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FERROCIANURO E COUSU COUS E ALTRI RACCONTI è un altro mio libro

25 Giugno 2016 Commenti chiusi

FERROCIANURO E COUSU COUS E ALTRI RACCONTI è un altro  mio libro pubblicato in ebook con EDITRICE LILLYBOOK. E’ in vendita anche su Amazon e costa solo 1,49 euro.

Racconti contenuti nella raccolta:
1) Un prestito d’onore: per un aspirante scrittore squattrinato, alle prese con lavori saltuari e mal pagati, chiedere un favore a una ex fidanzata può fare la differenza tra una buona e una cattiva giornata.
2) Pane e yogurth: sembra facile per un giovane rapinare vecchietti all’uscita dell’ufficio postale, quando il bottino è la loro misera pensione. Ma il giovane rapinatore del racconto capisce che non è bastata una pistola a renderlo forte.
3) Profumo di basilico: un padre emigrante in viaggio in treno verso il Nord, la sua piantina di basilico come ricordo di casa, i pensieri al figlio handicappato.
4) Il grande prestigiatore: Mister Chicago, prestigiatore, si esibiva in tutte le capitali d’Europa, ma senza grande successo. Insieme alla moglie e alla piccola Maximine viveva in una roulotte e aspettava la Grande Occasione: il momento per presentare Concerto di Magie, il più grande spettacolo magico di tutti i tempi.
5) Una vecchia gallina professionista: bisognoso di soldi, finisce a fare il gigolò con una “signorina” avanti negli anni, ma ancora piacente. Lei si autodefinisce “gallina
vecchia che fa buon brodo” e il servizio è stato ben pagato. Un’avventura fuori del comune, tutta da raccontare. Ma da non ripetere.
6) Ferrocianuro e cous cous: un giallo in famiglia. Una serata in famiglia, nella casa di
un commissario di polizia. A cena, tra una portata e l’altra, il commissario, la moglie e il
figlio adolescente, aspirante poliziotto, affronteranno a modo loro i dettagli di un omicidio in cui la polizia brancola nel buio.
7) Qualcosa di diverso: Marco, nonostante la tenera età, è un grande osservatore, e questa dote gli tornerà inaspettatamente utile quando, tornando a casa da scuola, si imbatte in un crimine.

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“Figlio di santa donna” – riassunto del romanzo

25 Giugno 2016 1 commento

Il protagonista del romanzo si chiama Cristiano Tenebroso, è un serial killer – lucido malato di mente, e svela (consegna, affida) i trascorsi della sua vita ad uno psicanalista. Gli confessa la propria infanzia – soffermandosi su un’adolescenza dolorosa; le proprie stranezze – divagando su episodi grotteschi; i propri omicidi – dichiarandoli lucidamente razionali e basandoli su invisibili/discutibili realtà.
Pur avendo più volte ucciso, Cristiano Tenebroso non vuole convincersi di essere un assassino e, nell’aprirsi al suo analista, parla con necessaria frammentarietà, frenesia e addirittura con divertissement. Proprio come fanno i pazienti nel raccontare tutto ciò che giunge loro in mente, Cristiano dice la sua infanzia, il passato recente, i ricordi in parte divertenti, i pensieri reconditi ecc.. Il killer si confida col dottore e nello stesso tempo racconta al lettore. Proprio per questo motivo, la struttura del romanzo è un continuo trasformarsi, un lungo svilupparsi tra dialogo e narrazione, tra fatti raccontati all’analista e storia riferita dal protagonista al lettore. Questo parlare e narrare si fondono e si alternano.
La madre del protagonista, una bigotta, è stata abbandonata dal marito tradito, presunto padre di Cristiano. La donna, infatti, aveva allacciato una relazione con il parroco della chiesa e procacciava indulgenze plenarie a pagamento. Sotto ipnosi, Cristiano svelerà che il suo vero padre è il giovane parroco. La madre influenzerà in maniera negativa l’infanzia del figlio. Quest’ultimo crescerà schivo, lontano dalle relazioni sociali ed affettive, sino a diventare impotente e cinico. La sua impotenza e il suo cinismo lo porteranno ad odiare le donne e a diventare assassino.
Cristiano Tenebroso narra, inoltre, i suoi rapporti col suo maestro di vita, Zio Marcello, raffinato collezionista oltre l’immaginabile, vecchio e malato di tumore che abita insieme alla bizzarra gemella, con la quale condivide spregevoli segreti. I due vivono in un appartamento di 15 stanze trasformato in un personale museo privato e contenente un tesoro accumulato in modo misterioso.
Quando Cristiano è ormai “guarito”, anzi crede di esserlo, entra nella sua vita Chiara Felsini, un commissario di polizia al quale stava per costituirsi. Cristiano rapisce la donna e tra i due inizia, tra bugie e verità, un perverso gioco al massacro dal finale inaspettato.
Inizialmente, gli episodi narrati non hanno nessun apparente legame tra loro. Poi, però, convergono a disegnare il profilo del protagonista e a spiegare situazioni dapprima lasciate aperte.
Le storie sono tutte narrate in prima persona da Cristiano Tenebroso. La prima storia indugia sulla memoria del protagonista; la seconda racconta gli episodi via via vissuti da Cristiano nei suoi rapporti con gli altri. Le storie andranno a congiungersi negli ultimi capitoli, sino a formarne una sola, sino allo svelamento finale.
Benché non sia usuale farlo, ho distinto i capitoli in numeri romani e in cifre ordinali per identificare i diversi piani narrativi temporali.
FIGLIO DI SANTA DONNA è un romanzo che non fisserei rigidamente in una definizione di genere, anche se, dovendolo necessariamente catalogare, lo definirei .

