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Archivio Luglio 2003

Per la formazione di una coscienza civica: Covegno sulla Mafia.

31 Luglio 2003 Commenti chiusi

?PER LA FORMAZIONE DI UNA COSCIENZA CIVICA?

Il mio intervento al Convegno sulla Mafia. Favara (AG), 11 maggio 2002.

In un sondaggio di qualche settimana fa, alcuni ragazzi sono stati intervistati su ciò che erano le loro passioni e i loro interessi, lo studio e le materie che più li ispiravano. Appariva evidente il loro disagio, la loro insicurezza nel dare le risposte. E le risposte che davano si dimostravano poco credibili.
Ad un certo punto, un giovane rispose: ?l?unica attività che mi attira e che mi interessa fino a farmi perdere la nozione del tempo, è navigare in Internet?. E subito, anche i compagni che lo circondavano hanno concordato.
Il messaggio è evidente. Internet e la terminologia moderna sono i primi interessi dei giovani. Ossia interessi, volenti o nolenti, ?esterni? alla scuola. Eppure, la scuola e la famiglia, sono i luoghi deputati alla formazione dei giovani. Cioè i luoghi deputati a formare, ad imprimere, quindi, un senso civico nella mente del giovane.
Non so se è utile o fuori luogo ricordare che il civismo è una delle tematiche care alle dittature, siano esse di Destra o di Sinistra. Infatti, il Potere fa sempre sì che i cittadini si disinteressino delle leggi, dei propri diritti. Per chi sta al Potere, i cittadini devono solo pensare a lavorare, devono pensare alla famiglia, a divertirsi? al resto, penseranno i governanti. Invece occorre interattività tra Potere e Cittadino. Quanto più grande, da parte del cittadino, è la ricerca del colloquio con chi sta al potere, tanto più grande è la sua coscienza civica. E quanto più ostacoli troverà in ciò, tanto più soffrirà. E la sua coscienza civica si indebolirà. Il Cittadino deve conoscere le leggi, e possibilmente intervenire per cambiarle. Soprattutto ove pensi che siano leggi ingiuste. Un esempio: il senso civico non è di chi dice, a proposito dei referendum abrogativi indetti dai radicali, ?ci sono troppi referendum, perciò non vado a votare?. È senso civico invece andare a votare ed esprimere la propria scelta, qualunque essa sia.
Da una ricerca promossa dall?Istituto Cattaneo, di Bologna, curata dal politologo Roberto Cartocci (edita da ?il Mulino?) e condotta in tutta Italia coinvolgendo 6.000 studenti delle ultime classi delle superiori, è emerso un ?deficit di senso civico? che si sta allargando anche alla generazione più giovane.
Ma che cos?è il ?senso civico?? È senso civico conoscere l?Inno di Mameli? O salutare semplicemente la ?Bandiera Italiana?? Le bandiera sventola ormai soltanto quando vince la Ferrari e l?Inno si canticchia quando gioca la Nazionale di calcio. Se non si danno un senso e un significato all?Inno e alla bandiera (senso che va oltre al semplice e non meglio definito ?rispetto? del Tricolore o al conoscere ? a memoria? le parole dell?Inno), si rischia ? forse già ci siamo ? di far sì che questo ?deficit di senso civico? si trasformi in sfiducia nelle Istituzioni, in sfiducia negli altri e in un individualismo sfrenato che farà perdere di vista il Prossimo e il bisogno che il Prossimo ha di noi.
Il Prossimo e il rispetto del Prossimo sono alla base di una formazione civica. Bisogna rispettare il Prossimo e capirne i bisogni. Capire le ragioni degli altri, anche quando sono diverse dalle nostre, ci farà vivere in pace col mondo e con noi stessi. Dobbiamo cercare, e trovare, le buone ragioni della convivenza, ossia quei rapporti che producono fiducia e che alimentano progetti e ideali.
L?educazione civica è la cenerentola delle materie scolastiche. La conoscenza delle leggi e della Costituzione sono però elementi fondamentali per una formazione civica. Anche se, bisogna dirlo, la loro conoscenza non garantisce un comportamento civico. Da non confondere con civiltà. Si può essere civili ma non avere senso civico. Essere civili vuol dire far parte di una comunità che possiede delle leggi e anche delle regole, che sono leggi non scritte ma che sono riconosciute come necessarie all?interno di una Comunità. Più diffusa è la conoscenza di tali leggi e regole, maggiore sarà la civiltà dei membri della Comunità.
Avere senso civico significa, invece, rispettare queste regole. Il senso civico deriva soprattutto dalla volontà di rapportarsi con gli altri nel rispetto delle regole. Deriva dall?ottimismo con cui si affrontano le varie esperienze personali e dal livello di autostima maturato nel tempo.
I giovani si devono attrezzare svolgendo attività (scolastiche, di volontariato, di tipo associativo, programmazione del tempo libero ecc.). In tal modo proporranno una sfida che migliorerà le loro capacità. E capacità migliori vogliono dire migliore dedizione alla società e al Prossimo.
La molla che si deve realizzare, dunque, è quella che serva a spingere i giovani a dare il meglio di sé, offrendo loro adeguati incentivi e input formativi.
