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Esistenzialismo, finale.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Zerocinquantanove del 22 giugno 2006. E? tardi, vado a letto. Ho inaugurato il mio portatile, acquistato dopo averlo agognato per un paio di anni. Blog e romanzi. E sito web. A proposito, il mio è http://web.tiscali.it/salvinolorefice Visitatelo.
Mancano solamente tarallucci e vino.

altro esistenzialismo. quasi un finale.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Ho scritto i miei nuovi blog senza sapere quando li avrei pubblicati. Penso che i blog (o blogs?) siano dei pensieri intimi che non hanno scadenza, non hanno fine. Eppure i blog sono nati (hanno avuto successo) come gossip, meteora nel firmamento degli stupidi avvenimenti di questo mondo. Ignorando che il mondo, il firmamento non è altro che la nostra esistenza, la nostra non-esistenza, ossia quella che avviene dentro di noi, dentro il nostro cervello e dentro la nostra anima (psiche, per i non credenti).

sempre esistenzialismo?

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

È ancora il 22 giugno appena iniziato. Esattamente qualche minuto dopo mezzanotte. Penso al mio amico di gioventù. Si è laureato in ingegneria, si è sposato, tre figli bravi ragazzi. Famiglia felice. Ma ci vuole poco a crollare un Mondo. Il suo secondo genito, Francesco ha avuto un incidente col suo motorino. Un?auto l?ha investito. Gli hanno dovuto amputare una gamba. Francesco è un campione di break dance.

l’angolo dell’esistenzialista.

27 Giugno 2006 Commenti chiusi

Oggi è appena iniziato il 22 giugno del 2006. Penso che sia bello avere una famiglia. Una moglie e due figli dei quali non ti puoi lamentare. Certo, ognuno ha i propri difetti, ma una persona senza difetti non è una persona, è un dio. E nella mia famiglia siamo un gruppetto di mortali. Quattro comuni mortali. Solo Allah è perfetto.

Rieccomi con un comunicato

6 Settembre 2004 1 commento


Ad un ragusano d’adozione il Premio “Libera la Cultura”
Con il romanzo “Il Pirata dell’isola dei bonsai”, quale miglior testo di narrativa, Salvino Lorefice è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Libera la Cultura – Festival delle Serre” indetto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cerisano (Cosenza) e giunto ormai alla XII edizione.
La cerimonia di consegna del Premio si terrà a Cerisano domenica 10 settembre.
Salvino Lorefice, funzionario INPS nativo di Gela ma residente a Ragusa da quasi vent’anni, è stato insignito lo scorso Luglio del “Premio Speciale Kiwanis Club” di Gela “per aver contribuito a diffondere la cultura siciliana in Italia”. Le sue commedie, infatti, continuano ad essere rappresentate in numerose città d’Italia ottenendo ovunque ampi consensi.

Riferimenti: visita il mio sito

poche parole e un portafortuna

18 Febbraio 2004 1 commento


Ma allora è vero, i “blog” vengono letti. sono idee sparse per il mondo, nello spazio, pronte per essere afferrate da chiunque. Il mio Blog è stato visitato da quasi 1.500 persone. Chissà cosa cercavano! chissà se i miei Scritti sono stati utili. chissà se sono stati copiati, chissà per cosa: una tesi di laurea? un articolo di giornale apparso chissà dove? Forse sono state “prelevate” poche righe, poche frasi, qualche parola per degli appunti che sarebbero stati trasformati in altre Opere, magari migliori delle mie.
I blog più visitati sono stati quelli letterari e teatrali, nei cui titoli apparivano i nomi di Grandi della Letteratura: Pirandello, Rilke, Vico, Bufalino…
In questo Blog non voglio regalare parole, voglio regalare un portafortuna.
un grafico da inserire come sfondo per il desktop. Ma attenzione, non deve essere manipolato e non deve essere cambiato alcun elemento: ricordatevelo e ricordatelo agli altri a cui lo vorrete regalare. Si chiama – l’ho chiamato – Auroraportafortuna. E se poi vorrete scrivermi per dirmi dei vostri successi, sarò lieto di leggervi e di rispondervi. Magari da cosa nasce cosa e alla Fortuna si somma la Fortuna. per iperbolici successi.
Regalare Fortuna, porta Fortuna. io ci provo, e voi?

