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Archivio 7 Ottobre 2003

Oh, Vecchio Fascino della Clandestinità!

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Siamo in una soffitta, dimora di uno studente universitario fuori corso. È giorno. Una sedia, con una spalliera verso il pubblico. Sulla spalliera è disposto un vecchio giubbetto di jeans che copre alla vista del pubblico alcuni oggetti che il giovane prenderà durante il monologo.

STUDENTE: Pazzo, pazzo, pazzo. È perché sono pazzo che mi viene in mente mia madre? È perché sono pazzo che rivedo il suo viso piangente? È perché sono pazzo che la rivedo soffrire?
La ricordo tempo fa, quando le dissi: ?non interessarti a me. Se muoio, qualcuno ti avvertirà. Non ti darò più notizie di me. Solo ogni tanto telefonerò.?
Poveretta! Deve aver creduto di aver già perso il figlio.
?Non so quando mi laureerò. Non so se mi laureerò. E non mi sposerò.?
Sono stato cattivo a parlarle così? Sono stato brutale? Sono stato animale? E lei ascoltava e non sapeva che dire. Ma sapeva che quel che avrebbe detto sarebbe stato come non detto. E gli occhi le si arrossarono. E la voce le tremò. E il respiro le mancò. E cominciò a singhiozzare. Non credeva di avere un figlio del genere, un figlio degenere.
Tutte le sue illusioni crollarono. Lei si aspettava che suo figlio si laureasse, lavorasse, si sposasse e le desse dei bei nipotini. Sarebbe stato giusto, secondo il suo concetto, un concetto di antica donna del Sud. E invece i suoi sogni svanirono. Deve aver visto un mondo crollarle addosso.
E singhiozzava, piangeva. E invocava sua madre: ?Mamma ? Mamma!? ed io a sorreggerla. Ed io ad incoraggiarla. Ed io a parlarle, a sussurrare un freddo conforto. Le feci bere un sorso d?acqua. E lei continuò a lacrimare, a sentir freddo, ad avere brividi pungenti?
La condussi a letto. Ancora un po? e si calmò. Si addormentò. E stette male per tre giorni interi.
Con le mie parole forse l?ho ferita, le ho fatto del male. Ma l?ho fatto per non farle avere dell?affetto per me, ma dimenticavo che una madre non perde l?affetto per il proprio figlio, pazzo o animale che sia.
Ma sono stato pazzo ad agire così? Sono stato brutale? Sono stato animale?
Ed io l?ho colpita, quel giorno. L?ho colpita nel cuore, nell?anima. E lei, invece, non l?ho meritava. È buona, mia madre. È gentile. Perché farle del male? Nella sua dolce ignoranza pretende ciò che le sembra sia giusto pretendere: quei valori morali che ha sempre ritenuto normali. Che colpa ne ha? Spero soltanto che abbia capito che solo la sua vita è sua. E che la mia è mia. E spero che abbia capito che non può bramare di essere felice a spese della mia felicità.
Forse sono pazzo a pensarla così?
Poi volevo fare lo stesso discorso a mio padre, ma mia madre si batté perché non lo facessi. ?Non dar dispiaceri anche a lui?, mi disse. Ed io non parlai. E quando mio padre tornò, ci salutammo e ci parlammo dicendo soltanto parole già dette, frasi già fatte, di convenienza. E seguirono, poi, lunghi silenzi.
Poi dovevo ripartire, a Torino, a studiare. Ingegneria . Sì ingegneria!
Pensavo che non l?avrei rivista per almeno sei mesi, mia madre. E lo pensavo mentre preparavo le valigie. Lei, minuta, mi aiutava come mi aveva aiutato tante altre volte, tutte le volte che sono dovuto partire, dopo ogni estate, dopo ogni Natale? mi aiutava a modo suo: ?Pensa a ciò che dimentichi?, mi diceva. Ed io replicavo: ? Va bene?. E poi, seccato: ?Va bene?.
?Il pigiama, l?hai preso? Questo l?hai messo? Quello, te lo porti?? ? Si informava con timidezza, quasi soggezione, inibita al massimo da un figlio senza cuore ma, per lei, il suo bambino. Quello di sempre.
?Allora, l?hai preso??, insisteva prendendo il coraggio a due mani. Ed io a sbuffare: ? Sì! Sì! ?Sì!.?
(Il giovane prende dalla sedia una boccia di vetro, quella per le conserve, la fissa e sorride amaramente, inseguendo i ricordi.)