Però, per fare ciò, è necessario:
1. eliminare, da un lato – dalla loro visione della vita – un realismo inerte che porta alla rassegnazione e al ?non reagire?, eliminare cioè quell?apatia che spesso li accompagna. Sempre più spesso si sente dire: ?tanto fanno sempre quello che vogliono loro?. (?Loro? sono i professori, i Parlamentari e chi detiene il potere).
2. Evitare, dall?altro lato, l?eccesso di entusiasmo privo di fondamenti cognitivi, un entusiasmo apportato dalla ?novità? (?Sì, facciamolo, facciamolo, dai?), un entusiasmo che cessa all?apparire della prima difficoltà (?ci vogliono le autorizzazioni?, ?occorrono più persone, più tempo, più denaro?).
Il troppo entusiasmo è tipico di chi prende tutto come un gioco, tralasciando i supporti formativi necessari per realizzare i propri ideali, e spesso vanno incontro al fallimento.
Il troppo realismo è tipico di coloro che hanno in partenza paura di non farcela e si trincerano dietro il fatalismo e i luoghi comuni che purtroppo ? soprattutto in Sicilia ? sono così diffusi. E la paura di non farcela non deriva sempre dalla propria incapacità, bensì da quella cultura che è conosciuta come mafiosa e che genera paura e nello stesso tempo rispetto verso il Potere. Ecco, come esempio, alcune frasi tipiche:
?Ma perché partecipi a quel concorso? Tanto si sa già a chi saranno assegnati quei posti?.
?Se vuoi farti ricoverare in un reparto ospedaliero specializzato devi prima andare a visita medica privata, cioè a pagamento, dal professor tal dei tali, e poi ti chiameranno subito?.
?Se vuoi aprire l?attività a cui tieni tanto, vota il nostro candidato.?
Ma non voglio andare fuori tema addentrandomi molto in un discorso sulla Mafia. Però voglio ricordare una cosa: Mafia non è solo quella che spara e uccide. Mafia è tutto ciò che è prepotenza verso i più deboli. È mafioso colui che sfrutta la propria posizione di superiorità per trarre dei vantaggi a scapito di chi è in posizione di inferiorità. E la cultura mafiosa nasce quando si accettano queste condizioni. Se non volete vivere nella cultura mafiosa, dovete costruire una coscienza anti mafiosa. Essere contrari alla cultura mafiosa e iniziare a combattere le situazioni di tipo mafioso di cui si viene a conoscenza, è già un grande passo, anche se non sufficiente, verso la costruzione di una coscienza civica.
Dalla parte dei ?grandi?, occorre essere esigenti nei confronti dei giovani. Bisogna proporre loro delle mete impegnative, renderli consapevoli delle loro qualità e responsabilità. Perché le hanno. Hanno qualità, tanta. E hanno responsabilità, che a volte non sanno riconoscere. E i formatori devono aiutarli a far venire fuori queste qualità e responsabilità.
Naturalmente, le strutture ufficiali (scuole, associazioni e famiglia) e le Istituzioni (Governo centrale ed Enti Locali) devono offrire ai giovani tutte le credenziali formative per realizzare i compiti dello sviluppo: mentale, morale e sociale. Il senso civico verrà da solo. In maniera quasi naturale.
Per fare tutto ciò è necessario parlare meno del cosiddetto disagio giovanile e far crescere i giovani in un clima di maggiori stimoli, conoscenze e fiducia in se stessi.
Questo convegno ne è un esempio.
Ma che c?entra il teatro in tutto questo? E per giunta una commedia sulla mafia? Ebbene, il teatro è già di per sé un mezzo di enorme potenza educativa, anche oggi, in tempi di Internet e di globalizzazione. Il teatro è oggi e lo è sempre stato, specchio della realtà in cui viviamo. Se poi vogliamo ammettere che ?coscienza civica? vuol dire anche coscienza mafiosa, il legame è presto scoperto.
Parliamo di ?coscienza civica? nella misura in cui, essendo civili, rispettiamo le leggi e le regole. Parliamo quindi di ?coscienza mafiosa? se conosciamo la Mafia. La conoscenza della Mafia può creare una coscienza ?anti? mafiosa. E si sa che si è ?contro? qualcosa solo se si conosce questo ?qualcosa?. Il teatro aiuta a costruire questa ?coscienza anti mafiosa? e quindi una coscienza civica.
Conoscendo meglio il pericolo Mafia, i giovani possono imparare ad individuarlo ed ostacolarlo. La forma di rappresentazione teatrale, anziché di saggio sociologico, rende più agevole l?approccio ad un argomento a cui tutti purtroppo siamo collettivamente interessati.
Il titolo dell?opera, Piazza della Vergogna, fa riferimento sia alla celebre fontana di Piazza Pretoria, ove ha sede il municipio di Palermo, sia alla vergogna che la Mafia getta sulla Sicilia e sui siciliani.
La vicenda narrata è essenzialmente un pretesto per dare notizie ed informazioni storiche sulla Mafia e sulla sua evoluzione. L?azione si svolge nell?ufficio di un commissariato ed è una sorta di ?gioco al massacro? tra un commissario di polizia ed un ingegnere sospettato di essere un mafioso. I colpi di scena non mancano.
Ringrazio Giuseppe Arnone che ha avuto l?idea di mettere in scena il mio testo e ne ha curato la realizzazione.
Da parte mia, mi auguro di aver contribuito degnamente a costruire ?qualcosa?.