Il mio nuovo romanzo s’intilola FIGLIO DI SANTA DONNA – http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/gialli-noir/256299/figlio-di-santa-donna/

25 Giugno 2016 Commenti chiusi

é un thriller d’amore e odio. Si chiama Cristiano Tenebroso e svela (consegna, affida) i trascorsi della sua vita ad uno psicanalista. Gli confessa la propria infanzia, le proprie stranezze e i propri omicidi.

Zio Marcello è un vecchio collezionista, oltre l’immaginabile, è stato il maestro di Cristiano e abita insieme alla bizzarra gemella, con la quale condivide spregevoli segreti.

Quando Cristiano è ormai “guarito”, anzi crede di esserlo, entra nella sua vita Chiara Felsini, un commissario di polizia al quale stava per costituirsi. Cristiano rapisce la donna e tra i due inizia un perverso gioco al massacro.

Riassunto del mio romanzo IL VOLANTINO E IL MELOGRANO

30 Aprile 2011 Commenti chiusi

Voglio riprendere la pubblicazione di miei scritti su questo blog, dal quale sono assente da parecchio tempo.
Voglio farvi leggere il riassunto di un mio romanzo. Lo so: potrebbe sembrare narcisistico o altro, ma vi assicuro che la mia voglia di pubblicare (non per soldi, credetemi) è forte. la voglia di dire qualcosa che possa servire a far riflettere, a divertire a mutare la Società è forte.
Basta. Buona lettura (a chi ne ha voglia).
Il Volantino e il Melograno (Riassunto)