STUDENTE: Poi mi diede qualcosa da mangiare sul treno. Aprì la boccia di vetro, dove conserva la marmellata, quella a pezzi duri, a forma di animali, fatta con mele cotogne, quella che a lei piace tanto, quella che mangia col pane, ogni tanto: dieci pezzi li mangia nel giro di un anno? (Sorride.)
Aprì la boccia ? dicevo ? e prese due pezzi di marmellata. ?Questi li mangi sul treno?, anelò. Poi ne prese un altro pezzo e mi guardò. E poi guardò quei tre pezzi come fosse oro, come fosse tesoro. Stava per avvolgerli nella carta stagnola, ma ne aggiunse un pezzo ancora. ?Ti bastano??, supplicò. ?Sì, sì!?, le risposi sgarbato. Ma lei ne aggiunse ancora uno. Poi, finalmente, li avvolse. E sembrava avvolgesse cinque pezzi d?amore. E credette d?imporsi: ?Questi pezzi li mangi col pane, sono buoni?, ordinò. ?Sono buoni davvero, ne hai per almeno tre mesi?. (Lo studente fa cadere la boccia ai suoi piedi.)

STUDENTE: Era per questo che ogni volta che mangiavo un pezzo di marmellata pensavo a mia madre. E fu per non pensarci più che una sera – anzi una notte – decisi di mangiarla tutta quanta in una botta: così avrei pensato a mia madre solo una volta. E m?ingozzai, con quei cinque pezzi. M?affogai pur di sbrigarmi. Per sbrigarmi e farla finita. Io non volevo pensare a mia madre. Io non voglio pensare a mia madre.
Poi, al solito, mi misi a scrivere: un comunicato, il numero sette, mi pare, e mentre scrivevo mi venne un nodo alla gola. Poi il nodo si sciolse e spuntarono le lacrime. Volevo oppormi al pianto, ma poi mi ci abbandonai. Piansi per dieci minuti buoni. Ero solo, qui dentro, proprio in questa soffitta: erano le tre del mattino e piangere non poteva farmi che bene.
(Il giovane prende una borsa, simile a un tascapane, e la mette a tracolla.)

STUDENTE: ?Capiranno col tempo? mi aveva detto un amico, ?ed ai tuoi genitori sembrerà tutto normale. E si arrenderanno all?evidenza. E si rassegneranno. E tu non avrai fatto loro alcun male.?
Sì, questo, un amico mi disse. E mi convinse. E mi educò. Mi parlò di soldi: Capitalismo, Imperialismo? Servi del Potere.
Poi volantini e comunicati: ai Lavoratori? ai Proletari? a Chi Non Ha. Mi insegnò Nuovi Valori: uccidere, anzi no: giu-sti-zia-re.
(Annuisce amaramente per qualche secondo. Poi elenca i vocaboli in un crescendo angoscioso.)
Gam-biz-za-re, rapire. E poi: Azioni Militari. Guerriglia Metropolitana. Entrare in clandestinità. Al Cuore dello Stato: Colpire. COLPIRE. Centrare.
(Si quieta.) Colpire!? Al-Cuore-dello-Stato.
(Con gesti lenti, Il giovane prende uno striscione rosso e mentre, con calma, lo avvolge, fa casualmente vedere al pubblico ciò che vi è stampato: la scritta ?BRIGATE ROSSE? e una stella a cinque punte dentro ad un cerchio. Avvolge lo striscione e lo mette nel tascapane. Poi prende la pistola-mitraglietta e la scruta per lunghi secondi.)

STUDENTE: Ora non ho più marmellata. Niente più mi ricorda lei. Solo ogni tanto le telefonerò e le dirò che sto bene. (Mette la mitraglietta nella borsa.)
E intanto il tempo scorrerà.

(Prende il giubbotto ed esce velocemente).

(BUIO.)