Metropoli: quei cinque numeri di un giornale autonomo

28 Luglio 2003 Commenti chiusi


QUEI CINQUE NUMERI DI UN GIORNALE AUTONOMO

Nel giugno del 1979 usciva il ?Numero 1? della rivista Metropoli, sottotestata: ?L?Autonomia possibile?. E fu subito polemica, un gridare allo scandalo. Di quel periodico ?mensile? uscirono solo cinque numeri, ma il più colpito e censurato, e conseguentemente sequestrato dalle edicole, fu proprio il primo numero, quello in cui era stato pubblicato un fumetto che ripercorreva le tappe del rapimento di Aldo Moro. In realtà, a causa di varie vicissitudini politiche e giudiziarie, i cinque numeri di Metropoli uscirono con cadenza quasi semestrale. L?ultimo numero è infatti del Giugno 1981.
Metropoli era un giornale ?redatto, a vario titolo, da un collettivo di Compagni? che aveva attraversato il ?68, l?Autunno caldo delle lotte di fabbrica e poi ?l?esperienza breve e felice? di Potere Operaio. Il primo editoriale era preciso, diceva che Metropoli era un giornale ?rivolto ai giovani, alle donne, agli anziani; a chi lavora e a chi no; a chi ruba nei grandi magazzini e a chi vorrebbe farlo; a chi si emoziona febbrilmente calandosi il passamontagna e a chi sente il brivido a corpo scoperto; a chi pratica il terrorismo e a chi ne ha orrore; a chi sta in galera e a chi teme di andarci; agli assenteisti e a coloro i quali sabotano la produzione?. A tutti, quindi. Ma così non fu. Metropoli, infatti, veniva acquistato da coloro che a qualunque prezzo, in quegli anni caldi, volevano ?vivere meglio?, viveri liberi, rifiutando il sistema politico e sociale di allora. Era il periodo dei Punk, degli Indiani Metropolitani, dei Dark, dei Cancançeiros, tutti giovani che vivevano allo sbando, praticando il cosiddetto ?esproprio proletario?, una popolazione migrante da una metropoli all?altra, un?era di giovani studenti universitari fuori corso che si convincevano a fare quel salto che li immetteva nel mondo del terrorismo, attirati dal ?meraviglioso fascino della clandestinità? dopo aver partecipato ad appena due o tre ?collettivi? (così venivano chiamate le riunioni di gruppi di studenti).
I redattori di Metropoli erano venti, tra i quali figuravano Beppe Madaudo, Lanfranco Pace, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Franco Berardi (detto ?Bifo?), Francesa Pasini, Maurizio Pignataro. Poiché nessun radattore era iscritto all?Ordine dei giornalisti, e pochè i direttori responsabili, dopo ogni uscita di Metropoli, venivano puntualmente accusati di un qualche reato, ad ogni numero della rivista figurava come Dierettore un nominativo diverso, in nome della ?libertà di stampa e della libera circolazione delle idee?. Precisazioni del genere cominciarono ad apparire dal Numero 2, firmato da Giancarlo Smidile. Il Numero 1 era invece firmato da Alfredo Azzaroni; al terzo numero si rese garante Carlo Emanuele Rivolta; il quarto fu firmato da Luigi Manconi, il quale precisò che non condivideva nulla di quanto la rivista aveva sostenuto in passato e che non conosceva neppure il contenuto degli articoli del Numero 4 (quello da lui firmato), ma che tuttavia voleva permettere, a chiunque volesse farlo, di acquistare e leggere Metropoli. All?ultimo numero, il quinto, prestò volentieri la firma Paolo Hutter, non solo per consentire la più totale libertà d?informazione, ma anche ?a causa di una breve cotta adolescenziale per Franco Piperno?.
