dire anche coscienza mafiosa, il legame è presto scoperto.
Parliamo di ?coscienza civica? nella misura in cui, essendo civili, rispettiamo le leggi e le regole. Parliamo quindi di ?coscienza mafiosa? se conosciamo la Mafia. La conoscenza della Mafia può creare una coscienza ?anti? mafiosa. E si sa che si è ?contro? qualcosa solo se si conosce questo ?qualcosa?. Il teatro aiuta a costruire questa ?coscienza anti mafiosa? e quindi una coscienza civica.
Conoscendo meglio il pericolo Mafia, i giovani possono imparare ad individuarlo ed ostacolarlo. La forma di rappresentazione teatrale, anziché di saggio sociologico, rende più agevole l?approccio ad un argomento a cui tutti purtroppo siamo collettivamente interessati.
Il titolo dell?opera, Piazza della Vergogna, fa riferimento sia alla celebre fontana di Piazza Pretoria, ove ha sede il municipio di Palermo, sia alla vergogna che la Mafia getta sulla Sicilia e sui siciliani.
La vicenda narrata è essenzialmente un pretesto per dare notizie ed informazioni storiche sulla Mafia e sulla sua evoluzione. L?azione si svolge nell?ufficio di un commissariato ed è una sorta di ?gioco al massacro? tra un commissario di polizia ed un ingegnere sospettato di essere un mafioso. I colpi di scena non mancano.
Ringrazio Giuseppe Arnone che ha avuto l?idea di mettere in scena il mio testo e ne ha curato la realizzazione.
Da parte mia, mi auguro di aver contribuito degnamente a costruire ?qualcosa?.