Tutti i diritti del presente Monologo sono riservati. (SIAE, Sezione DOR, Posizione n. 52246)

Attentati e Piccoli Attentati

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Alcuni giorni fa, dei “terroristi” hanno sparato, e ucciso, Walter Tobagi, un giornalista di Milano.
Lo stesso giorno, a Roma, hanno sparato a tre militari: un carabiniere, un agente di P.S. e un appuntato di P.S. L’appuntato si chiamava Evangelista, ma era noto col soprannome di Serpico. Nell’attentato è morto sul colpo. Gli altri due sono rimasti gravemente feriti.
Ora, quello che mi fa più rabbia è il fatto di come, questi due sanguinosi e mortali avvenimenti sono stati trattati dalla stampa.
Il primo morto, quello di Milano, il giornalista, è stato oggetto di articoli, di commemorazioni ecc. il secondo, quello di Roma, “Serpico”, è passato, si può dire, quasi sotto silenzio, in secondo piano. Ad esempio: dei due gravi feriti di Roma si è saputo pochissimo; erano addirittura stati riportate errate generalità (almeno per quanto riguarda l’agente di P.S.). è stato infatti riportato il cognome Orefice anziché Lorefice, l’età falsata, e non venne detto se fosse sposato o no, con figli o meno. A chi volete che importi di un agente semplice? Invece un giornalista? vita, morte e miracoli.
Dopo il primo giorno, i giornali non hanno riportato più nessuna notizia riguardante le condizioni dei feriti. Non fanno cronaca.
Giovanni Lorefice, l’agente di Pubblica Sicurezza rimasto ferito accanto a Serpico, è mio cugino.
L’ultima volta che gli avevo parlato era stato nel giorno di Capodanno (il 1° gennaio del 1980).
Essendo lui un poliziotto, ed essendo io uno che studiava a Torino, “città-fronte” della guerra con le BR e il terrorismo, la discussione non poteva che cadere sul terrorismo e sulle Brigate Rosse.
Io non mi “sbilanciai”. Giovanni nemmeno, però mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di qualcuno molto in alto e che entro pochi mesi, in Italia, sarebbe scoppiata una “bomba” di scandalo.
Non so se ciò che disse lo disse perché si riteneva in dovere (o diritto) di dire certe cose, in quanto appartenente alle forze dell’ordine, o perché fosse venuto a conoscenza di certi fatti o di certe voci che circolavano in caserma, o perché volesse fare lo sbruffone. Sta di fatto che mi disse che si sospettava, come capo dei terroristi, di un “pezzo grosso”, uno che stava molto “in alto”.
E alle mie insistenze per farmi rivelare il nome di questo pezzo grosso rispondeva: “eh! Non posso parlare.”
Alla luce dei nuovi fatti, mi viene un sospetto: chi sa se a sparargli (e gli hanno sparato per ucciderlo) non sia stato qualcuno agli ordini del “pezzo grosso”? l’ipotesi è avvalorata dal fatto che non si è saputo, con certezza, chi ha rivendicato l’attentato; di certo non le Brigate Rosse. E poco conta se tra qualche giorno, o settimana, un qualsiasi pinco-pallino verrà arrestato come esecutore “materiale” dell’attentato: è il pezzo Grosso, quello che conta.
Adesso Giovanni è ancora in ospedale e non conosco le sue condizioni fisiche. Domenica scorsa ho telefonato a casa e mio padre mi ha riferito che mio cugino ha già subito tre interventi al cervello. Ma già Domenica sera stava un tantino meglio: riusciva a parlare ed aveva ancora due proiettili in corpo: uno al collo e uno alla spalla. Il terzo proiettile gli era stato estratto dalla tempia.
Chissà di cosa stavano discutendo dentro la “volante”, Giovanni e Serpico, quando sono stati colpiti. È una curiosità che ho sempre avuto. Forse, appena ne avrò l’occasione, glielo chiederò. “Gli ultimi momenti di Serpico”. Bang-bang-bang-bang!

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Alcune note come diario

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Se è un diario, è un diario:
passato remoto, passato prossimo
e presente sono tutt’uno.

5 giugno 1980 – Pensieri.