Il volantino e il melograno potrebbe sembrare, a prima vista, un romanzo autobiografico della peggiore (o migliore?) specie. Ma ad una lettura più completa si noterà che il romanzo è, se non un’ironica visione della vita, una parodia della vita stessa, quella descritta nella letteratura “esistenziale”. Ma è anche una parodia del mondo degli scrittori, degli artisti, dei “generi letterari” e della “critica letteraria”, del mondo del lavoro e dei (cosiddetti, a torto) fannulloni della Pubblica Amministrazione, dell’odio e dell’Amore… tra colleghi e tra Sudditi e Potere.
Il romanzo, scritto in prima persona, è strutturato come un insieme di episodi che hanno varie connotazioni. A volte sono metafore, altre volte sono la condizione stessa del vivere, ossia dei semplici avvenimenti più o meno significativi. Gli episodi sono collegati tra loro, e richiamano situazioni e luoghi che vanno a costituire l’unità narrativa.
Il titolo è per il personaggio una metafora salvifica, e il suo significato è svelato nel finale. Si scopre così che il Volantino è quello dei comunicati sindacali dell’allora nascente Sindacato di Base. Il volantino, usato come arma, e non solo come simbolo delle armi vere, cioè quei kalashnikov utilizzati dai terroristi in quegli Anni di Piombo, si rivela in tutta la sua chiarezza.
Il Melograno, invece, è la metafora del Potere e del Padronato Politico e Amministrativo. Leggendo il romanzo ci si ricorda che l’INPS di cui si parla è quello che un tempo era governato dai Sindacati, quelli della Triplice, nemici giurati dei Sindacati di Base. (La Triplice, dal canto suo, si è battuta strenuamente, ma invano, perché i Sindacati di Base non attecchissero nella Pubblica Amministrazione.)
Il melograno ha “mille nidi, mille uova, mille paia di lenzuola”, e può essere aspro o dolce, acerbo o maturo, un “mostro”dai mille colori, dalle mille facce. Proprio come il Potere, che ha mille meandri. Il melograno nasconde, annida, copre il buono e il marcio. Il volantino svela, diffonde tutto ciò che il Potere vuole nascondere, e rende visibile le connivenze, i guasti, i difetti e le colpe dei dirigenti del Sistema. Quel Potere (il Potere è sempre, per qualche motivo, un Nemico) che vuole imprigionare l’Individuo (il protagonista) trasformando la sua sopravvivenza in un impiego a vita, e lo sottrae alla sua libertà, creativa e no, occupandogli la mente con cartellini da timbrare (quelli di entrata e di uscita), con straordinari, turni, ferie, missioni, assenteismi più o meno colpevoli coperti da complicità varie. Volantino e Melograno in antitesi, dunque.
Questo romanzo (il cui sottotitolo potrebbe essere Confessioni, ricordi ed esperienze esistenziali di uno scrittore assunto all’Inps e poi rinato), seppur con un linguaggio a volte crudo è, soprattutto, una satira del mondo impiegatizio della Pubblica Amministrazione, che nel romanzo è identificata con l’INPS, quella di circa venti o trenta anni fa, quando esistevano i “carrozzoni” statali e parastatali e l’aggettivo “fannulloni” non era associato ai pubblici dipendenti. Naturalmente, oggi l’INPS non è più come appare in questa narrazione (i computer cominciano a fare capolino). Infatti, i tempi e i riferimenti sono evidenti, basti notare la presenza di Alberto Moravia in uno degli episodi narrati, o i titoli dei film citati (La chiave). Il riferimento all’INPS è un pretesto e i luoghi descritti sono casuali. E proprio per essere satira, la vita in ufficio è esasperata al massimo, sino ad essere esorcizzata, sino a diventare comicità, ma anche motivo di riflessione.
Non è una narrazione fantozziana. Il personaggio principale non è un Fantozzi. Ciascun capitolo ha un suo ritmo, un suo respiro, una sua lunghezza e durata. In molti episodi vi è un messaggio che ha un suo significato, a volte “forte” e a volte “tenero”, quasi delle Storie di ordinaria follia che ricordano il buon, vecchio, caro Bukowski.
