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Archivio 19 Ottobre 2003

Scrittore chi, io? (La rabbia di un giovane scrittore)

19 Ottobre 2003 3 commenti

Com’è che si può scrivere quando ci si rende conto che il cosiddetto “mondo intellettuale” è una merda ed è formato da persone di merda?
Le Case Editrici si distinguono in Grandi Medie e piccole. Le grandi pubblicano solo Nomi Importanti o già famosi (leggi: Piero Chiara, Enzo Biagi, Luca Goldoni, Giovanni Arpino ecc.) e un Autore inedito all’anno (che culo che ha quell’autore, eh?).
Le Case Editrici Medie puntano molto sul sicuro e cioè sulle traduzioni o sul vendibile (Liala, Harmony), o sui classici.
Le Piccole, ma anche qualcuna delle Medie, per pubblicare un’opera chiedono un contributo all’autore, contributo che nel “contratto-tipo” definiscono come “partecipazione dell’autore alla pubblicazione” (sic!).
Ora, chi ha una certa agiatezza economica, può permettersi il lusso di “investire” una certa somma (in media tre milioni) per pubblicare un libro che, anche se non avrà successo, sarà sempre “un libro che ho pubblicato”. D’altra parte è evidente, e indiscutibile, che soltanto con un’Opera realizzata in libro (ossia edito) un autore acquisterà un certo prestigio, riconoscimento e – perché no? – una certa notorietà. Solo un libro pubblicato si può far circolare tra i critici (che cominceranno a “fare orecchio” al nome dell’autore). E solo un libro pubblicato si può far arrivare ad un pubblico, anche se quantitativamente limitato: importa poco che del libro se ne vendano solo poche decine di copie, la maggior parte delle quali acquistate da amici e conoscenti.
Ma? e chi non ha i soldi per “partecipare alle spese di pubblicazione”? Semplice: ce l’ha nel culo e si attacca al tram, come dicono a Torino. E deve aspettare la sua morte per essere pubblicato, Se lo sarà. E quanto più la sua morte sarà clamorosa, tanto più i suoi scritti si venderanno (vedi Pavese, Salgari, o, più recentemente, Bernard Wesper, Guido Morselli: tutti suicidi).
Per quanto riguarda poi i cosiddetti “casi letterari”, io non ci credo: sono le Case Editrici che “fanno”, che “creano” i casi letterari. Ma non vedete che basta che una Casa Editrice metta una pubblicità da un sesto di pagina sui quotidiani maggioro, per portare un libro alle vette della classifica dei più venduti? La pubblicità farebbe comprare persino la cacca.
La Feltrinelli, circa sei mesi fa, pubblicò un libro di Pier Vittorio Tondelli (un giovane che, lo ammetto, sa scrivere). Il libro era intitolato Altri Libertini. (NOTA del 2003: Pier Vittorio Tondelli, omosessuale, è morto giovanissimo di AIDS.) Ebbene, credo che la Feltrinelli abbia “lanciato” Tondelli così come avrebbe potuto lanciare (se lo avesse voluto) qualsiasi altro giovane autore (completamente inedito così come lo è – lo era – Tondelli). Allora cosa viene da pensare? Che Tondelli sia andato a leccare il culo ad Inge o a Tagliaferri? Non, non lo voglio pensare. Voglio pensare che “è capitato a lui”. (Secondo me, anche se delle menti grette, ipocrite, arretrate, meschine, oscurantiste, gli hanno fatto sequestrare il suo Altri Libertini, Tondelli è destinato a ricalcare le orme dei vari Moravia o Cassola; glielo auguro.)
Non parliamo poi del “Mondo della Poesia” o del “Mondo dei Premi”! “I poeti sono quelli che vendo i libri a dozzine” scrisse in una sua lettera a “Tuttolibri” Luigi Compagnoni, “e venderne tre dozzine è già un best-seller”. Eppure questi poeti sono “consacrati” all’altare dell’intellettualità! Indipendentemente dal contenuto delle poesie. Se lo pubblicassi io, un mio libro di poesie, passerebbe sotto silenzio anche se ne vendessi mille, di dozzine. Questo perché è “Tra di loro” che si valorizzano, si difendono, si valutano, si criticano, si sparlano, si lodano, si smerdano, i “poeti”. E inventano nuovi vocaboli per “definire” un dato “stile” o un dato “contenuto” (a volte inventano anche quest’ultimo).
Poco probabilmente sarò in errore ma, secondo me, i libri (narrativa, poesia, saggi) se li pubblicano “tra loro”; tra loro se li premiano; tra di loro se li recensiscono e tra di loro se li comprano (“a dozzine”). Infatti, gira-gira, i nomi degli autori sono sempre gli stessi: così come i nomi dei finalisti e, soprattutto, i nomi dei giurati (Pomilio, Speziani, Bàrberi Squarotti). È chiaro che, così stando le cose, il criterio di giudizio è fisso o, al limite, oscilla entro certi limiti, che ad esempio potrebbero essere le idee sociali o le tessere di partito degli autori-concorrenti. E magari, questi autori-concorrenti, sono “giurati” in una commissione che dovrà giudicare le opere dei giurati precedenti. E gira-gira, nel “panorama letterario” (che belle parole! Panorama Letterario!!!) compaiono sempre gli stessi nomi. Può darsi, addirittura, che si comprino i libri tra di loro: “se tu mi premi questo libro, io ti compro quest’altro libro per tremila biblioteche. E se tu mi compri il tal altro libro, io ti premio il tal altro ancora”. E così via. E sguazzano nella loro cacca (e perché non dovrebbero farlo? Voi non lo fareste?). E a questo i potrei anche essere d’accordo ma, almeno, diano la possibilità ai giovani di farsi notare. Oltretutto, per le Case Editrici sarebbe conveniente (nel senso che ai giovani non dovrebbero dare anticipo): “un Chiara, un Biagi e simili, per far pubblicare un loro lavoro pretendono, come minimo, almeno quaranta milioni d’anticipo sui diritti d’autore”, dichiarò un giorno Inge Schoental, vedova Feltrinelli” e la Feltrinelli, per “punirli”, si è data a pubblicare e “lanciare” giovani autori.

Torino, gennaio 1980 – settembre 1981