Non so perché, ma la mia condizione migliore per scrivere è essere ubriaco, o quasi. Forse ciò non è altro che una “influenza” del mio scrittore preferito: Charles Bukowski. Lui si ubriacava sempre. Anzi era sempre ubriaco. Solo che Hank si considerava una nullità, un emarginato. Io, però, no. Comunque sia, riesco a scrivere di più e meglio quando sono “brillo”. D’altra parte, per uno che è stato a due passi dal drogarsi, bere è abbastanza salutare – anche se, l’alcool, è al terzo posto come causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. La droga è al quarto posto.
E’ tutta una merdata, cazzo!

6 giugno 1980 – Soffitta, ore 4 del mattino.

Ogni volta che giunge la primavera, per me è un dramma: lacrimazioni, prurito alle congiuntive, respiro sibilante, raffreddore da fieno? in poche parole: sono allergico a non so quale cazzo di polline.
Il cortisone iniettato da un certo sollievo, ma non voglio usarlo perché causa rigonfiamenti di certe parti del corpo (guance, braccia ecc.), per non dire degli effetti sul cuore e sulle capsule surrenali.
Da qualche giorno soffro anche di prurito alle gambe e alle cosce. Non so se sia sintomo di allergia anche questo, fatto sta che prima non ne avevo mai sofferto. Perciò sono andato dal dottore.
Vorrei ora aprire una parentesi. Da qualche giorno sono in convalescenza. Ho subito un intervento chirurgico al tallone sinistro: avevo una verruca e me l’hanno “bruciata” (naturalmente dopo un mese di attesa, a causa della prenotazione obbligatoria al Servizio Assistenza dell’Unità di Base). Dopo l’intervento chirurgico, il medico mi ha prescritto delle medicazioni con pennellature di “Mercurocromo”. Chiusa la parentesi.
Poiché i sintomi pruriginosi di cui ho parlato prima sono iniziati un paio d’ore dopo la prima medicazione, ho pensato che FORSE ero allergico anche al “Mercurocromo”. E lo dissi al mio medico, il bravissimo dottor Macchioni Paolo. E questi, dopo avermi guardato le gambe, mi prescrisse degli antistaminici (compresse di “Tavergil”). E poiché gli antistaminici potenziano gli effetti dell’alcool, mi limitai nel bere. O meglio, cercai di limitarmi. E ditemi ora se non sono da assolvere.
Mia madre mi ha spedito dieci litri di vino siciliano, di quello buono, casereccio. E come si fa a non berlo? Come facevo a non berlo? Non avevo frigorifero, nella mia soffitta faceva un caldo d’inferno, entro pochi giorni sarebbe sicuramente andato a male e io non avevo bisogno di aceto. Inoltre, mi aveva spedito un paio di chili di mandorle tostate. Rendo l’idea? Vino. Siciliano. Accompagnato da mandorle tostate. Nella frescura della notte. Con la macchina da scrivere davanti e un bel sigaro in bocca.
Perciò me ne son sbattute le palle: del prurito, della verruca, del Mercurocromo, degli antistaminici? e mi sono fatto certe bevute!

9 giugno 1980 – ancora prurito.

Quando mangio uso mettere del peperoncino rosso sulle pietanze: da più gusto. Da circa venti giorni lo uso sempre, sia a pranzo sia a cena; devo ammettere che ne faccio un abuso. Porto sempre con me una bustina con un po’ di peperoncino e lo metto su ogni pietanza: sulla pastasciutta, sulla pizza, sullo spezzatino?
Ricordate che, a causa dell’allergia, avevo prurito alle congiuntive? Che, a causa, FORSE, del “Mercurocromo”, avevo prurito anche sulle gambe? Bene. Da qualche giorno ho cominciato ad avvertire prurito anche nelle cavità auricolari. Per darmi sollievo mi grattavo continuamente con dei bastoncini igienici ovattati sulle punte. Ma inutilmente: il prurito persisteva.
Quando un fastidio fisico, un dolore o una malattia, mi perdura per più di quattro giorni consecutivi comincio a preoccuparmi. (Ricordo di aver letto che se un dolore persiste per più di sette giorni, allora è meglio fare degli accertamenti. Accertamenti anticancro.)
Come al solito, mi sono recato dal mio medico, che a sua volta mi ha inviato dall’otorinolaringoiatra per una visita specialistica. L’otorino era della SAUB, e alla SAUB si va avanti a via di lunghe prenotazioni. Ma con uno stratagemma sono riuscito ad evitare la prenotazione di due mesi, e sono entrato il giorno dopo.
L’otorino mi ha ricevuto, mi ha chiesto il motivo della visita e gli ho detto che avevo del prurito nel canale auricolare. Mi ha osservato l’interno dell’orecchio con l’imbuto e in due secondi mi ha dato la cura: mangiare in bianco, ossia niente roba piccante. Capite? E a me piace il peperoncino rosso (che da più gusto al cibo e invita a bere boccali di birra) e lui me lo proibiva.
“Tutto qui?” gli ho chiesto.
“Tutto qui. Mangiare in bianco per una settimana almeno. Per caso, metti del pepe rosso nelle pietanze?” mi ha domandato.
“Sì, e molto.”
“Da stasera te lo scordi, va bene?” e mi ha congedato con la frase: “avanti un altro.”
Dopo cinque giorni di mangiare pastina in brodo, mozzarella, pomodoro, lattuga e frutta fresca, finalmente il prurito? anzi “i pruriti” sono cessati.