Ma quali furono i ?meriti? o ?demeriti? di Metropoli ? Primo fra tutti quello di essere (l?accusa venne da varie parti) il periodico ufficiale delle Brigate Rosse, ossia di un gruppo armato che nel 1979 era nel pieno di una vera e propria guerra con lo Stato italiano (appena un anno prima era stato rapito e ucciso Aldo Moro). Uno Stato che le Brigate Rosse e lo stesso Metropoli identificavano con la Democrazia Cristiana, un partito politico che ?appoggiava l?imperialismo delle multinazionali?. E forse non a caso, in quel primo numero, veniva riportato integralmente il comunicato delle B.R. datato 3 Maggio1979, che rivendicava l?attentato fatto proprio alla sede romana della D.C., in piazza Nicosia, dove vi furono morti e feriti. Nessun giornale aveva mai pubblicato un comunicato delle Brigate Rosse. Il primo numero di Metropoli fu sequestrato appena 24 ore dopo la sua comparsa nelle edicole e, per molti, restò un oggetto metafisico, oggi ricercatissimo. Il secondo Numero, pubblicato nove mesi dopo, fu redatto per la gran parte nelle carceri speciali, dove soggiornavano quasi tutti i collaboratori della rivista. Anche il Numero 2 venne sequestrato. Nessuno più si aspettava il terzo numero di Metropoli, ma dopo altri dieci mesi ? nel Febbraio ?81 ? eccolo di nuovo in vendita, regolarmente distribuito, con editoriale di Lanfranco Pace e Paolo Virno; con un servizio sulla Cina di Oreste Scalzone, con pagine estere dalla Polonia e dall?America; ed anche pagine di Musica, Cinema e persino un satirico Gioco dell?Oca (?Gioco di pura evasione?) ispirato ai metodi di fuga dalle carceri speciali.
Tutti i numeri del giornale avevano rubriche fisse e contenevano anche delle interviste. Ricordiamo quelle fatte a Cesare Musatti su ?La cultura del pentimento?; a Tinto Brass su ?Cinema politico?; a Gianni Vattimo su ?Potenza del tempo libero?; e vi fu anche una domanda a varie personalità sulle ?Previsioni nel Processo 7 Aprile?: risposero esaurientemente: Carmelo Bene, Alberto Arbasino, Giorgio Bocca, Ruggero Orlando, Oreste Del Buono e Indro Montanelli. Molto spiritoso è stato Roberto Benigni, mentre Umberto Eco ha avuto una gelida reazione: ?Mi meraviglio che me lo chiediate, noi scriviamo sui nostri giornali, voi sui vostri?. Il più sibillino è stato Giorgio Forattini, fulminante come una sua vignetta: ?Sono un disegnatore, non mi occupo di politica?.
Nel frattempo si faceva strada un altro giornale più volte sequestrato, ed era pubblicizzato su Metropoli, si chiamava IL MALE. Fece epoca e lasciò un segno nell?editoria satirica. Accanto alla pubblicità de IL MALE, sull?ultima pagina del Numero 5 di Metropoli, campeggiava con risalto una notizia in grassetto: ?il Numero 6 di Metropoli sarà in edicola il 20 Settembre?. Era il 1981 e quel Numero 6 non è mai uscito. I redattori di Metropoli si sparpagliarono, forse dispersi nei meandri delle aule giudiziarie e di quelle parlamentari.

commento ad un racconto di Alberto Angelici

16 Luglio 2003 2 commenti

Commento al racconto

?SORRISI, BOTTARGA E UN PROSCIUTTO CON LO ZAMPETTO?, di Alberto Angelici e del suo amico Aldo.