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Gioco, che Pasione!

29 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Gioco, dolce gioco. Il gioco è affascinante. Il gioco è brivido. Il gioco è bello. Anche la Vita è un gioco. Tutto è un gioco. La Vita è un gioco col destino. Col destino si può giocare a poker (e non sei mai sicuro di vincere) o a scacchi e non ti puoi permettere di sbagliare). Un giocatore è capace di tutto. Il giocatore è un uomo coraggioso. Io sono sempre stato un giocatore. In ogni gioco si perde o si vince, si vince o si perde.
Desidero riportare un brano del mio scrittore preferito. Chi è? Finalmente ve lo dico: è Charles Bukowski.
“Santa Anita, 22 marzo 1968, ore 15,10. Non riesco a colpire Quillo’s Babe, il colpo mi avrebbe portato alla pari in accoppiata con Alpen Dance. La quarta corsa è finita e non ho preso un cavallo, sono sotto di 40 dollari virgola zero, avrei dovuto colpire Boxer Bob alla seconda corsa montato da Bianco, uno tra i migliori fantini sconosciuti, a 9 contro 5; con ogni altro fantino, diciamo Lambert, Pineda o Gonzales, il cavallo sarebbe stato a 6 contro 5 o alla pari. Ma c’è un vecchio proverbio (metto insieme vecchi proverbi mentre me ne vado in giro stracciato) secondo cui la conoscenza che non viene seguita dall’azione è peggio dell’ignoranza. Perché se tiri ad indovinare e non ci prendi puoi sempre dire, merda, gli dei mi sono avversi. Ma se ‘sai’ e non fai, vuol dire che in testa hai soffitte e anticamere buie da percorrere avanti e indietro e a cui pensare. Non è mica una cosa sana, produce serate noiose, un eccesso d’alcool e seghe.
“Va beh. I vecchi scommettitori non scompaiono. Muoiono. Una volta per tutte, sulla 5 strada est, o a vender giornali di lotta con un berretto da marinaio in testa, a far finta che tutto è un gioco, il cervello spaccato in due, le budella ciondoloni, il cazzo senza dolce figa.
Penso che sia stato uno degli allievi di Freud, che adesso è diventato un filosofo di una certa importanza – lo leggeva la mia ex moglie – a dire che il gioco d’azzardo è una forma di masturbazione. È bello essere intelligenti e dire cose così. E poi c’è sempre qualche piccola verità in quasi tutti i proverbi. Se fossi un ragazzo intelligente penso che direi qualcosa come ‘pulirsi le unghie con una limetta sporca è una forma di masturbazione’.
“Forse mi guadagnerei un assegno o una borsa di studio, la spada del re sulla spalla e 14 pezzi di figa in calore. Voglio dirvi solo questo, col mio passato di fabbriche, panchine di parco, mestieri ingrati, donne malvagie e tempi duri della Vita. La ragione per cui di solito la gente va alle corse è che si è lasciata fottere dal giro di vite, dalla faccia pazzesca del capo reparto, dalla prepotenza del padrone di casa, dal sesso senza vita dell’amante; da tasse, cancro, depressione; da abiti che vanno in pezzi la terza volta che limetta, da acqua che sa di piscio, da medici che dirigono catene di montaggio e ambulatori indecenti, da ospedali spietati, da uomini politico col cervello pieno di puss? potrei continuare così, ma poi mi accuserebbero di essere troppo amaro e demenziale, ma il mondo fa di noi uomini (e donne) dei pazzi, e perfino i santi sono dementi, non si salva niente. Così vaffanculo. Ottimo. Stando ai miei calcoli ho avuto soltanto 2500 pezzi di figa ma ho visto 12.500 corse di cavalli, e se posso darvi un consiglio, ecco qui: datevi alla pittura ad acquerelli.
“Quel che sto cercando di dirvi è che la ragione per cui la gente va alle corse è perché è in agonia, eggià, ed così disperata che preferisce correre il rischio di prolungare l’agonia piuttosto che affrontare la sua condizione attuale. E i giovani non sono così scemi come si pensa. Stan seduti in cima ai monti a studiare il moto vorticoso delle formiche. Non pensate che Johnson sia orgoglioso del suo ombelico? E non capite al tempo stesso, che Johnson è uno degli stronzi più grossi che mai ci siano stati aizzati contro? Ci incastrano, ci bastonano e ci fanno a pezzetti fino al rincoglionimento totale; siamo rincoglioniti al punto che qualcuno finisce per amare il i suoi aguzzini perché questi ci torturano con metodi che sono assolutamente logici. È ragionevole dato che in vista non c’è niente di diverso. Dev’essere giusto così visto che non esiste nient’altro. Cosa? Santa Anita è lì, Johnson è pure lì. E, per qualche ragione, siamo noi a lasciarceli. Siamo noi che costruiamo i nostri stessi steccati e poi urliamo quando ci lasciamo strappare i genitali dal guardiano sub normale che agita la gran croce d’argento (d’oro non ce n’è più). Ecco perché siamo in tanti, anche se non tutti, il 22 marzo 1968 di pomeriggio ad Arcadia, California.”
È forte CHARLES BUKOWSKI, eh?
Un vero giocatore deve, non dico SEMPRE vincere, ma vincere “nella media”. Il gioco mi ha sempre affascinato.