20 giugno 1980 – Lasciatemi scrivere.

Da qualche giorno, anzi da qualche notte, mi è difficile prendere sonno e addormentarmi. Non soffro di insonnia e non ne ho mai sofferto. Però quest’impossibilità a dormire è dovuta al fatto che la mattina dormo sino a mezzogiorno e a volte anche sino alle due o le tre del pomeriggio. Sicché la notte non riseco a prendere sonno se non prima delle sei o le sette del mattino.
Rientro a casa a mezzanotte, dopo aver comprato la prima edizione de LA STAMPA. Poi, a casa, in soffitta, leggo il giornale e dopo scrivo qualcosa. Infine vado a letto e cerco di dormire, ma non ci riesco. Allora accendo la luce e leggo (o rileggo) Bukowski o Hemingway o Burroughs o Mailer. Finalmente, stanco di leggere, rispengo la luce e ri-cerco di dormire. E in attesa che il sonno mi avvolga col suo grigio mantello, il mio cervello è un turbine: immagini distruttive e autodistruttive si accavallano nella mente mia.
Il pensiero-immagine che più mi è frequente è l’immagine di me stesso che strappa la “sicura” con i denti e lancia una bomba a mano. Non so a “chi”: la lancio e basta. Oppure: i che sparo con un fucile mitragliatore. Sventaglio colpi da destra a sinistra e viceversa.
Spesso, queste scene mi is impiantano nel cervello dopo aver letto articoli di merda scritti da giornalisti di merda.
A volte mi ritrovo a pensare ai miei genitori, lì, al mio paese a 1.500 chilometri di distanza. Allora nel mio “schermo mentale” si affaccia la mia figura che tiene un bastone o una clava in mano. E la faccio roteare sino a colpire, a distruggere, a spaccare tutto ciò che c’è intorno a me, nella mia soffitta: scaffali con i libri, macchina da scrivere, specchio, sedie? tutto, insomma. Oppure “mi vedo” con una pistola puntata alla mia tempia destra ed io pronto a premere il grilletto.
E mi volto dall’altra parte. E mi giro e mi rigiro nel letto. E fuori il vento ulula. Apro gli occhi e, alla fioca luce della luna piena che entra dal lucernario e rischiara la soffitta, vedo i libri, il tavolo, la sedia. E resto un po’ ad occhi aperti. Poi continuo a guardare: dal piano del tavolo si staglia, maestosa come un fallo di Satana, una statua di un potente Dio di qualche Tribù Selvaggia: la sagoma di un bottiglione. Il bottiglione di vino siciliano. Accanto ad esso, la sagoma di un bicchiere. “vaffanculo”, penso. Accendo la luce. Mi alzo dal letto. Mi verso da bere. Bevo. E attacco a scrivere.
Lasciatemi scrivere!

21 giugno 1980

Poi l’effetto del vino si fa sentire.
Cazzo, però è bello.
Ti permette di fare tante cose, il vino.
Ti fa dimenticare, ti fa ricordare, ti fa sentire allegro,
ti fa scrivere “a fiume”, ti rende “Schietto”?
e in più ti fa venire sonno.
Ed io vado a letto, alle otto del mattino.
Good Night.

28 giugno 1980 – 30 giugno 1980. Mattino presto, quasi l’alba.