Metropoli: quei cinque numeri di un giornale autonomo

28 Luglio 2003 Commenti chiusi


QUEI CINQUE NUMERI DI UN GIORNALE AUTONOMO

Nel giugno del 1979 usciva il ?Numero 1? della rivista Metropoli, sottotestata: ?L?Autonomia possibile?. E fu subito polemica, un gridare allo scandalo. Di quel periodico ?mensile? uscirono solo cinque numeri, ma il più colpito e censurato, e conseguentemente sequestrato dalle edicole, fu proprio il primo numero, quello in cui era stato pubblicato un fumetto che ripercorreva le tappe del rapimento di Aldo Moro. In realtà, a causa di varie vicissitudini politiche e giudiziarie, i cinque numeri di Metropoli uscirono con cadenza quasi semestrale. L?ultimo numero è infatti del Giugno 1981.
Metropoli era un giornale ?redatto, a vario titolo, da un collettivo di Compagni? che aveva attraversato il ?68, l?Autunno caldo delle lotte di fabbrica e poi ?l?esperienza breve e felice? di Potere Operaio. Il primo editoriale era preciso, diceva che Metropoli era un giornale ?rivolto ai giovani, alle donne, agli anziani; a chi lavora e a chi no; a chi ruba nei grandi magazzini e a chi vorrebbe farlo; a chi si emoziona febbrilmente calandosi il passamontagna e a chi sente il brivido a corpo scoperto; a chi pratica il terrorismo e a chi ne ha orrore; a chi sta in galera e a chi teme di andarci; agli assenteisti e a coloro i quali sabotano la produzione?. A tutti, quindi. Ma così non fu. Metropoli, infatti, veniva acquistato da coloro che a qualunque prezzo, in quegli anni caldi, volevano ?vivere meglio?, viveri liberi, rifiutando il sistema politico e sociale di allora. Era il periodo dei Punk, degli Indiani Metropolitani, dei Dark, dei Cancançeiros, tutti giovani che vivevano allo sbando, praticando il cosiddetto ?esproprio proletario?, una popolazione migrante da una metropoli all?altra, un?era di giovani studenti universitari fuori corso che si convincevano a fare quel salto che li immetteva nel mondo del terrorismo, attirati dal ?meraviglioso fascino della clandestinità? dopo aver partecipato ad appena due o tre ?collettivi? (così venivano chiamate le riunioni di gruppi di studenti).
I redattori di Metropoli erano venti, tra i quali figuravano Beppe Madaudo, Lanfranco Pace, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Franco Berardi (detto ?Bifo?), Francesa Pasini, Maurizio Pignataro. Poiché nessun radattore era iscritto all?Ordine dei giornalisti, e pochè i direttori responsabili, dopo ogni uscita di Metropoli, venivano puntualmente accusati di un qualche reato, ad ogni numero della rivista figurava come Dierettore un nominativo diverso, in nome della ?libertà di stampa e della libera circolazione delle idee?. Precisazioni del genere cominciarono ad apparire dal Numero 2, firmato da Giancarlo Smidile. Il Numero 1 era invece firmato da Alfredo Azzaroni; al terzo numero si rese garante Carlo Emanuele Rivolta; il quarto fu firmato da Luigi Manconi, il quale precisò che non condivideva nulla di quanto la rivista aveva sostenuto in passato e che non conosceva neppure il contenuto degli articoli del Numero 4 (quello da lui firmato), ma che tuttavia voleva permettere, a chiunque volesse farlo, di acquistare e leggere Metropoli. All?ultimo numero, il quinto, prestò volentieri la firma Paolo Hutter, non solo per consentire la più totale libertà d?informazione, ma anche ?a causa di una breve cotta adolescenziale per Franco Piperno?.
Ma quali furono i ?meriti? o ?demeriti? di Metropoli ? Primo fra tutti quello di essere (l?accusa venne da varie parti) il periodico ufficiale delle Brigate Rosse, ossia di un gruppo armato che nel 1979 era nel pieno di una vera e propria guerra con lo Stato italiano (appena un anno prima era stato rapito e ucciso Aldo Moro). Uno Stato che le Brigate Rosse e lo stesso Metropoli identificavano con la Democrazia Cristiana, un partito politico che ?appoggiava l?imperialismo delle multinazionali?. E forse non a caso, in quel primo numero, veniva riportato integralmente il comunicato delle B.R. datato 3 Maggio1979, che rivendicava l?attentato fatto proprio alla sede romana della D.C., in piazza Nicosia, dove vi furono morti e feriti. Nessun giornale aveva mai pubblicato un comunicato delle Brigate Rosse. Il primo numero di Metropoli fu sequestrato appena 24 ore dopo la sua comparsa nelle edicole e, per molti, restò un oggetto metafisico, oggi ricercatissimo. Il secondo Numero, pubblicato nove mesi dopo, fu redatto per la gran parte nelle carceri speciali, dove soggiornavano quasi tutti i collaboratori della rivista. Anche il Numero 2 venne sequestrato. Nessuno più si aspettava il terzo numero di Metropoli, ma dopo altri dieci mesi ? nel Febbraio ?81 ? eccolo di nuovo in vendita, regolarmente distribuito, con editoriale di Lanfranco Pace e Paolo Virno; con un servizio sulla Cina di Oreste Scalzone, con pagine estere dalla Polonia e dall?America; ed anche pagine di Musica, Cinema e persino un satirico Gioco dell?Oca (?Gioco di pura evasione?) ispirato ai metodi di fuga dalle carceri speciali.
Tutti i numeri del giornale avevano rubriche fisse e contenevano anche delle interviste. Ricordiamo quelle fatte a Cesare Musatti su ?La cultura del pentimento?; a Tinto Brass su ?Cinema politico?; a Gianni Vattimo su ?Potenza del tempo libero?; e vi fu anche una domanda a varie personalità sulle ?Previsioni nel Processo 7 Aprile?: risposero esaurientemente: Carmelo Bene, Alberto Arbasino, Giorgio Bocca, Ruggero Orlando, Oreste Del Buono e Indro Montanelli. Molto spiritoso è stato Roberto Benigni, mentre Umberto Eco ha avuto una gelida reazione: ?Mi meraviglio che me lo chiediate, noi scriviamo sui nostri giornali, voi sui vostri?. Il più sibillino è stato Giorgio Forattini, fulminante come una sua vignetta: ?Sono un disegnatore, non mi occupo di politica?.
Nel frattempo si faceva strada un altro giornale più volte sequestrato, ed era pubblicizzato su Metropoli, si chiamava IL MALE. Fece epoca e lasciò un segno nell?editoria satirica. Accanto alla pubblicità de IL MALE, sull?ultima pagina del Numero 5 di Metropoli, campeggiava con risalto una notizia in grassetto: ?il Numero 6 di Metropoli sarà in edicola il 20 Settembre?. Era il 1981 e quel Numero 6 non è mai uscito. I redattori di Metropoli si sparpagliarono, forse dispersi nei meandri delle aule giudiziarie e di quelle parlamentari.

Giambattista Vico e il carattere poetico del linguaggio

15 Luglio 2003 Commenti chiusi

G. WOHLFART, Vico e il carattere poetico del linguaggio.
“Bollettino del Centro di Studi Vichiani”, XI/1981

Recensione eseguita per il seminario di “Estetica”, tenuto dal prof. Gianni Vattimo.
(Primo anno di “Lettere Moderne”, Torino 1983)