Circa tre mesi fa, forse cinque mesi fa, iniziai a giocare ai cavalli, entrando così a far parte di quella schiera di giocatori che si autodefinisce perdente ma che gioca perennemente. L’ambiente che o finora frequentato è pieno di opinioni comuni, tra l’altro non giustificate, quali: “ai cavalli non si può mai vincere”. Oppure “chi vince ai cavalli qualche soldo, in seguito lo riperderà”, ed altre frasi del genere. Eppure, se sono convinti di ciò, perché giocano? Ho conosciuto gente che gioca ai cavalli da trent’anni e tutti mi hanno detto che in totale sono in perdita., ma che ormai hanno il vizio e allora giocano le cinque- dieci mila lire così, per abitudine.
Prima che io vincessi una corsa tris da trecento mila lire, perdevo cinquanta mila lire. Poi vinsi e da allora ho utilizzato quella somma con criterio.
Ma non esistono soltanto gli ippodromi e i cavalli, ci sono pure i casinò e le roulette. La roulette, la regina dei giochi (il principe è il poker).
Sono milioni i giocatori che ogni anno varcano la soglia di un casinò, ma ben pochi rinunciano a fare un gioco originale. Essi dunque non credono tanto alla fortuna quanto alla loro capacità di condurre un gioco il più intelligente possibile. Quasi sempre, con un po’ di esperienza (e di denaro) ci riescono.
Molte sono le esperienze a cui un uomo, nolente o volente, deve sottostare, ma nessuna è costosa come quella del gioco. E fra tutti giochi, la roulette è quello contro cui si cimenta l’intelligenza più pugnace del giocatore.
“succede inoltre – scrive Lyonell Groass nel suo libro “Così ho sempre vinto alla roulette” – che chi più conosce la roulette e più ne sperimenta le dure avversità, maggiormente sente di essere vicino a scrutare nel suo mistero. Il miete spesso vittime tra gli inesperti e superficiali, ed è tra questi che si ritrovano i disperati.”
Io, quando ho perso, non mi sono mai disperato, né ho mai imprecato contro la sorte.
“ci sono persone – continua Lyonell Groass – che affidano alla roulette patetici sogni di riscossa contro la grigia esistenza di un tavolo d’ufficio; individui già sull’orlo di dissesti materiali e morali, che chiedono alla volubile pallina, affidandole anche l’ultima lira, di cambiare di punto in bianco la loro sorte.
Secondo me, questi sono i “perdenti”.
Molti dicono, e forse ne sono convinti, che vanno al casinò per divertimento 8ed inconsciamente è come se dicessero “quindi devo perdere”), ci credo poco: chi va al casinò non solo VUOLE, ma DEVE vincere: è nel suo diritto. Però non bisogna lasciarsi trascinare, lasciarsi prendere la mano, dal gioco. NOI dobbiamo dominare il gioco e non il contrario. Non sempre l’uomo è vittima del “cieco destino” (anzi mai), ma piuttosto del proprio carattere e dunque di se stesso.
Quelli che dicono di andare al casinò per divertirsi, di solito ci vanno con una somma prestabilita e giocano fino a quando non la perdono (al contrario di un vero giocatore che “sa” quando è giunto il momento di smetterla, anche se è in perdita. Questi individui, anche se hanno le tasche gonfie di fiches, sono sempre dominati dalla frenesia del gioco e se ne liberano al più presto quanto più stanno perdendo, quasi a voler uscire da un incubo (ma loro dicono: “per rifarmi”).
Per questa gente, una visita sistematica, anche se piccola, non vuol dire nulla; eppure, questa vincita potrebbe equivalere alla rendita di una piccola industria o di un florido commercio. E qualunque cifra essi vincano, non possono fare a meno di tornare a rischiarla per innato autolesionismo.
L’ing. Hans B. che con un suo sistema vinceva in qualsiasi casinò, così freddamente commenta: “Senza di loro il casinò non avrebbe denaro per pagare le mie vincite.”
Chi gioca è un uomo “solo”, per questo ha bisogno dell’esperienza di tanti altri giocatori.
Ogni questione riguardante il gioco, purché esaminata con serietà, ha il pregio di sollevare un velo, di porre un problema. E i problemi, si sa, mantengono la mente sveglia. Specie i problemi del gioco. Il gioco, diversamente da altre distrazioni umane, richiede studio e metodo. Come in passato e come in futuro, oggi si rischia volentieri. È un piacere dal quale nessuno si sottrae (tranne quelli che non hanno emozioni e vivono una vita dalla quale non sanno prendere nulla, una vita piatta. Bleah!!!) ogni giocatore che si rispetti cerca di elevare il gioco in se stesso, di analizzarne la psicologia e le possibilità infinite. Certo che il capriccio di un’incostante pallina o di carte bizzarre o dadi piuttosto scherzosi possono compensare o deludere la fiducia di un giocatore. A Las Vegas, La Mecca del gioco, ogni giocatore professionista inizia ala “giornata” inserendo una monetina in alcune “slot machine” per “sapere” se quel giorno la Dea Bendata gli è favorevole o no.