Il protagonista è un personaggio che vive in un mondo tutto da scoprire, che è forse nascosto nella coscienza del Lettore, un mondo dove solo la creatività, la libertà e l’individualismo più sfrenato hanno diritto d’esistenza. La sottomissione alle regole della convivenza lavorativa, dell’ordine costituito, del perbenismo, non hanno, invece, dignità, e sono da bandire. Oltre la letteratura, c’è il paradiso. Null’altro. Come notazione importante è da riferire che le Opere del protagonista sono puntualmente respinte dalle Case editrici, alle quali le invia con meticolosa regolarità. In questa situazione, il nostro eroe vince un concorso, il Posto all’INPS desiderato da milioni di persone. Ma quel Posto è da lui disprezzato, persino vilipeso. Inizia così a vivere in conflitto con se stesso. Egli nota la differenza tra ciò che era (e che vuole continuare ad essere) e quello che è adesso (che teme, intuisce, che diventerà).
Il protagonista (il cui nome non è dato sapere, quasi a rilevare l’universalità della storia narrata) è un uomo il cui solo scopo è di Creare Opere Immortali. Egli è un Artista. E per Opera non intende solo ciò che lui “scrive” (romanzi e racconti), ma anche tutto ciò che fa, ogni attimo della sua esistenza, ogni sua azione (ad esempio: da giovane è stato decorato con la medaglia di bronzo al valor civile per aver salvato l’equipaggio di un mercantile, evento briosamente narrato). Quello che fanno gli “altri” (i colleghi, gli amici, altri studenti universitari), è Nulla, il vuoto della vita, il vuoto della mente. Quella vita è un trascorrere del tempo, nell’attesa della Morte. Malgrado ciò, il protagonista è un personaggio sensibile, benché individualista sfrenato. È un animale solitario che ama andare a caccia da solo e, da solo, perdere (o vincere, dipende dal punto di vista). Dai suoi colleghi viene umiliato e deriso. Mai lodato. Per converso, egli reagisce secondo la sua cultura: con feroce ironia, con i fatti e con le parole. E tale reazione rende ancor più cinici, invidiosi e violenti i suoi colleghi.
Come si diceva dianzi, non è narrazione di vita del genere “Fantozzi”. Gli episodi sono dei pensieri, delle riflessioni, delle farfalle svolazzanti che denotano la voglia di libertà del protagonista che ”suo malgrado” è stato assunto all’INPS e viene quindi sottratto all’esistenza che aveva nutrito sino alla soglia dei trent’anni, sbarcando il lunario tra università, lavori saltuari e collettivi studenteschi, passando poi all’anarchia edonista. Sfocia, infine, nella vita sbandata e “sempre senza soldi”, quella dei frequentatori di ippodromi e casinò. Una vita, di poco dissimile da quella dei barboni. (Ciò che lo distingueva da quest’ultimi era il semplice fatto che il protagonista aveva un tetto – una lurida soffitta – sotto cui rifugiarsi). In quest’ambiente, giova ripeterlo, giunge quell’assunzione all’INPS.
Queste rare farfalle svolazzanti, scritte a mo’ di diario, sono narrate senza censure, senza ipocrisie né timori, perché liberino, da una tenaglia psicologica, il protagonista, che lotta per non essere completamente ghermito dal Sistema. Egli non vuole rassegnarsi all’idea di essere un mattone incasellato in un Grande Muro. Le narra a modo suo, le sue avventure, lui che lo sa fare, lui che sa capire. Riflette, sulla sua Condizione Umana. Non reagisce, ma sogna.
In un finale onirico, il protagonista capisce che giunge l’ora di liberarle, quelle sue farfalline. Finalmente volano via. E il protagonista, forse in un ultimo furore di rassegnazione, sembra ripetersi: “per favore, tu che non vuoi o che fai finta di non volerle acchiappare, chiudi queste pagine: le farfalle resteranno spiaccicate, è vero, ma saranno pronte per il futuro, per quando cambierai idea, nel tempo in cui la tua morale ti consiglierà di farlo, per il tempo in cui la Libertà ti scioglierà le ali”. E uscirà vincente da una sfida tra Individuo e Sistema.
Nel frattempo, bene o male, avrà servito la sua Nazione, e la libertà arriverà, forse troppo tardi, con la sua pensione: un finalino, l’ultima pagina, di commovente tenerezza.