A giudizio dell’A., Vico è il primo studioso che ha tentato di ricavare filosoficamente il carattere poetico del linguaggio e la sua essenza.
A sostegno di tale tesi l’A. cita E. Coseriu, per il quale, Vico, ha trovato modo, nell’ultima delle sue orazioni inaugurali degli anni accademici dal 1699 al 1706, di rivendicare contro i cartesiani il valore dell’eloquenza, della retorica, della fantasia, della memoria, dell’ingegno, della poesia: la “poiesis” generalizzata e creatrice di Universali Fantastici.
Haman viene accostato a Vico da B. Croce e da Goethe, il quale, a proposito della “Scienza Nuova”, dice che è la “Bibbia degli italiani” e che, un giorno, per i tedeschi, solo lo Haman avrebbe potuto scriverne una simile.
Pur essendo, Vico, cattolico, ed Haman di idee “luteraneggianti”, per l’A. esiste tra i due un’affinità spirituale che li porta alle stesse conclusioni. Vico mette in evidenza, sempre, che c’è tutto un linguaggio di “versi” ce poi solo più tardi uno in “prosa”; inoltre, il linguaggio poetico costituito di Universali Fantastici è anteriore al linguaggio prosaico, costituito di concetti razionali o filosofici. Per Vico, “ogni manifestazione della natura era una parola. Tutto ciò che l’uomo in principio udì, vide e toccò fu una parola vivente.” E, in maniera leggermente diversa, anche lo haman espose questi stessi concetti e, perciò, non si può affermare che la sola idea di linguisticità era il fulcro comune ai due filosofi.
Per quanto riguarda Humboldt, egli non si stancò mai di sottolineare che l’idea dl linguaggio più evidente, ma anche più limitata, è quella di considerarlo come puro mezzo di comunicazione. E pertanto si può considerare Vico come precursore non solo di Humboldt, ma anche del pensiero storico del “Movimento Tedesco” sino a Hegel.
Le affinità tra Humboldt e il Vico sulle idee sul linguaggio sono tante che chiunque, leggendo varie opere dei due filosofi li può ritrovare e, pertanto, l’A. non si sofferma a citare brani.
Infine Hegel. L’A. arriva prima al nucleo centrale dell’affinità tra i due pensatori, cioè all’affinità delle loro due idee fondamentali – l’Universale Fantastico di Vico e l’Idea Assoluta di Hegel – per poi dimostrarne la similitudine.
L’estensore si sofferma lungamente sull’interpretazione dell’Idea Assoluta di Hegel alla fine di “Scienza della logica”, fino a dire che l’Ideale Assoluto è “senso che prende forma”. Con ciò l’A. vuole arrivare a dimostrare la connessione di tale idea con la “chiave interpretativa” di vico per la “Scienza Nuova”, cioè con i “ritratti ideali”. In pratica, anche gli Universali Fantastici di Vico sono “senso che prende forma”, ossia significato divenuto forma.

Marzo 1983

Introduzione a "Lettere a un giovane poeta" di Rainer Maria Rilke

14 Luglio 2003 Commenti chiusi

Introduzione a Rainer Maria Rilke
Lettere ad un giovane poeta

Come quasi tutti i grandi poeti, anche Rainer Maria Rilke è divenuto famoso solo dopo la sua morte, giunta quando aveva solo cinquanta anni. Rilke, infatti, nacque a Praga nel 1875 e morì in Svizzera, nel sanatorio di Valmont, nel 1926.
La sua fama andò crescendo di anno in anno solo dopo tale data, ma già nel 1929 tutti i suoi scritti erano conosciuti.
Poeta dallo spir5ito inquieto, Rilke abbandonò presto il paese dorigine e compì viaggi e soggiorni in Russia, Francia, Italia e Svizzera.
Nelle sue opere di poesia Il libro dore (1899-1903), Il libro delle immagini (1902), Canzone damore e di morte dellalfiere Cristoforo (1906), Rilke dimostra di essere un autore attento ai valori musicali della lingua. Con la sua opera successiva, le Nuove Poesie (1907-1908), Rilke oppone invece una strenua attenzione ai valori semantici della parola. Rilke fu anche scrittore di prosa e nei suoi racconti de I Quaderni di M.L. Brigge vi è unangosciante analisi del problema esistenziale delluomo moderno.
Fu lo scoppio della Prima Guerra mondiale che acuì la forza introspettiva di Rilke, e tale forza risulta evidente nei Sonetti a Orfeo (1923) in cui la Parola si fa interprete del mistero della vita e della morte.

Il giovane poeta che si legge nel titolo della raccolta di lettere, era un ventenne sognatore tedesco di nome Franz Xaver Kappus. Le lettere in questione sono le risposte del Rilke alle domande del giovane Kappus, il quale gli richiedeva un giudizio sui suoi primi saggi poetici. Quel giovane tedesco, dopo una breve carriera militare, divenne un autorevole scrittore.
Le Lettere sono in tutto dieci, scritte fra il 1903 e il 1908 e, come si può notare, tra una lettera e laltra passano lunghe settimane, a volte dei mesi. Queste missive, più che di giudizi, sembrano una serie di preziose lezioni sullarte dello scrivere, un originale modo di indirizzare alla vocazione artistica e alleducazione delle facoltà creatrici. Lezioni di scrittura creativa, si direbbe oggi. In pratica, si ha in queste lettere non solo una teoria della creazione artistica, ma anche il senso di una germinazione di spiriti poetici. La pacatezza che traspare da questi scritti, danno il senso dellintimità, di una espressione di stati danimo, quasi una lunga confessione che lautore fa al destinatario. Quel destinatario reale che ieri era un giovane poeta, e che oggi idealmente diventa il lettore della presente raccolta.
In questo libretto sembra racchiusa la Poetica di un grande autore. Queste dieci Lettere, infatti, hanno un valore inestimabile, non solo per la conoscenza dellUniverso letterario di Rilke, ma sono preziose lezioni anche per quelli che crescono e si formano ora, come poeti e come scrittori.
Ma adesso basta, scriveva il giovane Franz Xzver Kappus nel 1929, nella prefazione alla prima edizione tedesca delle Lettere. Quando un Principe sta per parlare, si deve fare silenzio.

Salvino Lorefice Ragusa, marzo 1994