Troppi credono di saper giocare alla roulette, a poker, a ramino ecc., ma di fatto sono migliaia quelli che annualmente si avvicinano ai tavoli da gioco di tutto il mondo nel modo più spericolato e imprudente senza, non dico sapersi difendere, ma senza nemmeno una conoscenza delle regole.
Un giocatore deve unire deve e passione in un sol blocco. Le mete non si raggiungono se non si possiedono questi requisiti insostituibili e irresistibili.
Come ho già detto, l’espressione “vincere sempre al gioco” non esiste. È più realistico ed onesto dire che si può “vincere nella media”, una media settimanale, quindicinale, mensile, di partite metodiche che ogni buon giocatore sa trovare divertendosi. Capito questo, uno che inizia “a giocare” finirà di disperarsi e di imprecare se qualche volta gli va male. Basterà che pensi: “per oggi ho perso.” Senza drammi né lamentele.
Pazienza e costanza sono le doti del giocatore, sangue freddo ed energia sono indispensabili per poter giungere logicamente al successo. Quindi un giocatore deve iniziare a giocare solo se è ben riposato, oppure giocare fino a quando le energie glielo consentono.
Uno dei misteri più indecifrabili, ma in pari tempo più affascinante della nostra psiche è il meccanismo della formazione delle idee.
“Tu sei – diciamo – seduto ad una tavolo di roulette e tutto sforzo del tuo cervello è teso a far sorgere l’impulso che ti condurrà a posare i tuoi gettoni nel punto giusto. I Teorici dicono che ogni colpo è nuovo ed indipendente da quelli precedenti e da quelli che seguiranno: I Paratici accettano questa teoria con qualche riserva: un determinato fenomeno o un gruppo di fenomeni si è già verificato nelle identiche circostanze, è questo è nella memoria del giocatore. Il giocatore valuta, nel proprio inconscio, la possibilità o la probabilità che l’evento si ripeta ancora ad una quota ben diversa da quella determinata dalla matematica pura. A ciò si replica: sono superstizioni. Possibile. Ma l’Umanità, nel suo lento intercedere le ha create, non togliendole dalla fantasia di un singolo individuo, ma dalla autentica e controllata osservazione del ripetersi di un dato evento, fausto o infausto, il cui ricordo si incide nella memoria dei secoli.” (da: “Casinò Cronache” – anno I°, n. 1 dicembre 1977.)
dunque noi siamo attentissimi alla ricerca di un’occasione. Quando l’abbiamo trovata e abbiamo fatto la puntata, per sprecare minori energie, è bene rilassarsi e smettere di rodersi il fegato, le unghie e logorarsi i nervi guardando con gli occhi sbarrati il tamburo della roulette e la pallina. Fai un sorriso. Sia che tu perdi sia che vinci. Quindi ricorda che una macchina, anche se perfetta come l’uomo, è pur sempre una macchina, e che l’uomo subisce l’orgasmo dei propri nervi. Quindi evita, nel gioco, distrazioni o conversazioni coi vicini di tavolo e tanto meno con !quelli che non giocano”.
Sempre dalla rivista “Casinò Cronache”:
“Inoltre, per essere in forma, non dimentichiamo che dovremo presentarci in partita alieni dall’avere inghiottito bevande forti: bando ai liquori e ai vini generosi. Nei casinò è meglio allontanare le donne, siano queste mogli o amiche. Alla larga dalle conquiste occasionali di cui sarà bene liberarsi cortesemente, anche col dono di qualche gettone?
“non dimentichiamo che le Donne-Portafortuna al gioco non esistono. Il giocatore serio deve sedersi al tavolo per “lavorare” e non per fare l’uomo galante. In quel momento è nel suo ufficio e non conosce nessuno.”
Io vorrei aggiungere che non credo alla frase fatta “sfortunato al gioco, fortunato in amore”; a me è capitato di verificare tutte le possibili combinazioni tra: fortuna, sfortuna, gioco e Amore. Non sono legate tra loro da nessuna legge. Ognuna non ha niente in comune con le altre.
l’ingegnere tedesco Hans B., che in pochi mesi ha accumulato una fortuna grazie a piccole vincite sistematiche alla roulette, dice: “tutto ciò che ho, casa al mare, auto, yacht ecc. avrei potuto farmele col mio lavoro professionale, ma bisogna ammettere, senza falsi pudori, che solo giocando ho potuto vivere a modo mio. Non credo sia immorale, vero?”
no, ingegnere, non è immorale.
Certo che (non solo per me) la tentazione di diventare giocatore professionista è forte, sebbene può non prevalere. Tutti noi ci portiamo dietro quei pregiudizi, una mentalità e persino un destino (quello da noi scelto!) e sono tutte cose difficili da modificare. Del gioco è bello approfittare, e quando si gioca bisogna vincere, magari col preciso scopo di modificare la propria condizione economica. Ma quanto a farne “uno scopo”, un “fine” nella vita, se si scartano le debite eccezioni, capita e capiterà a pochi. Io stesso alterno al gioco altri lavori. Il mio scopo è quello di essere libero, e non schiavo del gioco.