Grazie per aver letto.
Salvino.
stilografiche 3

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sull’oscenità, sulla censura

28 Novembre 2010 Commenti chiusi

Ieri, leggendo un articolo sulla censura,

ho scoperto che l’oscenità non è  altro che una condizione dello spirito di chi legge, guarda o ascolta.

E’ un concetto di Thèodore Schroeder, che dedicò tutta la vita al tema.

E’ un concetto che ho deciso di condividere perchè, riflettendoci, è una verità.

belle immagini che mai saranno oscene

belle immagini che mai saranno oscene

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IL VINO ALFABETICO – Ovvero: l’Enoteca Letteraria

29 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Non mi era mai capitato di entrare in una Enoteca Letteraria, anzi: non sapevo nemmeno che esistessero.
Cos’è una Enoteca Letteraria? Semplice, una sorta di libreria-osteria in cui chi vi entra deve necessariamente bere almeno un quartino di ogni tipo di vino della sezione che via-via va visitando.
Mosso dalla curiosità, dopo essermi allenato a reggere bene il nettare degli Dei, entrai in quella specie di grotta che immetteva all’interno dell’Enoteca Letteraria, dove era conservato, custodito, il Vino Alfabetico. Vi entrai tenendomi pronto agli assaggi dei vari quarti di litro di vino che, lì dentro, chiamavano “sorsi”.
Ai miei occhi si presentò uno spettacolo meraviglioso: scaffali dai piani obliqui erano disposti uno accanto all’altro, in lunghi corridoi sotterranei da cui si diramavano altri corridoi più piccoli, e così via sin non so dove. E il freschetto delle gallerie invitava a bere. E anche le fette di salamino piccante e così anche il parmigiano offerto su larghi vassoi.
Sui ripiani degli scaffali erano deposte bottiglie di vino, catalogate per nazionalità. Ogni nazionalità era suddivisa in Annate: le migliori degli ultimi due secoli. E per ogni Annata, le qualità di vino erano disposte in ordine alfabetico. È niente, in confronto alla “Biblioteca di Babaele”, di J. L. Borges, ma Madame Fantasia può muoversi anche in spazi più ristretti, come in quell’Enoteca Letteraria. Anzi, si muove meglio, perché è aiutata a farlo dai sorsi di buon Vino Alfabetico, offerti in contenitori simili a delle tazzine, però di cristallo, chiamati “misurini”.
Entrai nella E.L. e mi precipitai verso la sezione “Produzione Italiana – Annata ’81″. Un omino basso e grosso, con il naso rosso e gli occhi lucidi e con foglie di vite sulla testa, a mo’ di corona, prese a farmi da guida e da mescitore. Inesorabile mescitore.
“Chiamami Eno”, mi disse, “e tieniti pronto”. Fece una pausa e mi domandò: “Sei pronto?” e iniziò a porgermi lievi quantità di vino, vari misurini, pieni fino a traboccare.
Cominciammo la visita dalla lettera “A”: un sorso d’Albano e uno d’Alcamo Bianco, siciliano, alcool d’acini un po’ acerbi, sorsi asciutti e asprigni. Per ultimi un Aleatico dell’Argentario e un Ambrato di Comiso.
Per la “B”, invece, tre brindisi per iniziare: uno con Barolo, uno con Barbaresco e uno con Bardolino. Poi altri quattro con Barbera (d’Alba, d’Asti, di Avellino e di Longhirano). Vini buoni e ben tenuti in bottiglie, bottigliette, bottiglioni e Botti. Beh, buone bevute, anche col Bracchetto. Ma dopo un po’, Eno esitò e mi invitò ad altri sorsi porgendomi Brunello di Montalcino e Bardolino. Ma poi mi acconsentì anche un sorso di Bonarda, il Re degli amabili. Il Bianchello però mi sfuggì.
Per la “C”, calici colmi di vini corposi come Cortese, Chianti e Cannonau Chiaro del Campidano. Seguì il Cabernet, non so se del Piave o del Trentino. E poi Casteldaccia, di Palermo, e Castelli Romani e Castelli Trentini. E il Cerasuolo? Mi offrì solo quello di Vittoria. Concluse col Cilento, con i Colli e con Colline. Cavolo, che cantina!