Chi di noi non ha vissuto quanto descritto nelle prime righe del racconto? Un locale quasi deserto, in cui sono presenti solo gli addetti ai lavori che sembrano fantasmi. Agli autori del racconto è successo nel profondo Nord quello che a me è successo nel profondo Sud. Eppure, Nord e Sud, un altro punto in comune ce l?hanno: un memorabile pranzo in un ottimo locale. A proposito: che ci fa la bottarga a Parma? È come dire carne di cinghiale in Sicilia, dove è difficile trovare un bosco dove cacciarlo. Così com?è difficile trovare a Parma il mare e pescare il tonno. (Per chi non lo sapesse: la bottarga è lo sperma del tonno. Grattugiato, si può insaporire un piatto di spaghetti o usarlo per preparare ottimi cibi.)
Naturalmente, sia cinghiale, sia bottarga, se parliamo di cibo congelato è tutta un?altra cosa. Bisognerebbe proporre la questione ad Eduardo Raspelli: lo conoscete? È uno di quegli esperti che sono pagati per mangiare e dormire in ristoranti e alberghi sparsi in Italia per poi dirci sui giornali la loro impressione. Mi fanno una rabbia! Mangiano, dormono e li pagano pure!
A metà lettura, un atroce dubbio mi assale: non saranno mica, gli autori, Alberto Angelici e il suo amico Aldo, due di quegli esperti? Il primo finale del racconto, con le indicazioni del ristorante, del conto pagato e del giudizio espresso, farebbe pensare di sì.
Leggendo la seconda parte del ?racconto? (ma a questo punto, è lecito chiamarlo così?) elimino ogni dubbio: i due autori devono saperla molto lunga sull?arte culinaria. Certe definizioni di un certo cibo non appartengono agli scrittori, appartengono agli esperti gastronomi. Lo sono? Mi piacerebbe averne conferma o smentita, affinchè ?l?ignoto non resti a me ignoto?. Tuttavia, la lettura dello scritto mi appaga a sufficienza. Certe espressioni sono impareggiabili: ?(il locale) è oasi di pace che odora di amicizia e di fresco?? Oppure: ?volteggia (il pollo sfibrato) su una nuvola di erba verde?? Od anche: ?Mela acidula e croccante?? E per finire: ?La banana dolce e sensuale?? E a questo punto mi sorgono altri dubbi: forse gli autori non sono né scrittori, né gastronomi, né esperti. E se fossero poeti? Altro che Edoardo Raspelli!

PS.: ad Aldo: grazie per la dedica, io sono tra quelli.

commento ad un racconto di Paolo Bertoli

16 Luglio 2003 Commenti chiusi

Commento al racconto
IL CAMPO DI PAPAVERI COLOR ROSSO SANGUE, di Paolo Bertoli

Ho letto una prima volta questo racconto di Paolo Bertoli verso mezzanotte, dopo un paio di bicchierini di vodka: m?è venuta voglia di buttare via le pagine e passare a leggere una storia del commissario Montalbano, ma ho tirato dritto.
Ho riletto, una seconda volta, Il campo di papaveri color rosso sangue un paio di giorni dopo, verso le dieci del mattino, sotto l?ombrellone, a tre metri dalla leggera risacca del mare, in una spiaggia non ancora affollata: devo dire che a far riflettere è, più che il contenuto del racconto, lo stille con cui è scritto, da cui si evince una notevole cultura dell?autore. .I richiami da un rigo all?altro non sono casuali, e denotano una ricerca linguistica molto raffinata, che non può essere improvvisata. Purtroppo, le interruzioni dei capitoli non hanno una circolarità e, forse, nemmeno una continuità (contrariamente a quanto potrebbe sembrare), vedo soltanto un centellinato svelamento del protagonista, se protagonista si può chiamare. Solo il finale, quel ?frammenti di cervello? spiaccicato sulle pareti, fa riflettere (l?autore scrive ?spalmato? sulle pareti: perché?), e viene voglia di rileggere una terza volta il racconto, ma io, francamente ? e non me ne voglia Paolo Bertoli ? non l?ho fatto: ho preferito passare a scrivere questa breve nota.
Finalino: il titolo è molto poetico ed accattivante, ma è una metafora molto forzata.