Riferimenti: leggi il riassunto di un romanzo sul gioco d’azzardo

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IL VINO ALFABETICO – Ovvero: l’Enoteca Letteraria

29 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Non mi era mai capitato di entrare in una Enoteca Letteraria, anzi: non sapevo nemmeno che esistessero.
Cos’è una Enoteca Letteraria? Semplice, una sorta di libreria-osteria in cui chi vi entra deve necessariamente bere almeno un quartino di ogni tipo di vino della sezione che via-via va visitando.
Mosso dalla curiosità, dopo essermi allenato a reggere bene il nettare degli Dei, entrai in quella specie di grotta che immetteva all’interno dell’Enoteca Letteraria, dove era conservato, custodito, il Vino Alfabetico. Vi entrai tenendomi pronto agli assaggi dei vari quarti di litro di vino che, lì dentro, chiamavano “sorsi”.
Ai miei occhi si presentò uno spettacolo meraviglioso: scaffali dai piani obliqui erano disposti uno accanto all’altro, in lunghi corridoi sotterranei da cui si diramavano altri corridoi più piccoli, e così via sin non so dove. E il freschetto delle gallerie invitava a bere. E anche le fette di salamino piccante e così anche il parmigiano offerto su larghi vassoi.
Sui ripiani degli scaffali erano deposte bottiglie di vino, catalogate per nazionalità. Ogni nazionalità era suddivisa in Annate: le migliori degli ultimi due secoli. E per ogni Annata, le qualità di vino erano disposte in ordine alfabetico. È niente, in confronto alla “Biblioteca di Babaele”, di J. L. Borges, ma Madame Fantasia può muoversi anche in spazi più ristretti, come in quell’Enoteca Letteraria. Anzi, si muove meglio, perché è aiutata a farlo dai sorsi di buon Vino Alfabetico, offerti in contenitori simili a delle tazzine, però di cristallo, chiamati “misurini”.
Entrai nella E.L. e mi precipitai verso la sezione “Produzione Italiana – Annata ’81″. Un omino basso e grosso, con il naso rosso e gli occhi lucidi e con foglie di vite sulla testa, a mo’ di corona, prese a farmi da guida e da mescitore. Inesorabile mescitore.
“Chiamami Eno”, mi disse, “e tieniti pronto”. Fece una pausa e mi domandò: “Sei pronto?” e iniziò a porgermi lievi quantità di vino, vari misurini, pieni fino a traboccare.
Cominciammo la visita dalla lettera “A”: un sorso d’Albano e uno d’Alcamo Bianco, siciliano, alcool d’acini un po’ acerbi, sorsi asciutti e asprigni. Per ultimi un Aleatico dell’Argentario e un Ambrato di Comiso.
Per la “B”, invece, tre brindisi per iniziare: uno con Barolo, uno con Barbaresco e uno con Bardolino. Poi altri quattro con Barbera (d’Alba, d’Asti, di Avellino e di Longhirano). Vini buoni e ben tenuti in bottiglie, bottigliette, bottiglioni e Botti. Beh, buone bevute, anche col Bracchetto. Ma dopo un po’, Eno esitò e mi invitò ad altri sorsi porgendomi Brunello di Montalcino e Bardolino. Ma poi mi acconsentì anche un sorso di Bonarda, il Re degli amabili. Il Bianchello però mi sfuggì.
Per la “C”, calici colmi di vini corposi come Cortese, Chianti e Cannonau Chiaro del Campidano. Seguì il Cabernet, non so se del Piave o del Trentino. E poi Casteldaccia, di Palermo, e Castelli Romani e Castelli Trentini. E il Cerasuolo? Mi offrì solo quello di Vittoria. Concluse col Cilento, con i Colli e con Colline. Cavolo, che cantina!
Con la “D” solo Donnaz e i Dolcetti, quello d’Alba, soprattutto. Solo due dita, disdetta!
E con la “E”? l’Erbaluce, eterno ed elegante. E poi l’Etna e l’Etrusco.
Poi vado subito alla “F” e si ritorna al doppio sorso col Frascati, fratello di filari, e col frizzante Frejsa. E poi ancora doppio sorso col Franciacorta e col Frappato di Vittoria.