Con la “D” solo Donnaz e i Dolcetti, quello d’Alba, soprattutto. Solo due dita, disdetta!
E con la “E”? l’Erbaluce, eterno ed elegante. E poi l’Etna e l’Etrusco.
Poi vado subito alla “F” e si ritorna al doppio sorso col Frascati, fratello di filari, e col frizzante Frejsa. E poi ancora doppio sorso col Franciacorta e col Frappato di Vittoria.
Alla “G” c’è il gustoso e granato Gattinara e il genuino Grignolino. Assaporo anche il Greco ed il Groppello.
Giunti alla “H” c’è per me un handicap, che non è un vino bensì un “hic!” da singhiozzo. Alla “H” per tanti c’è l’hospital, ma non per chi, come me, comincia ad avere un po’ di humor (se proprio humor si vuol chiamare la Sbornia allegra). Ciò non m’impedisce d’assaggiare un sorso d’Hors d’Ouvre dello scaffale accanto, quello francese.
Alla “I” passo e chiudo senza indugi con l’Italico del Trentino.
Alla “L” degusto un alito di Lilibeo dolce di Trapani e un tocco leggero di Lambrusco, principe degli amabili, logicamente limpido e frizzante.
Alla “M” il Marsala. E poi Merlot e ancora Merlot. E poi Malvasia, Malavasia e Malvasia e poi Montepulciano d’Abruzzo e poi Moscato e altri Moscati e poi Mondragone e poi Montalbano, Montecarlo rosso e poi? Mmmh! Memorabile mescita, la “M”, magnifica.
Alla “N” c’è il Nebbiolo, nettare nuovo, nostrano.
E siamo subito alla “O”, ove osteggio un grande onore ad odorare e sorseggiare un po’ d’Orvieto.
Alla “P”, ancora il doppio sorso, ponderate mescite del profumato e piemontese Pinot e un po’ di Prosecco di Conegliano. Per non dire di altri Pinot, del Procida e del Prosecco.
Alla “Q”, quantità e qualità qualsiasi per il quindicesimo quartino: vedo quadruplo e mi quieto.
Alla “R” ci sono il Rollo, il Riesling, il Recioto e il Racalbuto, ricercato dai Re.
Alla “S”, il Soave e il Sauvignon, nonché il sanguigno e saporito Sangiovese. Il Salento viene in groppa al Somarello di Lucera.
Alla “T” mi ritrovo il toscanaccio Trebbianino e i trentini Terlano e Termeno con il tralucente Tocai. Le Tre Valli chiudono il paesaggio.
Alla “U” non vedo nulla, non saprei (ma c’è qualcosa?): L’Uva, madre del vino, non ha un vino con la “U”? Il beone che m’invita, mi sorride e non mi porge nulla, ma io vedo qualcosa dietro a lui: è forse l’Ululai?
Alla “V” due volte doppio sorso: primo, Verduzzo e Verdicchio, vitigni veraci. Secondo, Velletri romano e Valpolicella, vendemmia veneta veronese, profumo di viola. Ma poi un vivace Vermentino di Liguria completa l’assaggino.
E in men che non si dica siamo alla “Z”. Per chiudere in bellezza un sorso di Sicilia: lo Zibibbo.
Mentre Eno, l’omino-guida, mi accompagnava all’uscita sorreggendomi, ché non mi tenevo in piedi, mi guardava sorridendo.
“Perché sorridi, ometto,” gli domandai con voce avvinazzata. Ma prima di rispondermi aspettò che fossi sull’uscio. Sì, aspettò che fossi proprio sull’uscio, fuori, lontano da lui. Poi disse: “Non tutti i vini ti ho fatto assaggiare. Sono molti i vini che ho fatto finta di non vedere.”
“Quali?” volli sapere arrabbiandomi. “Quali vini non mi hai fatto assaporare?”
“Vieni un’altra volta e lo saprai,” rispose il beone. E richiuse, svelto, la grande porta dell’Enoteca Letteraria.
Per l’Inferno, mi aveva lasciato a rimuginare sui vini che non avevo gustato.
Ho tanto pianto che sono rimasto senza una Lacrima.
Lacrima Cristi, Lacrima di Corato, di Gallipoli, di Somma e di Castrovillari, quanto pianto sprecato!
Oh, Vino Santo di tutt’Italia!
Per Bacco Baccone, quali vini non avevo assaggiato?
Hic! E doppio Hic!
Sangue di Giuda, mi era sfuggito il meglio.
Per Santa Maddalena e Sant’Antioco, quel beone mi ha ingannato.
Per San Torpè e Santo Stefano, la mia sete non ha placato.
Per tutti i Santi del Palamento, solo il Sangiovese ho degustato.
San Giustino, San Severo e San Sidero perdonatelo voi!
A bere ci pensiamo noi.