L’altro ieri è stato il giorno del mio 27° compleanno e è stata la prima volta in vita mia che nessuno, dico NESSUNO, mi ha fatto gli auguri (anche perché non ho “pubblicizzato” quel giorno come quello del mio compleanno). Ed è stata la prima volta che non ho festeggiato.
Non ho festeggiato neppure con Rosy. Nemmeno lei mi ha fatto i tradizionali auguri, però mi ha domandato cosa volessi come regalo (è una richiesta che ha imparato da me). Le ho risposto: “non voglio niente”. Poi siamo andati allo Stadio Comunale a sentire Bob Marley (siamo entrati gratis, naturalmente).
Ricordo come fosse ieri anche il giorno del mio 25° compleanno. Proprio due anni fa ho cominciato a “cambiare” nel vero senso della parola, materialmente e moralmente. Cominciai a diventare quello che sono, a giocare ai cavalli, a scrivere, a leggere Bukowski, a diventare trasandato, a fregarmene degli altri e di tutto, cominciai a percepire certe cose “nascoste alla massa”, cioè alle pecore lavoratrici da otto ore al giorno, ossia a quelli che dicono “bisogna lavorare, per guadagnarsi la pagnotta!”. Oppure quelli che dicono “se lavorassero, certe idee in testa non le avrebbero”. Loro lavorano. Loro sono tranquilli: hanno una casa, una famiglia, la moglie e i figli. Hanno un lavoro sicuro, sono sistemati. E non si accorgono che sono VERAMENTE sistemati. Sistemati per tutta la vita. Per tutta la loro esistenza.

30 giugno 1980 – Altri pensieri.

Debbo telefonare a casa, ai miei genitori. E un’angoscia mi assale.
Ricordo l’ultima volta che telefonai, una settimana fa. Mia madre, come al solito, prima di tutto mi disse un formale “come stai?”. Poi l’immancabile, e non certo formale, “hai dato qualche esame?” ed io mi incazzai: ” è mai possibile che devi sempre pensare agli esami?”
Loro, i miei genitori, si preoccupano per me. Cazzo, tutti domandano loro “e tuo figlio quando si laurea?” e loro non sanno cosa rispondere! Cazzo, ditegli “non lo so” oppure: “che cazzo te ne fotte?”
La famiglia! Tsè. “Un piccolo nucleo per meglio controllare gli individui da parte dei potenti”, come scrisse Oriana Fallaci in un suo libro. Io sono d’accordo con lei e aggiungo: anche per farli soffrire di più.
“la famiglia! Magnifica istituzione morale, santa famiglia, inviolabile creazione divina, chiamata ad educare i selvaggi alle virtù. Santa famiglia, sacrario di tutti i valori, dove i bambini innocenti sono torturati fino a che non hanno detto la prima bugia, dove la volontà è infrancata dall’autoritarismo e dalla repressione, dove la coscienza è uccisa da ciechi egoismi: famiglia, tu sei il covo di tutti i vizi sociali.” Come scrisse Bernardo Bertolucci.
Se muore, mettiamo, una donna, ci dispiace, sì. Però se muore una nostra sorella o un nostro familiare allora “soffriamo”. Perché, poi? Che cos’è che ci spinge a “provare emozioni diverse” per persone diverse? Io, poi, a “certe emozioni” non credo. All’amore , per esempio. O all’amicizia. Sono “sentimenti” creati per meglio sfruttare il prossimo. Quante idiozie o comportamenti privi di senso si commettono in nome di questi “valori”, di queste idiozie santificate! Non è certo una bella cosa essere sfruttati dalla “controparte” stessa o da qualcuno (potere religioso, potere politico, organismi vari ecc.) che le utilizza a proprio vantaggio in mille modi possibili.
“cè un bimbo, povero, che ha bisogno di un palato nuovo,” dice un Organismo internazionale. E subito vengono proposte sottoscrizioni.
“Una bimba non ha soldi per un’operazione al cuore.” E giù, pronte sottoscrizioni. E molti fanno il loro “versamento” con carta di credito o con conto corrente postale. E tutto perché dieci o ventimila lire “donati per fare del bene” alleggeriscono la coscienza.
“poverino! Gli voglio dare ventimila lire.”
Ma se chiedessero un sacrificio, un VERO sacrificio, per salvare una vita, dubito che lo farebbero. Un sacrificio del tipo: “rinunciare ad una promozione” o alla “carriera”.
E ancora non ho telefonato a casa. Ai miei genitori.
Dovevo telefonare un’ora fa. Penso proprio che dovrei telefonare.
Vabbè, telefono domani.