Giambattista Vico e il carattere poetico del linguaggio

15 Luglio 2003 Commenti chiusi

G. WOHLFART, Vico e il carattere poetico del linguaggio.
“Bollettino del Centro di Studi Vichiani”, XI/1981

Recensione eseguita per il seminario di “Estetica”, tenuto dal prof. Gianni Vattimo.
(Primo anno di “Lettere Moderne”, Torino 1983)

A giudizio dell’A., Vico è il primo studioso che ha tentato di ricavare filosoficamente il carattere poetico del linguaggio e la sua essenza.
A sostegno di tale tesi l’A. cita E. Coseriu, per il quale, Vico, ha trovato modo, nell’ultima delle sue orazioni inaugurali degli anni accademici dal 1699 al 1706, di rivendicare contro i cartesiani il valore dell’eloquenza, della retorica, della fantasia, della memoria, dell’ingegno, della poesia: la “poiesis” generalizzata e creatrice di Universali Fantastici.
Haman viene accostato a Vico da B. Croce e da Goethe, il quale, a proposito della “Scienza Nuova”, dice che è la “Bibbia degli italiani” e che, un giorno, per i tedeschi, solo lo Haman avrebbe potuto scriverne una simile.
Pur essendo, Vico, cattolico, ed Haman di idee “luteraneggianti”, per l’A. esiste tra i due un’affinità spirituale che li porta alle stesse conclusioni. Vico mette in evidenza, sempre, che c’è tutto un linguaggio di “versi” ce poi solo più tardi uno in “prosa”; inoltre, il linguaggio poetico costituito di Universali Fantastici è anteriore al linguaggio prosaico, costituito di concetti razionali o filosofici. Per Vico, “ogni manifestazione della natura era una parola. Tutto ciò che l’uomo in principio udì, vide e toccò fu una parola vivente.” E, in maniera leggermente diversa, anche lo haman espose questi stessi concetti e, perciò, non si può affermare che la sola idea di linguisticità era il fulcro comune ai due filosofi.
Per quanto riguarda Humboldt, egli non si stancò mai di sottolineare che l’idea dl linguaggio più evidente, ma anche più limitata, è quella di considerarlo come puro mezzo di comunicazione. E pertanto si può considerare Vico come precursore non solo di Humboldt, ma anche del pensiero storico del “Movimento Tedesco” sino a Hegel.
Le affinità tra Humboldt e il Vico sulle idee sul linguaggio sono tante che chiunque, leggendo varie opere dei due filosofi li può ritrovare e, pertanto, l’A. non si sofferma a citare brani.
Infine Hegel. L’A. arriva prima al nucleo centrale dell’affinità tra i due pensatori, cioè all’affinità delle loro due idee fondamentali – l’Universale Fantastico di Vico e l’Idea Assoluta di Hegel – per poi dimostrarne la similitudine.
L’estensore si sofferma lungamente sull’interpretazione dell’Idea Assoluta di Hegel alla fine di “Scienza della logica”, fino a dire che l’Ideale Assoluto è “senso che prende forma”. Con ciò l’A. vuole arrivare a dimostrare la connessione di tale idea con la “chiave interpretativa” di vico per la “Scienza Nuova”, cioè con i “ritratti ideali”. In pratica, anche gli Universali Fantastici di Vico sono “senso che prende forma”, ossia significato divenuto forma.

Marzo 1983

Introduzione a "Lettere a un giovane poeta" di Rainer Maria Rilke

14 Luglio 2003 Commenti chiusi

Introduzione a Rainer Maria Rilke
Lettere ad un giovane poeta

Come quasi tutti i grandi poeti, anche Rainer Maria Rilke è divenuto famoso solo dopo la sua morte, giunta quando aveva solo cinquanta anni. Rilke, infatti, nacque a Praga nel 1875 e morì in Svizzera, nel sanatorio di Valmont, nel 1926.
La sua fama andò crescendo di anno in anno solo dopo tale data, ma già nel 1929 tutti i suoi scritti erano conosciuti.
Poeta dallo spir5ito inquieto, Rilke abbandonò presto il paese dorigine e compì viaggi e soggiorni in Russia, Francia, Italia e Svizzera.
Nelle sue opere di poesia Il libro dore (1899-1903), Il libro delle immagini (1902), Canzone damore e di morte dellalfiere Cristoforo (1906), Rilke dimostra di essere un autore attento ai valori musicali della lingua. Con la sua opera successiva, le Nuove Poesie (1907-1908), Rilke oppone invece una strenua attenzione ai valori semantici della parola. Rilke fu anche scrittore di prosa e nei suoi racconti de I Quaderni di M.L. Brigge vi è unangosciante analisi del problema esistenziale delluomo moderno.
Fu lo scoppio della Prima Guerra mondiale che acuì la forza introspettiva di Rilke, e tale forza risulta evidente nei Sonetti a Orfeo (1923) in cui la Parola si fa interprete del mistero della vita e della morte.