Guardando il mare (omaggio a Salvino Lorefice)

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Poesia di Angela De blasio

E tu
che seduto su rocce
di basse scogliere
in acqua salmastra
innalzi il pensiero
su ali di gabbiani
sospesi a mezz?aria
e intingi ali spezzate
nel rosso tramonto
tuffato nel mare
ristora il tuo volo
su vele di barche
sospinte da brezza
che lasciano scie
di schiuma frizzante
su morbide onde
che cullano lievi
pensieri e ricordi
presenti e lontani
Tu
non ti fermare
rimargina l?ali
e ritorna a volare.

Dire grazie ad Angela de Blasio, poetessa ed infermiera-caposala di Benevento, è ben poca cosa. Per me, ricevere un omaggio, anzi “ritrovarsi” citato in un titolo di poesia è invece grandissima cosa. Spero che tutti i Poeti possano provare una simile sensazione. In quanto alle ali spezzate… è stata dura, ma son diventato duro. Grazie.
Salvino.

Riferimenti: Angela è stata ispirata da una mia poesia

Frammenti di Vita

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Le notti insonni
E i giorni a letto
E il pensiero
Che sia
La mia
Vita.

Pensi,
Pensi alla tua vita
O ricordi,
Ricordi il tuo passato
Una vita nei ricordi.

Uomo alle soglie
Del tempo
Cosa fai
Seduto lì
A guardare inerme
Mentre la morte
Comincia a coprirti
Col suo nero mantello?

Senza amore
E non sento
Il bisogno
Nemmeno
Di una goccia
Della sua
Linfa!

Torino, 1982
Riferimenti: se vuoi leggere altre mie poesie

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Frammenti di Vita

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Le notti insonni
E i giorni a letto
E il pensiero
Che sia
La mia
Vita.

Pensi,
Pensi alla tua vita
O ricordi,
Ricordi il tuo passato
Una vita nei ricordi.

Uomo alle soglie
Del tempo
Cosa fai
Seduto li?
A guardare inerme
Mentre la morte
Comincia a coprirti
Col suo nero mantello?

Senza amore
E non sento
Il bisogno
Nemmeno
Di una goccia
Della sua
Linfa!

Torino, 1982
Riferimenti: se vuoi leggere altre mie poesie

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Il Pirata dell’Isola dei Bonsai

14 Novembre 2003 Commenti chiusi

Ho scritto un romanzo. Anzi, ne ho scritti sette. L’ultimo è “Il Pirata dell’isola dei Bonsai“. Eccone il riassunto.