Alla “G” c’è il gustoso e granato Gattinara e il genuino Grignolino. Assaporo anche il Greco ed il Groppello.
Giunti alla “H” c’è per me un handicap, che non è un vino bensì un “hic!” da singhiozzo. Alla “H” per tanti c’è l’hospital, ma non per chi, come me, comincia ad avere un po’ di humor (se proprio humor si vuol chiamare la Sbornia allegra). Ciò non m’impedisce d’assaggiare un sorso d’Hors d’Ouvre dello scaffale accanto, quello francese.
Alla “I” passo e chiudo senza indugi con l’Italico del Trentino.
Alla “L” degusto un alito di Lilibeo dolce di Trapani e un tocco leggero di Lambrusco, principe degli amabili, logicamente limpido e frizzante.
Alla “M” il Marsala. E poi Merlot e ancora Merlot. E poi Malvasia, Malavasia e Malvasia e poi Montepulciano d’Abruzzo e poi Moscato e altri Moscati e poi Mondragone e poi Montalbano, Montecarlo rosso e poi? Mmmh! Memorabile mescita, la “M”, magnifica.
Alla “N” c’è il Nebbiolo, nettare nuovo, nostrano.
E siamo subito alla “O”, ove osteggio un grande onore ad odorare e sorseggiare un po’ d’Orvieto.
Alla “P”, ancora il doppio sorso, ponderate mescite del profumato e piemontese Pinot e un po’ di Prosecco di Conegliano. Per non dire di altri Pinot, del Procida e del Prosecco.
Alla “Q”, quantità e qualità qualsiasi per il quindicesimo quartino: vedo quadruplo e mi quieto.
Alla “R” ci sono il Rollo, il Riesling, il Recioto e il Racalbuto, ricercato dai Re.
Alla “S”, il Soave e il Sauvignon, nonché il sanguigno e saporito Sangiovese. Il Salento viene in groppa al Somarello di Lucera.
Alla “T” mi ritrovo il toscanaccio Trebbianino e i trentini Terlano e Termeno con il tralucente Tocai. Le Tre Valli chiudono il paesaggio.
Alla “U” non vedo nulla, non saprei (ma c’è qualcosa?): L’Uva, madre del vino, non ha un vino con la “U”? Il beone che m’invita, mi sorride e non mi porge nulla, ma io vedo qualcosa dietro a lui: è forse l’Ululai?
Alla “V” due volte doppio sorso: primo, Verduzzo e Verdicchio, vitigni veraci. Secondo, Velletri romano e Valpolicella, vendemmia veneta veronese, profumo di viola. Ma poi un vivace Vermentino di Liguria completa l’assaggino.
E in men che non si dica siamo alla “Z”. Per chiudere in bellezza un sorso di Sicilia: lo Zibibbo.
Mentre Eno, l’omino-guida, mi accompagnava all’uscita sorreggendomi, ché non mi tenevo in piedi, mi guardava sorridendo.
“Perché sorridi, ometto,” gli domandai con voce avvinazzata. Ma prima di rispondermi aspettò che fossi sull’uscio. Sì, aspettò che fossi proprio sull’uscio, fuori, lontano da lui. Poi disse: “Non tutti i vini ti ho fatto assaggiare. Sono molti i vini che ho fatto finta di non vedere.”
“Quali?” volli sapere arrabbiandomi. “Quali vini non mi hai fatto assaporare?”
“Vieni un’altra volta e lo saprai,” rispose il beone. E richiuse, svelto, la grande porta dell’Enoteca Letteraria.
Per l’Inferno, mi aveva lasciato a rimuginare sui vini che non avevo gustato.
Ho tanto pianto che sono rimasto senza una Lacrima.
Lacrima Cristi, Lacrima di Corato, di Gallipoli, di Somma e di Castrovillari, quanto pianto sprecato!
Oh, Vino Santo di tutt’Italia!
Per Bacco Baccone, quali vini non avevo assaggiato?
Hic! E doppio Hic!
Sangue di Giuda, mi era sfuggito il meglio.
Per Santa Maddalena e Sant’Antioco, quel beone mi ha ingannato.
Per San Torpè e Santo Stefano, la mia sete non ha placato.
Per tutti i Santi del Palamento, solo il Sangiovese ho degustato.
San Giustino, San Severo e San Sidero perdonatelo voi!
A bere ci pensiamo noi.