Il giovane poeta che si legge nel titolo della raccolta di lettere, era un ventenne sognatore tedesco di nome Franz Xaver Kappus. Le lettere in questione sono le risposte del Rilke alle domande del giovane Kappus, il quale gli richiedeva un giudizio sui suoi primi saggi poetici. Quel giovane tedesco, dopo una breve carriera militare, divenne un autorevole scrittore.
Le Lettere sono in tutto dieci, scritte fra il 1903 e il 1908 e, come si può notare, tra una lettera e laltra passano lunghe settimane, a volte dei mesi. Queste missive, più che di giudizi, sembrano una serie di preziose lezioni sullarte dello scrivere, un originale modo di indirizzare alla vocazione artistica e alleducazione delle facoltà creatrici. Lezioni di scrittura creativa, si direbbe oggi. In pratica, si ha in queste lettere non solo una teoria della creazione artistica, ma anche il senso di una germinazione di spiriti poetici. La pacatezza che traspare da questi scritti, danno il senso dellintimità, di una espressione di stati danimo, quasi una lunga confessione che lautore fa al destinatario. Quel destinatario reale che ieri era un giovane poeta, e che oggi idealmente diventa il lettore della presente raccolta.
In questo libretto sembra racchiusa la Poetica di un grande autore. Queste dieci Lettere, infatti, hanno un valore inestimabile, non solo per la conoscenza dellUniverso letterario di Rilke, ma sono preziose lezioni anche per quelli che crescono e si formano ora, come poeti e come scrittori.
Ma adesso basta, scriveva il giovane Franz Xzver Kappus nel 1929, nella prefazione alla prima edizione tedesca delle Lettere. Quando un Principe sta per parlare, si deve fare silenzio.

Salvino Lorefice Ragusa, marzo 1994

Un appunto volante sui "Sei Personaggi" di Luigi Pirandello

11 Luglio 2003 Commenti chiusi

I Sei Personaggi di Pirandello, quelli che sono in cerca d?un Autore, all?inizio del dramma, è vero, cercano un autore. Ma dopo, cercano solo di essere rappresentati. E se cercano di essere rappresentati vuol dire che hanno già una storia. E se hanno una storia vuol dire che c?è già stato un autore che l?ha scritta.
Il Pirandello stesso ci dice, nella sua prefazione all?opera, che un giorno la Fantasia gli portò a casa sei Personaggi, ma egli li respinse, poiché non vedeva nel loro destino un ?significato più alto?, in grado di giustificarne la rappresentazione.
Come li respinse? Non certo rifiutandosi di scrivere una storia. Non certo distruggendo il loro passato, passato che, non si sa come, volente o nolente, i Personaggi già avevano. Ma li respinse semplicemente ??non volendo o non potendo materialmente metterli al mondo dell?arte.? (Pirandello, Sei Personaggi in cerca d?autore.)

Nel dramma, i sei Personaggi sostituiscono il loro dilemma iniziale ? la ricerca d?un autore ? con un altro dilemma: la ricerca d?una Compagnia che li rappresenti o, meglio, che rappresenti il loro dramma, le loro storie.
I Personaggi passano così di dramma in dramma, di avventura in avventura: il Dramma del loro passato, il perpetuarsi del loro Dramma che nulla e nessuno può mutare, la ricerca d?un autore, la ricerca della Compagnia che li rappresenti, che li metta in scena. E a lato di tutto ciò vi sono i conflitti tra personaggio e Personaggi, tra Personaggio e Personaggio, il continuo litigare tra loro. Ciascun Personaggio nutre sentimenti di inimicizia nei riguardi degli altri: il Figlio nei riguardi della madre, perché ha abbandonato suo padre; la Figliastra nei riguardi del patrigno, a causa della sua visita da Madama Pace (la tenutari di una casa di tolleranza); il Padre nei riguardi della Figliastra, perché ella lo giudica sulla base di quell?errore; il Figlio nei riguardi della sorellastra, perché è figlia di un estraneo? E, in mezzo a tutti, l?innocente bambino, che il Pirandello, non so perché, fa morire (forse per rendere più drammatico il Dramma?).
Con tutti questi problemi e conflitti e accuse e difese, non capisco perché i Personaggi si ostinino a cercare un Autore. A cosa servirebbe loro? A farsi cambiare il Destino, forse?