La vicenda, che si sviluppa nell’arco di circa trent’anni, a partire dagli Anni Novanta, inizia con l’incontro fra Teo e Cristina. I due erano fidanzati e non si vedevano da cinque anni. Quest’incontro apre la narrazione ad una serie di avvenimenti tra passato e presente. Tra una storia d’amore e una vita avventurosa, Teo scoprirà di essere padre di Simonetta, una bambina di quattro anni, sordomuta dalla nascita, avuta da Cristina quando lui era ancora studente. Una scoperta che cambierà la sua vita.
Teo è un giovane ingegnere informatico che vuole realizzare un sogno: rendere libero il Web da ogni forma di controllo e di censure e metterlo al servizio dell’Arte. Il progetto sembra ambizioso, ai limiti dell’impossibile, eppure lo realizzerà.
Nella Prima Parte, in un intreccio tra realtà e ricordi, si scoprirà che Teo è un pirata informatico che lavora per la multinazionale Generalsoft. È diventato hacker per vendicarsi proprio della Generalsoft, che lo aveva scartato ad una selezione per manager. Ottimo studente, laureatosi discutendo una tesi rivoluzionaria, Teo viene assunto dalla stessa multinazionale per svolgere mansioni di secondo piano ed è inoltre costretto ad accettare un basso stipendio. Nella sua attività di hacker, Teo si firma “Il Vendicatore”, riscuotendo successo in Internet (“non c’erano hacker che non avessero tentato di imitarne le imprese”). Facendo l’Insider trading, Teo accumula un’immensa ricchezza che in seguito gli servirà per comprare unisola nell’Oceano Pacifico, che diventerà poi il centro della sua attività.
La Generalsoft, frattanto, assolda dei killer per dare la caccia a Teo. Una caccia all’uomo che fa prendere un risvolto da thriller a quello che sembra essere un romanzo d’amore. Questa caccia, ordinata dal Consiglio d’Amministrazione della Generalsoft per smascherare e punire colui che ha causato danni alla multinazionale per milioni di dollari, crea una serie di circostanze, tra le quali la morte di uno dei due killer nell’appartamento di Teo. Di qui l’accusa di omicidio che trascina Teo in carcere.
Ed è proprio in carcere che incontra Padre Ruggero, il cappellano, che lo aiuta a capire che la pirateria informatica può essere usata per il Bene e può diventare un’Arte o servire l’Arte.
Con uno stratagemma informatico, Teo evade e, con Cristina e Simonetta, si stabilisce su un’isola del Pacifico, da lui ribattezzata “Hope Island”, dove fonda una sorta di Comunità che accoglie tutti gli hacker che condividono le sue Idee e che siano disposti a contribuire allo sviluppo del suo progetto. (“Hope” venne interpretato sia come Speranza, sia come acronimo per Hacker On Planet Earth.)
Hope Island è un’isola fuori dalle acque territoriali, dove viene studiato e realizzato il sogno di Teo, una nuova forma di comunicazione che diventerà Arte e con la quale tutto ciò che prima era carta scritta, diventa realtà nella mente di chi ne usufruisce.
Ad Hope Island si tiene il primo Hackemeeting mondiale, che diviene un grande “HackLab” permanente. Un laboratorio in cui i partecipanti, esperti d’informatica, artisti e tecnici elettronici, possono sperimentare la passione per la telematica e l’informatica creativa. In capannoni prefabbricati, simili nell’aspetto a grandi officine, i giovani inventano programmi e nuovi strumenti per utilizzare al meglio i software. Ciascun programmatore può concentrarsi su aspetti specifici di utilizzazione e ne apporta miglioramenti sino a trovare la soluzione ottimale. Altri programmatori, invece, lavorano sugli stessi programmi per metterli alla prova e trovarne i difetti. Si viene così a creare una sorta di palestra, dove l’allenamento tra hacker diventa una sfida per superare barriere apparentemente insormontabili. Hope Island diviene così un Porto Franco dell’Universo informatico, un posto in cui è obbligatorio transitare per chiunque abbia qualcosa da dire, qualcosa di innovativo da offrire e che voglia regalarlo all’Umanità.
Era stata decretata la fine della lettura di un romanzo e veniva battezzata l’Era della percezione di un romanzo. L’Era dei microchip X9. L’era degli Psicolibri. Gli hacker divennero moderni copisti e molti romanzi vennero trasformati in un insieme di impulsi. Una grandissima combinazione di impulsi. (…) Il problema non era quello di creare un programma che producesse semplicemente un film mentale. E non era neppure Realtà Virtuale. Quella ormai era storia passata. Oggi veniva creato un programma che permetteva di “vivere” le emozioni, i sentimenti e lo stato d’animo dei personaggi di un romanzo.
Solo alla fine il lettore scoprirà che Simonetta, ormai adulta e ormai “guarita” grazie alle tecniche della scienza, aveva rivissuto, con la nuova Arte creata dal padre, il diario di Teo.
Nel corso della narrazione vari personaggi contribuiscono alla formazione e maturazione di Teo che, da semplice pirata informatico, si trasforma in ideologo del Web.
Tra i personaggi descritti vi sono due terroristi, che vogliono ricostituire una Colonna di Brigate Rosse. Uno dei due terroristi è una ragazza, Adriana, che col suo amore vorrebbe convertire Teo alla Lotta Armata. La Rivoluzione contro l’Imperialismo della Globalizzazione dovrebbe essere narrata e propagandata in Internet e perciò vogliono arruolare Teo. I tentativi di Adriana sono vani. Lei morirà di AIDS in carcere.
Il Consiglio d’Amministrazione della Generalsoft, i killer, le vicende del passato di Teo, i compagni di carcere, sono altri elementi che fanno risaltare la figura del protagonista. Infine sono ricordati e descritti gli ultimi discendenti del popolo Maohi, che vivono nell’isola incontaminata e con paesaggi mozzafiato. Quell’isola scelta da Teo come ultima dimora.
Il funerale di Teo si svolgerà nella tradizione di questo popolo. Una tradizione che il Pirata ha sempre salvaguardato, pur vivendo egli stesso con la tecnologia del Villaggio Globale.
Teo morirà nelle sue officine informatiche. Come nel vecchio west dei pionieri che fecero l’America, anche in quell’isola nel Pacifico il retro della casa era diventato il cimitero di famiglia che Teo ha voluto ornato con migliaia di bonsai, quei bonsai che sono stati la seconda passione di Teo. Quella seconda passione che in passato lo hanno salvato, dalla morte prima e dalla prigione poi. Quei bonsai che, forse, con i segreti racchiusi tra le radici, potrebbero essere la salvezza dell’Umanità.

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