Guardando il mare (omaggio a Salvino Lorefice)

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Poesia di Angela De blasio

E tu
che seduto su rocce
di basse scogliere
in acqua salmastra
innalzi il pensiero
su ali di gabbiani
sospesi a mezz?aria
e intingi ali spezzate
nel rosso tramonto
tuffato nel mare
ristora il tuo volo
su vele di barche
sospinte da brezza
che lasciano scie
di schiuma frizzante
su morbide onde
che cullano lievi
pensieri e ricordi
presenti e lontani
Tu
non ti fermare
rimargina l?ali
e ritorna a volare.

Dire grazie ad Angela de Blasio, poetessa ed infermiera-caposala di Benevento, è ben poca cosa. Per me, ricevere un omaggio, anzi “ritrovarsi” citato in un titolo di poesia è invece grandissima cosa. Spero che tutti i Poeti possano provare una simile sensazione. In quanto alle ali spezzate… è stata dura, ma son diventato duro. Grazie.
Salvino.

Riferimenti: Angela è stata ispirata da una mia poesia

Frammenti di Vita

23 Novembre 2003 Commenti chiusi

Le notti insonni
E i giorni a letto
E il pensiero
Che sia
La mia
Vita.

Pensi,
Pensi alla tua vita
O ricordi,
Ricordi il tuo passato
Una vita nei ricordi.

Uomo alle soglie
Del tempo
Cosa fai
Seduto lì
A guardare inerme
Mentre la morte
Comincia a coprirti
Col suo nero mantello?

Senza amore
E non sento
Il bisogno
Nemmeno
Di una goccia
Della sua
Linfa!

Torino, 1982
Riferimenti: se vuoi leggere altre mie poesie

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