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E fu solo l’inizio

7 Ottobre 2003 Commenti chiusi

Molte tappe ci sono state nella mia ancora giovane vita. Ed ho 26 anni.
ho cominciato a “lavorare” ad otto anni. Andavo dal sarto, come ragazzo di bottega. Ma era una vita sedentaria, non mi piaceva.. non rimasi molto in quella sartoria.
A dieci anni, nell’Estate del ’63, andai a lavorare in una officina di elettrauto. Fu lì che incominciai ad essere Uomo, a capire la vita. In quell’officina vi lavorai per tre stagioni estive, durante le vacanze scolastiche.
Nell’Estate del ’66 uscii, per la prima volta, da casa: andai in campeggio sull’Etna, a Linguaglossa, per quindici giorni.
Avevo quindi anni appena compiuti. Cominciai a fare judo.
Nel Settembre del ’66, finite le scuole medie, sorse il problema della iscrizione all’Istituto Superiore. Io volevo iscrivermi all’Istituto Tecnico Navale, di Catania, poiché a Gela non c’era. E non c’è tuttora. Mio padre mi propose di iscrivermi all’Istituto Tecnico per Chimici e mi convinse dicendomi che “al Navale” mi ci sarei potuto iscrivere due anni dopo, dopo aver frequentato, “al Chimico”, i primi due anni (che erano uguali per tutte le scuole). Mi propose anche di farmi rilasciare il libretto di navigazione (imbarcarmi era sempre stato il mio sogno) acconsentendo così di farmi imbarcare nel periodo estivo. Io accettai.
Ce la misi tutta per farmi rilasciare il libretto di navigazione. Superai mille ostacoli burocratici e alla fine ottenni il tanto sognato “libretto di navigazione”.
Era l’Estate del 1970. Finalmente capitò il mio primo imbarco sulla “Andrea Camalich”, una motonave. Facevo il mozzo.
Su quella nave cominciai a capire veramente cosa fosse la Vita e cosa fosse il lavoro.
Feci molta esperienza, in quel periodo, circa due mesi. Visitai molte città. Partecipai persino al salvataggio dell’equipaggio di un mercantile che stava per affondare (e che poi affondò). Tre anni dopo, per quell’azione di coraggio, ricevetti dal Governo italiano la medaglia di bronzo al valore civile e un attestato di benemerenza marinara per essermi “prodigato con coraggio e con sprezzo del pericolo nel salvataggio dell’equipaggio di un mercantile maltese affondato nel canale di Sicilia a causa delle pessime condizioni del mare”.
Imparai a lottare per non farmi sopraffare. E capii che il Mondo è dei furbi. E solo i più furbi “vivono”. E gli altri sono delle vittime. Liberi sì, ma vittime.
Ricordo il primo porto in cui la nave fece scalo: Porto Santo Stefano, in Toscana. Una visione bellissima, dal mare. Un tardo pomeriggio ricco di colori estivi, il 20 luglio. I gabbiani? non avevo mai visto i gabbiani. A Gela erano spariti nel 196a, quando venne la raffineria. Quella sera, in franchigia, andai a vedere un film, “Butch Cassidy”, con Paul Newman e Robert Redford.
Successivamente visitai Porto Torres, Sant’Antioco, Bengasi (in Libia), Marina di Carrara, Porto Empedocle. In quel periodo il mio “maestro di vita” fu il Cuoco. Si chiamava Carmelo Cremona, era di Vibo Valentia e si definiva “il più grande puttaniere del mondo”. Diceva di avere un’amante in ogni porto. Tutte le puttane erano le sue amanti.
L’Estate successiva, sempre in qualità di mozzo, mi imbarcai sulla “Fratelli D’Alesio”, una moto cisterna (petroliera, cioè). Qui il lavoro era meno pesante poiché era regolato da un normale “contratto di lavoro” che veniva applicato. Invece sulla “Camalich” non si sapeva nemmeno cosa fosse un “contratto di lavoro”. (Proprio quando navigavo su quella motonave, la gloriosa Compagnia di navigazione Camalich fallì. Non percepii nessun stipendio e il curatore fallimentare me lo inviò a casa ben tre anni dopo. Abbiamo anche saputo che per quel salvataggio, la Compagnia aveva ricevuto un lauto compenso dall’armatore Maltese della nave affondata, ma la parte spettante all’equipaggio fu sottratta, qualcuno diceva dal Comandante, altri dal Curatore.)