Torino, 25 ottobre 1982

Gesualdo Bufalino e la fine delle biblioteche private

10 Luglio 2003 Commenti chiusi

Gesualdo Bufalino ha donato la sua biblioteca privata al Comune di Comiso, la sua città. Quei libri sono stati collocati nella emeroteca comunale, in antichi locali ristrutturati. Si tratta di circa cinquemila volumi che, dopo circa due anni non sono stati ancora catalogati e sistemati. ?Gli altri duemila volumi, cioè i più interessanti?, mi comunica Bufalino in un colloquio telefonico avvenuto pochi mesi prima della sua morte, ?li ho tenuti per me, per i miei studi: passeranno al Comune dopo la mia morte.?
E ripensando a quelle parole subentra in me tanta malinconia, perché penso a certi vecchietti ormai defunti. Vecchietti mai conosciuti eppure così vivi nei libri antichi che si possono trovare ogni domenica mattina nei mercatini dell?usato che si tengono in molte città, tra cui Catania. (Qualche anno fa si era tentato, a cura dell?Assessorato per lo sviluppo economico, di istituirne uno anche a Ragusa. Le bancarelle di commercianti e antiquari provenienti da ogni parte della Sicilia venivano montate per le stradine di Ibla, quartiere barocco, e nel suo bellissimo giardino, ma il tutto durò pochi mesi.)
Si possono trovare, in quei mercatini, libri magnifici, molti dei quali ormai introvabili o molto costosi: saggi, romanzi, poesie, testi teatrali? libri ben rilegati o ?medicati?, come si usava una volta, con strisce di carta e con colla fatta con acqua e farina. E molti volumi sono anche firmati o timbrati, con nome, cognome e indirizzo di chi ne fu proprietario: una sorta di ex-libris artigianale. Immaginavano, i defunti proprietari, tale destino per i libri di cui hanno avuto tanta cura? Prevedevano che la loro cultura potesse essere così polverizzata? Gli eredi di quei vecchietti, forse bramosi di avere al più presto l?alloggio libero da tutti quei ?libracci?, li hanno dati al primo rigattiere che passava, il quale avrà pensato bene di ?farli fuori? vendendoli al mercatino delle pulci, ?a cinquecento lire al pezzo?.
Quante biblioteche simili esisteranno ancora a Catania o Ragusa, ma anche a Milano, Torino e Roma? E quanti di questi vecchietti sono ancora in vita? Chissà che tipi sono! Intellettuali? Semplici appassionati lettori? Studiosi? Una cosa è certa: da giovani dovevano essere, se non ricchi, sicuramente benestanti, per almeno tre motivi. Primo: gli indirizzi sugli ex-libris sono quelli di vie del Centro storico, corrispondenti a quegli affascinanti palazzi antichi ancora abitabili. Secondo: tra il 1890 e il 1915, non tutti potevano permettersi libri ?costosi? di trenta o quaranta lire. Terzo: solo i benestanti erano talmente istruiti da acquistare (sempre nel 1915 circa) l?Estetica, di Benedetto Croce o, per esempio, gli Scritti completi, di Silvio Pellico (edizione 1861, con prefazione di Pietro Maroncelli).
E gli ignoranti rigattieri della domenica credono di fare ottimi affari vendendo questi libri a ?mazzi da tre? per duemila lire. E così, ogni due o tre settimane, c?è sempre un robivecchi che arriva con una partita di libri, un nuovo carico di cultura: vuol dire che un altro vecchietto amante dei libri è morto, un altro alloggio è vuoto, altra cultura smembrata, dispersa.
Ma come mai il professor Bufalino, ultrasettantenne, ha deciso di donare la sua biblioteca privata? ?Per vari motivi?, mi risponde frettoloso come sempre e restio a rilasciare interviste. ?Ad esempio, perché i libri erano tanti e occupavano talmente tanto spazio che io non avevo dove metterli. E poi, non ho figli: a chi avrei dovuto lasciarli, in eredità, se non ad un Ente o ad una Università?? Gesualdo Bufalino è morto nel 1996 in un incidente stradale, mentre attraversava la strada.
E mi viene in mente don Ferrante, il dotto dei Promessi Sposi, il quale, morendo di peste, vide la sua famosa biblioteca ?dispersa su per i muriccioli?. È cambiato tanto da allora? Sarà sempre così? L?informatizzazione ci salverà da simili scempi o, semplicemente, non vi sarà nessuno scempio da perpetrare per la morte naturale dei libri? In tal caso dovremmo tenere ben cari quei volumi che ancora sopravvivono.