Anche sulla “Fratelli D’Alesio” ho fatto esperienze. Primo fra tutti: la maniera di guadagnare di più lavorando di meno. Inoltre ho visitato città come Venezia, Bari, Palermo, Civitavecchia, Livorno ed ho conosciuto sempre più gente, di ogni specie.
Nell’Estate del ’72 (mi ero appena diplomato, Perito Chimico), sorsero discussioni con mio padre. Cominciai ad avere i miei primi conflitti interiori ed il mio desiderio d’avventura aumentò e si fece più prepotente. D’altra parte, anche da bambino esprimevo il desiderio di andare via, in America e in Inghilterra, ad ogni contrarietà che sorgeva nell’ambito familiare.
Mio padre fa il macchinista navale, ha girato il mondo, ha “vissuto”, è stato anche a lavorare in America.
Mio nonno paterno era un commerciante, ed anche lui era stato in America, per sedici anni. Questo spirito d’avventura era, quindi, una tradizione di famiglia.
Come dicevo, nell’Estate del ’72 mi diplomai e feci “la festa del diploma”.
Contemporaneamente la nostra abitazione, risalente ad oltre cent’anni addietro, doveva essere demolita perché cadente. E si era già in fase di ricostruzione allorché espressi a mio padre il desiderio di andare all’università. Mio padre rimase sorpreso di ciò: mi aveva sempre sentito dire che una volta diplomato sarei andato a lavorare, o almeno avrei cercato un posto. La notizia dell’università non fu di suo gradimento. Seguirono discussioni. Mia madre era d’accordo per l’università. Liti tra mio padre e mia madre. Penso l’unico ad andarci di mezzo per questa storia fu mio fratello, Gaetano. Lui aveva sempre espresso il desiderio di andare all’università e sentire simili discussioni non deve essere stato molto positivo. Infatti si iscrisse, sì, all’università, però rinunciando alla frequenza. Ciò si rivelò, in seguito, una mossa sbagliata, anche se la Facoltà in cui si iscrisse era “Economia e Commercio”, ritenuta, non so se a torto o a ragione, una Facoltà “facile”.
Mentre erano in corso queste discussioni, alla Capitaneria di Porto c’era una “chiamata” di imbarco sulla M/c “Simona”, dell’Armatore Montanari. Io colsi l’occasione al volo. E accettai di imbarcarmi come “giovanotto di macchine”, un gradino più su del mozzo, come dire, mozzo in sala macchine. Era il Settembre del 1972. Il giorno 4. Quell’anno si tenevano le Olimpiadi in Germania.
Dopo l’imbarco, per circa due mesi, non detti notizie di me. Il 25 Ottobre telefonai a casa. Parlai con mio padre che si disse disposto a mandarmi all’università. E che perciò, “poi”, cioè in futuro, non avrei dovuto dare a lui la colpa, nel caso fossi rimasto senza laurea.
Contemporaneamente avevo ricevuto una lettera dai miei amici con la quale mi facevano saperea che mio padre si era interessato a sbrigare i documenti necessari all’iscrizione.
Il giorno dopo, anche dietro consiglio del 2° ufficiale di macchine, al quale avevo raccontato l’intera faccenda, spedii un telegramma a casa mia: “DECISO ANDRÒ UNIVERSITÀ STOP SEGUE LETTERA SALVINO”.
Il 4 Novembre 1972 arrivai a Torino. Alloggiai alla Pensione “Meublè”, dove c’erano tutti i miei vecchi compagni gelesi. Il 5 mi iscrissi al Politecnico. Il 6 chiudevano le iscrizioni.
Fu così che cominciò la mia “avventura torinese”, che sarebbe durata 16 anni.

torino, 1977

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